Nella storia vitivinicola e non della famiglia Monchiero c’è molto dell’Italia contadina del dopoguerra e delle scelte di vita di coloro che si affacciavano su quei tempi nuovi; in questo caso, una storia radicata nel territorio delle Langhe che molti anni dopo sarebbe diventato prezioso. Il nonno di Vittorio Monchiero (che ci sta di fronte e guida questa cantina insieme alla moglie Daniela, anch’essa di famiglia “vignaiola”) iniziò con un piccolo vigneto a La Morra, anche se tutto ciò che è venuto dopo ebbe la sua vera origine negli investimenti in termini di lavoro e di risorse che fece assieme ai suoi quattro figli nella cascina dove erano mezzadri a Castiglione Falletto. Due di loro, Remo e Maggiorino, il padre di Vittorio, scelsero di non emigrare e alla fine si trovarono ad avere in mano le redini dell’azienda agricola che, con intuizione felice, da allevamento di bestiame nel 1954 divenne cantina vinicola.
Il primo Barolo arrivò nel 1971 e riusci a farsi conoscere grazie all’aiuto di un importatore amico dei Prunotto. Negli anni 80 fu costruita la cantina e nei 90 Vittorio attraversò con la barra dritta il decennio del rilancio definitivo del vino italiano, quello delle trasformazioni e delle prese di coscienza, compresa la nuova consapevolezza che era necessario adeguarsi a standard di qualità alti in fatto di cura della campagna, dell’igiene in cantina, fino alla formazione dei Consorzi di tutela che vigilassero sul prodotto.
Un altro snodo fondamentale è arrivato di recente in corrispondenza di un nuovo momento di svolta della storia mondiale, l’uscita dalla pandemia che dopo il 2020 ha coinciso con l’immissione della determinante energia fresca della nuova generazione dei figli Luca e Stefano. Un impulso non solo produttivo ma anche “culturale”: ecco quindi la lotta integrata in campagna, l’uso oculato dell’anfora per l’affinamento di un Moscato secco e di un Langhe Nebbiolo le cui uve provengono dalla terra che va da Alba in direzione Roero (dove viene prodotto anche un Langhe Arneis) la cui composizione calcarea e argillosa lo rende diverso sia dai vini del Roero,sia dal Nebbiolo d’Alba del vecchio podere del nonno a La Morra che una componente sabbiosa rende più “pronto” a causa di un tannino più defilato.

Nel crinale di Castiglione Falletto, dove c’è il cuore dell’azienda, i vigneti hanno tre (ottime) esposizioni: a est il Pernanno, a sud-est il Rocche di Castiglione e a sud-ovest il Montanello, quello della cascina della mezzadria che fu meritoriamente riacquisito. Poi, dalla famiglia di Daniela proviene una vecchia vigna in zona Treiso che contribuisce con un Dolcetto d’Alba.
Veniamo agli assaggi: il Moscato Quattro Filari, che soggiorna due mesi in anfora, esprime toni di agrume maturo e mela freschi e penetranti sia al naso che in una beva che pulisce la bocca e che termina con un lungo retrogusto leggermente biscottato. Il Dolcetto d’Alba 2025 mostra un naso ampio che sorprende per la freschezza e la finezza dei suoi toni di ribes nero con rimandi boschivi. Leggero in bocca, succoso, sfoggia bella energia nel finale. Il Langhe Nebbiolo 2024, un anno in botte grande, esprime un frutto rosso maturo e note speziate, e in bocca si contraddistingue per larghezza, leggerezza e freschezza nella lunga scia fruttata che segna il finale.
Il Barolo del Comune di Castiglione Falletto 2022 (9mila bottiglie prodotte) prende le uve della parte più meridionale del vigneto Pernanno che ha una buona percentuale di argilla nella sua composizione. Ha un naso profondo e maturo su note di frutta rossa e spezie, e una beva solida e compatta, potente e saporita.
Il Barolo Rocche di Castiglione 2022 (6mila bottiglie prodotte) proviene da un vigneto più alto e dalla composizione più “leggera” dove strati sabbiosi attraversano in profondità le marne. Una simile maturità dei toni raggiunge il naso stavolta con un respiro diverso, di grande ampiezza; in bocca emerge una espressività giovanile in una beva vellutata che si allarga e si rinfresca succosa nel finale.
Nel Barolo Rocche di Castiglione 2021 l’annata più fresca regala un frutto rosso leggiadro, luminoso, e una quasi impalpabile leggerezza di una beva setosa e succosa, che va in progressione con un dinamismo avvincente e che chiude con un finale larghissimo.

Scrive di vino, gastronomia e agroalimentare di qualità. Assieme a Luca Bonci ha fondato nel 1999 L’AcquaBuona. Direttore editoriale, gestisce le relazioni con i lettori e con la stampa. È membro dell’ASA (Associazione Stampa Agroalimentare)









