
Nel settembre di due anni fa ho pubblicato qui ne L’AcquaBuona un post sul progetto Brix (antico nome di Brisighella, cittadina romagnola che ospita l’associazione Brisighella Anima dei Tre Colli, sodalizio che intende valorizzare soprattutto l’interpretazione dell’albana). Data la mia ormai assodata riluttanza ad approfondire qualsiasi argomento, specie se di natura enografica, mi sono basato su impressioni superficiali di assaggio, suggestioni del momento, appunti sparsi, per arrivare a conclusioni rigorosamente provvisorie.
Come infatti ammettevo, direttamente nel testo:
“In assaggio le Albana hanno mostrato caratteri simili – una significativa energia e spinta dei tannini – e tratti differenti: maggiore o minore peso estrattivo, silhouette più polpose e “larghe” o figure più slanciate e longilinee, più reattive grazie a una decisa corrente acida (e a qualche accensione volatile qua e là: per me piacevole e mai sopra le righe). (…)
Il punto però non era – e non mi pare sia – fare confronti qualitativi, ma cercare di capire cosa renda peculiare e unica l’Albana, cosa sia da conservare nel portato storico e cosa sia da migliorare. Personalmente ho afferrato confusamente che lo snodo stilistico forse decisivo è interpretare la cospicua dote tannica del vitigno. In conversazioni a latere alcuni vignaioli mi hanno confermato il loro entusiasmo per la ricchezza tannica dei loro vini, altri hanno precisato che la loro ricerca è nel ridurne l’esuberanza polifenolica e di esaltarne la dinamica.”
La lettura della recente e valida monografia sull’Albana firmata da Giovanni Solaroli mi ha dato qua e là alcune conferme che si tratti di un vino caratteriale (quale non lo è, del resto?): scorbutico e astringente se lavorato senza delicatezza; leggerissimo, anemico e diluito se le sue fondamenta tanniche – e più in generale estrattive – vengono buttate a mare in vinificazione. Tra queste due polarità oscilla la grande maggioranza delle Albana che ho bevuto negli ultimi tre decenni.
Rare le bottiglie che trovano un punto di convergenza tra sapidità aggrappante, mineralità pietrosa, vivacità agrumata e polpa di frutto. Bene: l’Albana di Romagna Delyus 2024 di Elisa Mazzavillani, della madre Marta Valpiani e del compagno di Elisa, Silvio, mi pare proprio un esempio virtuoso di questa quadratura del cerchio, dopo anni di accerchiamento del quadrato. Il vino è proprio così: sapido senza essere salato, minerale senza essere roccioso, agrumato senza essere citrico, fruttato senza essere dolciastro.
Mi scuso per il fatto di citare con – quasi – cronometrica frequenza i vini di Elisa e Marta nelle mie recensioni: non sono pagato dall’azienda (anche se ho chiesto loro ripetutamente delle bustarelle, senza successo… non ci sono più quei bei produttori elargitori di tangenti di una volta, ahinoi). Semplicemente annoto che la gamma dei vini sta trovando una qualità e una costanza davvero ammirevoli.
___§___

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









