Masari e la Valle dell’Agno

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Ho conosciuto Massimo Dal Lago quando era l’enologo di Fausto Maculan – che proprio quest’anno ha compiuto il mezzo secolo di un’onoratissima carriera – e poi nei primi anni di vita della sua cantina, fondata nel 1998 con la moglie Arianna Tessari, originaria di Soave, e chiamata Masari unendo in una crasi, come nel loro progetto di vita, le iniziali dei loro due nomi. Incontro nuovamente Massimo durante un pranzo di metà giugno presso il ristorante Liberty di Milano. Classe 1970, dopo il diploma di perito agrario, Massimo consegue la laurea in tecnologie alimentari con specializzazione in viticoltura ed enologia presso l’Università di Milano, frequenta dei master in quella di Bordeaux e fa un’esperienza in California nel 1995 prima di approdare alla corte di Maculan, dove rimane dal 1996 al 2006.

Masari si trova a Valdagno, nella semisconosciuta Valle dell’Agno, provincia di Vicenza, che se oggi è un territorio in fermento deve ringraziare l’operato pionieristico di Massimo e Arianna, i primi a investire in un’area al tempo sconosciuta e disabitata dal punto di vista vitivinicolo.

«La natura socio-economica di questo territorio negli ultimi due secoli si è trasformata, abbandonando progressivamente l’agricoltura a vantaggio del polo tessile, inaugurato ai primi dell’Ottocento dalle famiglie Marzotto e Rossi» racconta Massimo, che a Valdagno ci è nato. «La Valle dell’Agno è l’ultima di una serie di valli che partono dal lago di Garda per arrivare, verso est, alle ultime propaggini collinari della Lessinia prima della pianura. È un ambiente integro e selvaggio ai piedi delle piccole Dolomiti con isole vitate in mezzo ai boschi. L’Agno divide l’area in due versanti: sulla destra orografica, che guarda il Veronese, troviamo la Costa Nera con suoli di origine vulcanica (basalto e tufo) originati dal Monte Faldo e vocati alle uve bianche, mentre sui suoli calcarei di origine marina della Costa Bianca (versante sinistro), più alti di quota e argillosi nella parte superficiale, dimorano le uve rosse. Il tutto nel giro di due chilometri. Coltiviamo le uve autoctone e classiche della zona per una decina di ettari complessivi a certificazione biologica».

Il nome del Durello Metodo Classico Pas Dosé Leon (sboccatura del gennaio 2023 dopo tre anni sui lieviti) è un omaggio al Leone veneziano.
«La durella è un’antica varietà veneziana che oggi stiamo comprendendo di più. È stata sempre coltivata a pergola, ma l’uva, che ha un ciclo di maturazione lungo e tanta acidità – la vendemmiamo addirittura nella seconda metà di ottobre per il metodo classico – arrivava a raccolta con tempi lunghissimi che non le garantivano, anche per il ristagno dell’acqua in clima più rigido come quello del passato, la piena maturazione. Ha dunque bisogno di ridurre le produzioni, valorizzando la qualità: così siamo passati al guyot».
Ha colore brillante, sentori vulcanici, un palato di notevole succosità per un dosaggio zero, sviluppo minerale, corrente sapido-agrumata, con persistenza continua di zesta di limone e pompelmo.
«Durello come “vino che dura”. Tradizionalmente veniva vinificato con le bucce. Era ricco di catechine, polifenoli responsabili dell’astringenza. Lo si beveva con le carni».

Vinificato in acciaio, l’Agnobianco – che occupa il 40% di una produzione che si attesta intorno alle 50.000 bottiglie annue – è nato nel 2005 come taglio di garganega e durella: dall’annata 2015 il riesling è entrato nell’uvaggio prendendo progressivamente il posto della garganega fino ad arrivare al 70% dell’attuale composizione.

«Secoli addietro sulla destra orografica del torrente venivano costruite delle miniere di lignite, un carbone povero, e, data la vicinanza con l’Impero Austro-ungarico, c’era parecchia forza lavoro germanica che arrivava in valle. Tuttora sono presenti delle comunità di lingua tedesca. È probabile che la presenza del riesling si debba alla forza lavoro di un tempo. È un vitigno che si sposta con difficoltà e che ama la luce e il freddo. Abbiamo due appezzamenti nella parte vulcanica per tre ettari complessivi: un vigneto che ha 10 anni e un altro piantato due anni fa. Quando ho vinificato per la prima volta le uve di riesling di un vecchio vigneto è stata una specie di rivoluzione».

Il 2021 ha colore paglierino intenso e definito, uno spiccato carattere minerale e agrumato, espansioni d’idrocarburo e tensioni vulcaniche, un palato succoso-tonico, tagliente e sapido, con allungo prepotentemente ricco di sapore e sale. «Le due freschezze del riesling e della durella si sposano bene». Anzi, magnificamente.

Il San Lorenzo 2017 è un pinot nero prodotto attraverso una vinificazione con i raspi («Puoi farlo così solo con un’uva matura dalle rese basse: per noi 30/40 quintali per ettaro»), una fermentazione in tino di legno e un anno di maturazione in barrique, nuove per la maggior parte. «San Lorenzo è un paesino posto a 450 metri di quota sul versante sinistro, che è anche il più caldo. Il pinot nero, 4.000 metri quadrati, è esposto a est, sud-est».
Il colore è rubino intenso, il naso, contornato da un legno di qualità, offre sentori varietali e selvatici, il sorso ha pienezza, profondità, note sanguigne, erbe medicinali, componendo un assieme interessante di morbidezza e freschezza.

Il Masari è un taglio di cabernet sauvignon al 70% e di un merlot vinificato con i raspi per la rimanente parte. È il primo vino prodotto da Masari nel 1998. Fermenta in tini di legno, fa una fermentazione spontanea a temperatura controllata – «Mi piacciono lunghe, fino a 6 settimane» – e due anni minimo in barrique per metà nuove. Il 2018 presenta una veste rubino porpora, note di inchiostro, un sorso polposo, denso, ricco, dall’invitante rilievo tattile, con qualche senso di tostatura e un che di peperone nel finale.

«Al tempo non c’erano viti in giro. Siamo subentrati gestendo un vecchio vigneto. Volevamo vedere se c’erano le condizioni per fare delle cose particolari, personali».

Merlot in purezza prodotto solo in certe annate, il Montepulgo 2015 – è il nome dell’omonimo paesino – proviene da una selezione del vigneto originario di Masari posto tra i 400 e i 500 metri di quota. Vinificato con i raspi e maturato per 5 anni in legno, è di fatto la riserva della casa. Colore porpora fitto, sentori di inchiostro, grafite e prugna, palato denso, ricco, levigato, potente, con persistenza di confettura.

Poi arriva l’Antico Pasquale 2011, un passito che chiude la triade dei grandi, eclettici bianchi della casa.

«L’appassimento della durella avviene in granaio fino alla Settimana Santa, poi rompiamo gli acini disidratati con una macina a mano e mettiamo tutto (uva, raspi, bucce) a fermentare per 5 mesi in una vasca chiusa sotto riduzione. Si ottiene così una massa semi-fermentata che viene torchiata e messa in barrique per un periodo che può variare dagli 8 ai 10 anni. Da 100 chili di uva si ottengono 8 litri di vino. Da questa annata abbiamo ottenuto 1200 mezze bottiglie. Non lo produciamo tutti gli anni».

Di colore arancio intenso e luminoso, ha un olfatto che restituisce il senso fisico della concentrazione, esplodendo poi letteralmente al palato in tutta la sua invitante, viscosa densità, dispiegando note di frutta tropicale, pesca e nespola, di una nespola succosa e grassa, un paradosso permesso dall’acidità miracolosa della durella, che infonde vibrazione elettrica a questo vino rendendolo dinamico e gustoso. L’allungo balsamico e officinale è di clamorosa persistenza.

Le prime tre immagini sono fornite dai produttori; le restanti sono dell’autore

Massimo Zanichelli

Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

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Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

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