Wine Paris, capitale europea del vino (con la speranza che l’Italia abbia lo spazio che merita)

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Non è più soltanto una fiera in crescita. Wine Paris sta diventando, nei fatti, il nuovo baricentro fieristico europeo del vino. È questa l’impressione raccolta tra i tanti produttori italiani incontrati tra gli stand: una manifestazione giovane, ma già matura, capace di attrarre operatori internazionali con un format essenziale, professionale, sempre più orientato al business.

I commenti sono stati, nella maggior parte dei casi, positivi. Appuntamenti qualificati, agenda fitta, tempi concentrati. “Qui si viene per lavorare”, è la sintesi che ricorre con maggiore frequenza. La fiera di inizio anno è diventata il momento in cui importatori e distributori chiedono conto delle strategie, valutano le novità, misurano la solidità dei partner. Non una passerella, ma un check point.

Il contesto, naturalmente, aiuta. Parigi è una capitale globale, facilmente raggiungibile da ogni continente, con infrastrutture alberghiere e di trasporto abituate a flussi turistici ben più imponenti di quelli generati da una fiera del vino, per quanto importante. La manifestazione non “pesa” sulla città come accade in realtà più piccole, dove l’impatto logistico può diventare un fattore critico. Qui tutto appare più fluido: collegamenti, ospitalità, servizi. Anche questo conta nelle scelte degli operatori.

Non è un caso che molti osservatori parlino apertamente di un progressivo sorpasso nei confronti di ProWein Düsseldorf. Negli ultimi anni la fiera tedesca ha perso centralità e appeal internazionale, mentre Parigi ha saputo intercettare un nuovo equilibrio europeo, forte anche della naturale attrattività della Francia come patria storica del vino. Wine Paris non è più un’alternativa: è, per molti, il nuovo riferimento.

E tuttavia il successo della manifestazione non elimina alcune criticità, soprattutto per quanto riguarda la presenza italiana. Tra i corridoi si è percepito un certo malumore per il posizionamento in padiglioni considerati secondari o logisticamente meno favorevoli. L’Italia, pur rappresentando uno dei principali esportatori mondiali, non sempre ha avuto la visibilità coerente con il proprio peso specifico.

A ciò si aggiunge una voce che circola con insistenza tra gli espositori: la possibilità, per la prossima edizione, di concentrare la presenza italiana in un unico grande padiglione collocato però al di fuori del corpo principale della fiera, con la necessità di uscire e rientrare da un lato opposto del quartiere espositivo. Il tema è particolarmente sensibile perché già in questa edizione l’Italia è stata divisa tra due padiglioni molto diversi tra loro: il 5, su due livelli e in posizione strategica, proprio in corrispondenza di uno degli ingressi principali, e il 2, più defilato, ribassato rispetto ai flussi principali, meno visibile e percepito da molti come una soluzione “di ripiego”, poco curata e logisticamente penalizzante. Una soluzione che, se confermata e ulteriormente marginalizzata in futuro, aprirebbe una riflessione non solo simbolica ma concreta sul rapporto costi-benefici della partecipazione e sul reale peso attribuito al sistema Italia all’interno della manifestazione.

Wine Paris funziona, cresce, attrae. Ma per l’Italia la sfida non è soltanto esserci: è esserci nelle condizioni giuste. Perché in una fase in cui il mercato internazionale è più selettivo e i budget fieristici sono sotto pressione, anche il trattamento riservato ai principali Paesi espositori diventa parte integrante della valutazione strategica. Parigi oggi è il centro del gioco europeo. Resta da capire a quali condizioni e con quale equilibrio tra protagonisti.

 

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