Il ciliegiolo è un vitigno che conosco poco, come del resto il 100% delle altre varietà di uva, italiane e straniere. Nonostante alcuni decenni di onorato servizio nel campo della cosiddetta critica enologica, le mie nozioni di ampelografia sono rudimentali. Ho sempre ammesso non soltanto di non essere un agronomo né un ampelografo, il che è ovvio, ma anche di non avere particolari curiosità sulla forma – trilobata, pentalobata, etc – delle foglie di una vite, sui sistemi di potatura, sulla percentuale di pruina nell’acino, sulla morfologia del rachide e del pedicello, sul problema dell’acinellatura, e via andare.
Giorgio Gallesio (1772-1839), patriarca della pomologia italiana, non mi rivolgerebbe nemmeno la parola.
Per questo, quando in tavola arriva un rosso a base di ciliegiolo, mi si attivano gli stessi, stanchi circuiti neuronali: “note di pepe”, “sa di pepe perché è ricco di rotundone”, “mi ricordo quando ho bevuto i miei primi rossi da ciliegiolo vinificato da solo, soprattutto quello di Sassotondo”, e subito dopo “eh, saranno passati trent’anni”; e qualche altro mozzicone di pensieri sparsi.
Come alle altre uve, italiche e non, faccio un torto al ciliegiolo. Il buon Giampaolo Gravina ha provato molte volte a coinvolgermi nel suo entusiasmo per i vini prodotti da questa varietà, proponendomi a più riprese di seguirlo nei sopralluoghi in vigna e in cantina a Narni o in Maremma. Ma io no, “duro come le pine”, come dicono i toschi.
Rimpiango questo atteggiamento di recalcitranza asinina, mi sarei divertito – come sempre con Giampaolo – e avrei magari capito qualcosa di più sul ciliegiolo.
Fatto sta che, bevendo il Ciliegiolo Le Gruzze della firma artigianale Litàn (Riomaggiore, Cinque Terre, Italia) le mie limitate coordinate critiche hanno ceduto subito – e volentieri – il passo al semplice piacere del bevitore. I migliori rossi da ciliegiolo condividono, prima ancora che le solite note speziate, una vitalità del frutto che ingolosisce e spinge al sorso successivo.
Questa versione ligure ha diversi pregi: libertà espressiva, semplicità (a tavola inizio a essere infastidito dai vini “complessi”, “monumentali”, “ricchi di strati infiniti di aromi”: voglio bere e basta), scorrevolezza, discreto tocco tattile, timbro del frutto maturo ma non surmaturo. Il finale, delicatamente caldo, mantiene comunque un discreto slancio.
Non ho preso nota dell’annata, è una bottiglia che stazionava in cantina da qualche anno. Ennesima conferma che un buon Ciliegiolo è sempre un valido compagno della tavola.
___§___

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









