Incontri insoliti a Parigi: Ca’ Rugate e il vermouth che viene dall’Amarone

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Ci vuole un certo coraggio, a Parigi, per portare qualcosa di nuovo. Il mercato del vermouth artigianale è affollato, le narrazioni botaniche si assomigliano, le bottiglie si moltiplicano. Eppure, avvicinandomi allo stand della cantina veronese Ca’ Rugate, più che le loro ben note produzioni enologiche la mia attenzione è stata catturata da una bottiglia insolita, la cui etichetta recitava: «Vermouth di Amarone della Valpolicella». Il nome, esplicito e senza fronzoli, racconta l’idea di Michele Tessari, quarta generazione della famiglia che guida l’azienda di Montecchia di Crosara. L’intuizione, come spesso accade per le cose buone, viene da lontano: anni di osservazione delle erbe officinali sulle colline della Valdalpone, sulle orme di don Luigi Zocca, il “prete da Sprea” che nell’Ottocento aveva trasformato l’Alta Val d’Alpone in un piccolo orto medicinale. E poi, in parallelo, la riscoperta globale del vermouth come categoria degna di attenzione.

La vera scommessa è qui, e vale la pena soffermarci. Nel vermouth, il vino base costituisce circa l’ottanta per cento della bottiglia: tutto il resto — erbe, spezie, alcol, zucchero — lavora su quel fondamento. Scegliere un Amarone della Valpolicella DOCG come punto di partenza significa partire da un vino strutturato, ricco, con una personalità fortissima, ma, sicuramente, di grandissima qualità. È una scelta che poteva risultare oppressiva, che avrebbe potuto schiacciare le botaniche invece di dialogare con loro. Non è andata così.

Al naso, l’Amarone non sovrasta: fornisce sostanza, una profondità di frutto scuro e di spezia che fa da sfondo ad un sapore che poi si distende in maniera ricca e stratificata. Le quarantasei erbe della Lessinia — artemisia, luppolo, coriandolo, salvia, sambuco, tra le tante — si muovono in primo piano con una pulizia inaspettata. Una prima estrazione riguarda gli oli essenziali, poi si è lavorato in infusione di questi. L’ho assaggiato liscio, a circa nove gradi, come suggerito (ma è perfetto anche con un paio di cubetti di ghiaccio per un fresco aperitivo). L’attacco è morbido, con una dolcezza contenuta che non stanca. Il centro bocca apre su note agrumate e balsamiche, con un amaro gentile che non graffia ma scandisce il ritmo. La chiusura è lunga, con un ricordo di incenso e di erbe secche che rimanda inequivocabilmente alla montagna. La persistenza è notevole — uno dei tratti più convincenti dell’intero assaggio. Il lavoro del meticoloso si vede soprattutto nell’equilibrio tra le componenti: non c’è nulla che prevarichi. La struttura dell’Amarone regge senza appesantire.

C’è un aspetto che merita di essere segnalato al di là della valutazione organolettica: questo vermouth può rappresentare una risposta concreta (seppur di nicchia) a un problema reale che molti produttori di Amarone si portano dietro da decenni. L’Amarone è un vino da meditazione, per definizione un po’ esclusivo, legato a occasioni particolari. È una grandezza che, talvolta, rischia di diventare un limite commerciale. Ca’ Rugate non ha abbassato il prodotto per renderlo più accessibile: ha trovato un formato diverso in cui l’Amarone può esprimersi in modo diverso, senza tradire la propria natura. Un “esercizio di stile”, all’apparenza, ma se poi in un anno se ne fanno già 10mila bottiglie allora le cose vanno viste anche da un’altra prospettiva…L’etichetta, disegnata dall’illustratrice Annalisa Bollini con un tratteggio a matita, completa il quadro senza essere ridondante. L’opera originale è esposta in cantina: un gesto che mi appare più di coerenza, che di mero marketing.

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