La personalità di Simone Biliorsi, vignaiolo autentico e autoctono di Montalcino, è fortemente influenzata dall’umiltà. Governa con messianico rispetto e sano pragmatismo una vigna assai piccola (5 ettari) che in realtà sono due: la prima sta alla Fornacina, sede della cantina e della casa avita, disposta sul costone nord orientale di Montalcino fra argille e galestri, antica terre di fornaci che si avvantaggia dei suoi 400 metri di quota e della vicinanza di un bosco; l’altra sta a Cava dell’Onice, a Castelnuovo dell’Abate, quindi nel versante sud dello scacchiere vitato ilcinese: uno scrigno di alabastri dai suoli scistosi, ricco di microelementi minerali.
Fornacina è stata fra le primissime cantine di Montalcino a fregiarsi della certificazione biologica, in tempi in cui qui nessuno ci pensava. Prima di lui solo Salicutti, e poi non so.
Il pezzo migliore di questa storia sono i vini, in special modo il Brunello di Montalcino, di ammirevole coerenza e riconoscibile identità. Aulici e rigorosi, concreti e terragni, fanno della inesauribile propulsione sapida-minerale la loro ragion d’essere e la loro fonte di distinzione. E poi gli umori, gli umori di cui si intridono, fra ghianda, sottobosco e alloro, da sempre la loro firma.
Il Brunello 2018 si muove su questi registri. Semmai l’annata “docile” gli ha portato in dote una maggiore capacità di dettaglio e una ampiezza di trama particolarmente rilassata, limandone la tipica scorza austera, sia pur restando fedele alla consueta rigorosa sua espressività.
Qui in fondo è dove la saldezza si schiude in sapore, sapore autentico, sapore che resta. Come questa storia, una storia di dedizione e impegno, senza prosopopea e senza compagnie cantanti: piccola e pura, di una bellezza semplice.
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Contributi fotografici dell’autore
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Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.















