Il vino e il tempo (elzeviro)

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Quello del vino con il tempo è un rapporto che ha contribuito a creare leggende, e contemporaneamente fazioni l’un contro l’altra armate, a discettare più o meno dottamente se un grande vino sia solo quello che può evolvere bene (e per favore smettiamo di dire “invecchiare”, che questa locuzione peggiorativa è veramente disarmante), e se abbia senso aprire bottiglie di conclamata fama – e di un certo impegno economico- anche all’inizio della loro parabola vitale, vera o presunta. Questioni che peraltro potrebbero essere risolte facilmente con un poco di elasticità mentale, tanto più che stabilire una regola sempre applicabile è palesemente una illusione.

La mia personalissima opinione è quella di un bevitore abbastanza fortunato da aver assaggiato più della media per quantità e varietà, e certamente colpito dalla fascinazione che emana da chi sperimenta una grande bottiglia che ha passato bene i suoi anni, ça va sans dire in condizioni ideali di conservazione. Ebbene, sulla base della mia esperienza, ritengo che oggi i vini che sanno affrontare gli anni a decine con nonchalance si contino sulla punta delle dita di una mano.

Possono essere certamente molto gratificanti, in termini di complessità aromatica, di velluto tannico (ovviamente nel caso dei rossi) e di equilibrio complessivo. E’ innegabile peraltro che solo in casi particolarmente fortunati (e rari, e sovente costosi) ciò non avvenga a scapito della croccantezza del frutto o di una leggerezza gustativa (nonostante un corpo spesso non indifferente) fatta anche di freschezza.

In realtà si potrebbe accettare senza remore il fatto che, per numerose denominazioni italiane, e tanto più in tempi di global warming come questi, in cui certe acidità prorompenti e certi tannini giovani e ruspanti sono reliquie del passato, sussistano un bel numero di etichette che dopo una decina d’anni di vita piacciono per compiutezza, equilibrio e fragranza di frutto, con accenni di terziarizzazione che già arricchiscono il ventaglio aromatico. Ma che attenderle ulteriormente alla ricerca dell’araba fenice del vin de garde perfetto, con tutti i rischi di conservazione che ciò comporta, rischi di sconfinare nella gerontofilia.

Tanto più che quando di un vino si dice che “regge ancora bene”, spesso è come una foglia di fico che nasconde il fatto che si è in verità oltrepassato il momento ideale per stappare quella bottiglia. L’attesa dell’occasione speciale per condividerla spesso si prolunga a oltranza, e si dimentica che se in un certo arco di tempo, diciamo un anno, quella benedetta occasione non riusciremo a trovarla, probabilmente qualche domandina nel merito alle nostre frequentazioni conviviali dovremmo pur porcela…

Qualcuno potrà obiettare che questo mio atteggiamento apparentemente cinico dipenda dal fatto che il sottoscritto riveste il ruolo della volpe che disprezza l’uva che non riesce a cogliere (leggi bottiglie che richiedono una disponibilità economica al di là delle mie possibilità, e che ribalterebbero la mia concezione della soddisfazione che un grande vino adeguatamente evoluto può regalare). Può essere. Per mia fortuna però qualche grande etichetta ho avuto la ventura di incontrarla: certo nell’approcciarla ho dovuto scontare una certa dose di timore reverenziale, o l’aspettativa legata al “grande evento”. O magari certi vini mi sono dovuti piacere per forza, visto che mi consideravo privilegiato per il semplice fatto di averli potuti assaggiare. Sono il primo a dire che nonostante la mia cura nell’evitarli possa aver subito un certo tipo di condizionamento. Posso solo assicurare che l’aspirazione all’obiettività nel giudicare ciò che degusto o che bevo in compagnia, al di là delle circostanze, già da lungo tempo non mi viene mai meno: più che una deformazione professionale, ormai è un vero e proprio riflesso condizionato.

Tutto questo per riaffermare che le mie considerazioni di cui sopra posso permettermi di farle a ragion veduta. E che esse valgono a mo’ di contestualizzazione del racconto di una degustazione verticale cui ho partecipato di recente e che ha trasceso il rapporto tra vino e tempo, trascolorandolo nella relazione tra vino e STORIA. Molto modestamente tenterò di darne conto, prossimamente, su L’AcquaBuona.

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Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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