La cantina si trova lungo la provinciale Lauretana, percorsa da chi attraversa la Val di Chiana provenendo dalla superstrada che collega Siena a Perugia, ed è debitamente segnalata. Ma non è una struttura appariscente, e caso mai brilla per aspetto e dimensione domestica. Così l’appassionato di vino scafato può immaginare che la sosta non condurrà a una visita professionale e inappuntabile, bensì a un’esperienza almeno altrettanto immersiva, dove l’accoglienza familiare e il contatto umano contano almeno quanto le caratteristiche organolettiche dei vini.
E la famiglia che ti accoglie è poi una giovane coppia, di compagni di vita, che se non prenoti in anticipo (che poi sarebbe una forma di rispetto, ma a volte ci sta di seguire l’ispirazione del momento) trova comunque tempo da dedicarti e raccontarti dei propri sogni e paturnie, magari, impegni permettendo, in un contraddittorio che pare una versione posata di Sandra e Raimondo: sembra che lo scontro sia sempre lì lì per esplodere, ma viene evitato da comprensione e amore profondi. Come in una commedia di Eduardo, un “Sabato, domenica e lunedì” alla chianina maniera.
Sì perché lui, Luca, non solo possiede l’azienda di famiglia, la vive e la lavora con un’intensità commovente: chiama praticamente le piante per nome e motiva scelte agronomiche ed enotecniche a ragion veduta, e alla fine ti dà l’idea di aver tutto sotto controllo. E poi c’è lei, Elisa, che poi è quella che ha fatto gli studi di enologia: precisa e puntigliosa, sa perorare le proprie ragioni finché l’interlocutore non ha esaurito gli argomenti. L’ossimoro della fermezza gentile, dell’autorevolezza a voce bassa e con l’espressione sorridente.
Son buffi in qualche modo: alle porte di Cortona, lui non vuole (vorrebbe) saperne di Syrah, che invece a lei piace. E pur di farne almeno un po’, con vigne piuttosto nuove piantate alla bisogna, sopporta la passionaccia di lui per i cabernet, presenti in purezza, oltre che in assemblaggio in un vino di ricaduta dove fa capolino pure il sangiovese, anche quello non esattamente amatissimo, ma considerato imprescindibile un po’ come la morte e le tasse.
Una cosa su cui vivaddio concordano è evitare i vini muscolari, le derive esibizioniste di alcune etichette anche limitrofe: la vulgata cortonese fortunatamente d’altra parte quello suggerisce. Un comprensorio che ha rifinito il celodurismo monolitico dei primi Syrah toscani fino a distillarne un profilo più transalpino: come una giovane donna in ottima forma fisica che non si perde una lezione di pilates in palestra, ma che dà il meglio di sé in un tailleur di Chanel.

Tale ricerca di finitezza, elegante senza essere antipaticamente precisina, si è sviluppata anche a Iviti, solo più con altri vitigni. Il Syrah (degustato il 2023, ma la prima annata è stata solo il 2020, a Cortona!!) in quanto tale è una versione inconsueta, che non ha visto legno per l’affinamento e brilla per una sottigliezza che non è scarna magrezza, bensì voglia di slanciarsi, magari ad accompagnare una passeggiata in vigna, e pure in un assolato pomeriggio estivo. Perché le pendenze non sono scoraggianti, spesso una fresca brezzolina accarezza la Val di Chiana, e gli aggraziati ondeggiamenti collinari ne ritmano il fondo come onde di mare lungo (per i terrigeni: son quelle onde che sollevano il tuo traghetto per un intervallo di più secondi e poi lo riportano giù, mentre il tuo stomaco insegue a breve distanza, e tu ti domandi chi te l’abbia fatto fare…).
A farsele a piedi, non ci sono erte maligne, uno stagno provvidenziale (anche per l’irrigazione!!) ti gratifica di un’inattesa sensazione di fresco, qualche albero d’alto fusto piazza in posizione strategica degli spots di ombra. La teoria dei filari non ha niente sullo sfondo a spezzarla, così sembrano anche più lunghi di quanto non siano in realtà. Le gemme di Cortona e Montepulciano si stagliano a mezza costa in lontananza. In effetti un bicchiere di vino in mano ti aiuta a ricordarti perché sei lì, perché ci staresti a prescindere.
Appunto, i vini: detto del Syrah, ecco un bianco “tradizionale” (trebbiano, grechetto e malvasia) che ha riposato sulle fecce fini senza appesantirsi, gastronomico per sapidità e sferzata acida integrata nella polpa. Il cabernet sauvignon esce come Cortona DOC e ci fa capolino il taglio di un 15% di cabernet franc, alla bolgherese maniera: il confronto tra i millesimi ’18 (che qui è stato più caldo) e ’19 in anteprima evidenzia il sostanziale garbo di un’interpretazione che attrae per estrazione tannica molto misurata, perseguita anche con una vendemmia non certo anticipata (metà ottobre) per poter contare su bucce mature. In questo quadro se ne giova l’anteprima del più fresco 2019, davvero elegante.
Il fatto che la qualità delle uve sia esaltata da una mano felpata in cantina risalta ancora di più con il cabernet franc in purezza, vitigno che notoriamente esige scelte vendemmiali oculatissime per non “spanciarsi” in difetto di acidità. Ci è stato proposto un 2017 che è già un magnifico risultato in un’annata disgraziata e sommamente inadatta per una varietà con queste problematiche, che riesce a non essere né surmaturo, né troppo strappato nella trama tannica (con qualche inevitabile rugosità), né già irrimediabilmente evoluto. Un magnifico salvataggio del salvabile, e scusate se è poco.
Gran finale con un 2020 ovviamente ancora in divenire. Peccato la produzione confidenziale figlia di una selezione feroce (e il prezzo va di conseguenza, ma la qualità deve essere giustamente retribuita): è un vino reattivo, saporito, largo, con una bella presenza di frutto nero che si distende in souplesse, stemperandosi in un tratto balsamico sul fin di bocca, con un profilo che non può far pensare alla Loira. E così, da Cortona il modo di fare un viaggetto verso lidi enoici transalpini declinati con una personalità tutta chianina lo si trova sempre…
Italianità ribadita in un delizioso pranzetto gentilmente offerto durante il quale le etichette proposte hanno dimostrato la propria validità ben al di là della speciosa analisi meramente degustativa. In parole povere: vanno giù benissimo, e le bottiglie sono evidentemente difettose, bucherellate al punto di svuotarsi anche TROPPO facilmente. Compresa una chicca finale in dolcezza che non ho acquistato solo perché la mia cantina personale straborda di vini “da meditazione”. Quando mediterò, poi…
Col minimo di esperienza che mi sono costruito nel tempo, e che i miei quattro lettori gentilmente mi riconoscono, mi sento in grado di affermare che certi risultati si conseguono solo con una cura che non può prescindere da un innamoramento vero. A volte sfocia in mania, a volte in una brutale anarchia. Ma come sempre, ciò che conta è il risultato. E da questo punto, i nostri quasi epigoni chianini di Sandra e Raimondo possono essere fieri di compongono le loro divergenze. I loro vini affratellano, e sintetizzano.

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa.
Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana.
Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.









