Lo spostamento dell’asse del terroir

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Individuare un terroir significa circoscrivere un intero ecosistema dove interagiscono decine o centinaia di attori, e fin qui siamo tutti d’accordo.
Negli ultimi tempi il cosiddetto dibattito pubblico ha concentrato l’attenzione sul ruolo centrale dell’attività umana nella scolpitura e poi nella vita di un terroir. In precedenza – vale a dire quando la critica enologica era ancora più esitante di oggi, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – per definire un terroir si dava di solito più peso teorico a fattori quali la composizione del suolo, la giacitura del vigneto, l’età e la qualità del materiale vegetale, il contesto pedoclimatico.

Diversi colleghi dalle alte capacità interpretative – italici e non – sono giunti alla conclusione che l’uomo rappresenti il fulcro dell’intera faccenda. Di qui un benvenuto approfondimento dei legami storici, sociologici, antropologici che tengono insieme una o più comunità di vignaioli in un determinato contesto produttivo. Purtroppo però la realtà si incarica come sempre di riportarci con i piedi per terra, quando non con la faccia per terra. L’uomo tesse elaborate strategie per piegare – se si preferisce un termine meno arrogante, per dirigere – la natura verso i suoi obiettivi, ma la natura si comporta come Donald Trump e segue con cieca determinazione la sua traiettoria.
Ella nol vede”, con Leopardi.

Dunque dove sta andando il complesso insieme multifattoriale di fenomeni che si può – semplificando – chiamare “natura”? E chi lo sa? Non lo sanno con esattezza fior di scienziati (con la i tra c e la e, anche se non la pronunciamo). Figuriamoci se ne so qualcosa io.
Personalmente mi limito a mettere insieme poche tessere del mosaico dal mio punto di osservazione. E quello che osservo, o meglio che sento bevendo negli ultimi anni i vini che provengono da terroir storici, è un crescente scostamento dal modello canonico.

Modello canonico inteso come ricorrenza statistica, per intenderci; non come ipostasi inalterabile. Ancora fino a una decina di anni fa tale scostamento si poteva definire occasionale: annate tropicali quali la 2003 lasciavano immaginare che il taglio di certi vini comprendesse un 30% di ananas e un 30% di banane stramaturi.
Ma poi arrivava la 2004, e il quadro di quel dato terroir riusciva più o meno a ricomporre la sua silhouette tipica. 

Niente di nuovo, si dirà. Anche i più tetragoni negatori del cambiamento climatico ammettono che la geografia dei terroir classici sta subendo mutazioni strutturali e non congiunturali. Vero. Niente di nuovo, soltanto la constatazione che la Natura con la enne maiuscola, messa in secondo piano dall’accento che si pone sul fattore umano, sta ritrovando brutalmente la sua centralità.

Ennesima e quasi superflua conferma che ho ritrovato nel bicchiere, un irriconoscibile Nuits-Saint-Georges 2020 di Chevillon. Un produttore capace di pennellare l’estrazione dei tannini e di restituire ai rossi un senso di trasparenza e di nitidezza esemplari. Un produttore qui palesemente in difficoltà nel trattenere il vino dall’essere confuso con uno Zinfandel.

Attenzione, o burocrati: non si è trattato di una prova estemporanea, di una botta e via. Sto studiando questo vino da tempo. Ne avevo tre bottiglie, ho atteso l’ultima per formulare un giudizio critico. Ho fatto la tara e concesso al vino le tradizionali attenuanti: un Nuits non è un Vosne, la potenza e la pienezza – in senso relativo alla regione – sono caratteri congeniti. Sono anche perfettamente conscio che nella letteratura classica borgognona anche i vini più eccentrici da giovani possono ritrovare la strada di casa e rispecchiare il loro terroir da maturi/molto maturi, e che quindi avrei fatto bene ad attendere diversi anni. Ma ce li ho diversi anni? Nel dubbio esistenziale, ho stappato.   

La mia conclusione è che, a simiglianza di non pochi 2005, questo 2020 rimarrà molto a lungo simile a uno Zinfandel. A un ottimo Zinfandel, peraltro, ci mancherebbe: maturità, qualità tannica, dolcezza del frutto sono al rendez-vous. Ma alla cieca lo sentirei come un Borgogna? ne dubito.
E la Borgogna, così come la Langa, riuscirà a restare un terroir eccellente ancora a lungo?

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