Universo Sardegna/3: Sulcis. Il mare, come ultimo limite

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Ci sono luoghi dove fare vino è, molto semplicemente, spettacolare. L’abusata espressione “viticoltura eroica” ha più di un’accezione: non solo le impervie pendenze della valle del Douro, della Mosella o, più “domesticamente”, della Valtellina, delle Cinque Terre o della Costiera Amalfitana, ma anche vigne centenarie ad alberello, dalle rese minimali giustificate solo dalla passione di chi le coltiva, che sfidano un terreno dove non si può camminare perché vi si sprofonda come nelle sabbie mobili, con i filari il cui ultimo limite è il mare, perché si spingono fino alla battigia (e forse l’acqua salata penetra nella sabbia fino a raggiungere le radici? Forse non è un leggenda, nemmeno gli agronomi lo escludono).

E’ il caso del Sulcis, e dell’isola di Sant’Antioco in particolare, dove questi monumenti a piede franco, e il coraggio di credere nella qualità che essi consentono, hanno reso dignità a un vitigno come il carignano, arrivato in epoche remote, forse addirittura dall’Egitto portato dai Fenici, e di conseguenza strettamente inerente una cultura contadina anche di produzione familiare.

Una volta era apprezzato solo per le alte rese e il vigore che conferiva a numerosi vinelli del nord, troppo scarichi per fare onore al loro blasone. Molto, allo scopo, finiva addirittura dai cugini francesi, che si approfittavano della generosità sarda contemporaneamente espiantandolo dal Languedoc e dal Roussillon, non credendo nel suo potenziale qualitativo.

Così la produzione del comprensorio è passata dai 100.000 quintali del vino venduto in cisterna ai 10.000 attuali, anche in forza del disciplinare di una denominazione che (diciamo adesso) provvidenzialmente ha imposto vinificazione e imbottigliamento rigorosamente nella zona di produzione. E ha previsto tre tipologie: un Carignano annata quasi sempre prodotto in acciaio (e non è un problema, perché qui le vigne vecchie sono vecchie per davvero, e addolciscono la trama tannica!); una Riserva che richiede due anni di cantina; e un Superiore che abbassa le rese per ettaro consentite ai livelli del Passito (e molti sono comunque al di sotto: dopo tutto, una vigna a piede franco di 70 o magari 100 anni non è che produca tanto…). Ne conseguono così potenziali di evoluzione ultra-ventennali, in forza di un’incredibile salinità e di un’acidità impressionante.

I vertici qualitativi del territorio vengono raggiunti non solo da piccoli produttori scopertisi veri e propri garagisti, ma anche -udite udite- dalle cantine sociali, protagoniste nell’intelligenza di coinvolgere enologi di vaglia (in primis, un certo Giacomo Tachis…) al fine di valorizzare una varietà di cui sono state capaci di intravvederne il potenziale. Lo ribadiamo perché si tratta di qualcosa di straordinario, in quanto che avvenne quando i cosiddetti grandi vini italiani, riconosciuti come tali a livello internazionale, erano una pia aspirazione in Piemonte e in Toscana, figuriamoci in Sardegna.

crediti Roberto Matzeu

L’appassionato avveduto potrà scegliere tra etichette ormai iconiche, come il Terre Brune della Cantina di Santadi, di cui può capitare, se si è fortunati, di assaggiare un 2002 (annata niente male in Sardegna!) dalla vitalità abbacinante. Oppure chicche difficilmente reperibili di piccoli produttori che stanno valorizzando con perseveranza le vecchie vigne di famiglia. Non abbiate timore di sperimentare un’annata con qualche anno sulle spalle, il vino e le vigne sono tali che il tempo li può solo ulteriormente migliorare. E a proposito, i prezzi sono commoventi per la qualità espressa, e ditelo pure in giro, che i produttori del Sulcis e della Sardegna tutta, prima o poi, dovranno pure rivendicare adeguata remunerazione per la qualità che sono in grado di offrirci.

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Enrico Esu, Carignano del Sulcis DOC Nerominiera 2019: Il Carignano passa per essere vitigno dal tannino perennemente incavolato. Ma non ci devono aver detto tutto: perché qua, intanto una sfumatura di rubino di esuberante gioventù introduce un olfatto ove le diverse sfumature giocano a rincorrersi, dall’iniziale, opulenta massa di frutto nero, alle nuance di cola e pepe, a un coté floreale che si dispiega con l’ossigenazione; e il tutto si ripropone coerentemente al palato, agevolato nella sua godibilità da un contrasto acido pimpante, ma soprattutto sostenuto da un’impalcatura polifenolica dalla presa imperiosa ma non triviale: tanto tannino sì, e assertivo pure, ma mai triviale, e anzi di indispensabile ausilio nel sostenere la spedita ripartenza del frutto da centro bocca in avanti, verso un lungo finale ove dolcezza e volume del sorso sono tutti da godere.

Sardus Pater, Carignano del Sulcis DOC Riserva Is Arenas 2018: quando le vigne si esprimono in termini di eleganza, anche in forza della loro veneranda età, l’annata teoricamente problematica diventa un’anomalia statistica nell’archivio dei dati meteorologici. Poiché questo vino è paradigmatico di ciò che il Carignano può essere, anche se molti dei cosiddetti esperti ancora non lo hanno compreso: la mora matura si sposa in modo accattivante alla macchia mediterranea, e i francesi le chiamerebbero garrigue. E la suadenza del sorso non teme confronti con millesimi incensati per la loro maturità, pur in un contesto relativamente più sottile e ficcante di, per esempio, un 2016. E’ quindi quasi un bene che il tannino mostri momentaneamente la leggera scontrosità tipica della gioventù: fa da pendant, e la beva è sciolta e perfettamente equilibrata.

Cantina di Santadi, Carignano del Sulcis DOC Superiore Terre Brune 2002: diamo ufficialmente il benvenuto al Sulcis nel novero dei grandi (leggi: GRANDI) territori del vino del Bel Paese. Sia pure che il 2002 in Sardegna ricade tra i millesimi fortunati, anche se questo stupirà il resto della penisola. Ma senza tema di perdere la scommessa, si può sfidare qualunque etichetta delle denominazioni più blasonate, qualsivoglia Nebbiolo o Sangiovese o altro, a portarsi vent’anni e più di onorata carriera con cotanta disinvoltura. Nessun segno di cedimento qui, a partire dall’abbacinante aspetto giovanile del suo colore, all’integrità del frutto presente all’olfatto. Il palato è volumico ma disinvolto nella sua progressione, la freschezza è integrata nel corpo non indifferente, la tessitura tannica carezzevole, con qualche leggera asperità nel lungo finale, ove la mora matura e il cioccolato si distendono su un tappeto di spezie, sostenuto da una impressionante spina dorsale sapida. E così un vino di vent’anni, non è scarno ma opimo, fluisce verticale e al contempo polposo. Considerazioni finali sulla scheda di degustazione dei sommelier: “Ad averne!

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Crediti fotografici gentilmente concessi da Sardus Pater

 

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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