I Magnifici 16 delle Marche/1 – Bianchello del Metauro

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Nelle Marche siamo stati minacciati (sic). Ci è stato fatto presente, con tono carico di sottintesi, che se non avessimo parlato bene della nostra esperienza marchigiana, e dei vini e i produttori del Pergola DOC in particolare (ma non solo), mal ce ne sarebbe incolto… Per fortuna la nostra esperienza non è stata negativa, anzi…

L’occasione era fornita dalla prima edizione de “I Magnifici 16”, evento organIzzato dall’attivissimo Istituto Marchigiano Tutela Vini, vero e proprio Consorzio di consorzi, nato in tempi non sospetti con l’idea di unire le risorse comuni a fini promozionali e di tutela, con un orizzonte più ampio. E’ un organismo che riesce a cooptare e far convergere le istanze, solo apparentemente dissonanti, di più distretti produttivi, accomunati nel riconoscersi in un brand Marche collettivo e condiviso. Nella fattispecie, il proposito era di coinvolgerli tutti in una passerella mediatica/autocelebrativa non fine a se stessa, bensì nell’orgoglio di appartenere a una regione che niente ha da invidiare ad altri territori del vino più blasonati.

E così, numerosi addetti ai lavori più o meno esperti delle Marche sono calati in visita, come novelli Unni enofili in movimento alla spicciolata, sparpagliandosi in tutte le denominazioni aderenti all’Istituto. In un tempo necessariamente ridotto era palesemente impossibile percorrere tutta la regione: era pertanto consentito opzionare vari tours dedicati all’un vino o all’altro, e chi Vi scrive ha scelto full immersion nei meno frequentati Bianchello del Metauro, Pergola DOC e Colli Pesaresi (soprattutto) Sangiovese, ciascuno dei quali meritevole di un approfondimento. E poiché i sacri testi recitano che il bianco si beve prima del rosso (ma non ditelo in Francia), inizierò dal Bianchello.

Leggenda vuole che esso abbia contribuito a plasmare la storia d’Italia, in quanto in epoca romana i soldati dell’esercito di Asdrubale (ovvero il fratello meno dotato di Annibale), avrebbero subito una disastrosa sconfitta nella battaglia del Metauro, anche per aver ecceduto nelle libagioni del vino locale, smorzando così il loro ardore combattivo… Vero o meno il riferimento storico, il bianchello, anche noto come biancame, è un vitigno autoctono a bacca bianca fatto recentemente oggetto (tanto per cambiare) di una faticosa riscoperta anche ad opera di un’associazione di produttori a lui dedicata.

Contro di esso (essa, l’associazione intendo) cospirano alcune circostanze avverse: in primis, il nome. Se il lemma Biancame ricorda pericolosamente l’intonaco, l’altro sinonimo (che poi è anche il nome della DOC ), peggio ancora, rammenta un prodotto industriale di grande successo, associato più ai grandi numeri che non alla comune accezione che si è soliti assegnare al termine qualità. Inoltre, anche nel suo areale produttivo, il Bianchello è sempre stato concepito come “vitigno produttivo” e “vinello quotidiano”. E così, disgraziatamente, per lungo tempo non era dato trovarlo nemmeno nei ristoranti di pesce della sua zona di elezione, sfacciatamente rimpiazzato con degli anonimi Ribolla o Pinot Grigio.

Né gli ha giovato la confusione ampelografica con il Trebbiano, potenziale scusa per rese allegre e vinificazioni raffazzonate (“Tanto è un Trebbiano!”). E meno male che la supposta omonimia non è sancita dalla DOC, risalente addirittura al 1969 e recentemente modificata, estesa su un territorio che interessa tutta la vallata del fiume Metauro, su entrambi i versanti orografici risalendo fin quasi a Urbino, con relative variazioni di suoli, altitudini, esposizioni, ecc.

Il disciplinare non lesina con le produzioni per ettaro (140 q.li/ha max.), contempla un ipotetico taglio minoritario con la Malvasia Bianca (solo il 5% max.) per prendere atto della varietà colturale dei vigneti più vecchi (ma i vini sono in purezza praticamente sempre), e provvidamente prevede una tipologia Superiore che consente alle aziende di sbizzarrirsi con selezioni e affinamenti.

In realtà, il vitigno denota una sufficiente personalità: una buona acidità che ne alleggerisce la beva, la capacità di esprimere una discreta sapidità non appena il terroir lo consente, un corredo aromatico semplice ma gradevole, con delicati toni erbacei (nel senso fragrante e non acerbo del termine) e un fruttato a polpa bianca “diritto e diretto”.

Il Bianchello Superiore poi, per via delle rese produttive più contenute (max. 110 q.li/ha), non disdegna legno, fecce fini e un’uscita più ritardata, per esibire di volta in volta una più spiccata mineralità, su richiami balsamici e affumicati, e addirittura talvolta un principio di evoluzione ossidativa. Nota di merito per i prezzi commoventi, e per il loro favorevole rapporto con la qualità, che testimonia circa i risultati degli sforzi dei produttori.

Non è mia intenzione proporre un incongruo paragone con il Verdicchio: trattasi di vitigni differenti, verosimilmente dal diverso potenziale espressivo ed evolutivo, peraltro molto più diffusamente esplorato nel caso del Verdicchio, stanti anche i numeri su diversi ordini di grandezza. Peraltro, ritengo che la mia sufficientemente esaustiva esperienza con il Bianchello (22 referenze assaggiate, anche più volte, di 12 aziende diverse), mi autorizzi ad affermare che meriti una considerazione, per il momento non ancora riconosciutagli, in quanto possono scaturirne vini assolutamente gradevoli, dalla beva rilassata e senza che questo implichi banalità, tra l’altro ad un prezzo moltocompetitivo. E inoltre, questa convenienza permette di guardare con occhio di riguardo i Bianchello Superiore, tipologia in divenire per i risultati che una maggiore esperienza consentirà di conseguire, ma di sicura gratificazione per chi ricerca l’opportunità di andare al di là dell’espressione varietale, e senza svenarsi.

Al di là della contabilità spicciola degli assaggi, che nella sua pignola speciosità ritengo svilente a prescindere, segnalo alcune referenze di rilievo:

Crespaia, Bianchello del Metauro Superiore DOC Chiaraluce 2019: cantina situata nel settecentesco insediamento di Prelato, ex dimora signorile, nel comune di Fano. 10 ettari di vigna, a 3 Km dal mare e a 150 mt slm circa, condotti in biologico. Vigna del 2014 esposta a Nord, vendemmia manuale in cassette, fermentazione spontanea in acciaio con pied de cuve, nove mesi di affinamento sulle fecce fini.

La circostanziata scheda tecnica, oltre alla gradazione alcolica (13,5°), riporta, tra gli altri parametri, anche un rilevante 3,26 di pH. Di questo Superiore rimangono in listino anche annate un poco più âgé, come questo 2019, paglierino carico con una sfumatura verdolina, affumicato e balsamico con un tocco di frutta bianca, con un palato succoso ma teso, saporito (la salinità non gli fa difetto), in bella ripartenza da centro bocca su richiami floreali. Circa 10 euro in cantina, per il pubblico!

Gabriele Pagliari, Bianchello del Metauro DOC Contessa Costanza 2021: azienda familiare, e oserei dire per il momento patriarcale, anche se premono le giovani generazioni. Siamo a Montefelcino, a metà strada tra il mare e il paradiso tartufigeno di Acqualagna, su suoli sabbiosi, a una quota sufficiente a garantire una buona escursione termica. Fermentato a bassa temperatura, affina tre-quattro mesi in botte, ed era in bottiglia da un anno al momento del mio assaggio: giallo verdolino, ha un olfatto più intenso della media, floreale e vegetale, ma si riconoscono anche sentori di agrumi e  albicocca. Bocca avvolgente e morbida, di corrispondente maturità, discreta profondità sapida, buon equilibrio e ottimo allungo. Clamoroso il prezzo: ha un bel protestare il figlio, il buon Gabriele teme di far pagare troppo il suo vino, e lo vende a 5 € in cantina!!

Fiorini, Bianchello del Metauro Superiore DOC Andy 2020: citazione d’obbligo per l’azienda che più ha creduto nel Bianchello da tempi non sospetti (ben 32 ettari a lui dedicati!), e ha contribuito a farlo conoscere con tirature non confidenziali di impeccabile fattura. La gentilissima Carla Fiorini, con una formazione in enologia, prosegue la tradizione familiare di “donne del vino” (la mamma Silvana) e conduce l’azienda fondata dal nonno a Barchi, nel comune di Terre Roveresche, in mezzo a ridenti colline, alla quota già importante di 350 mt slm.

Le fa attualmente da consulente Emiliano Falsini, per un’operatività in cantina poco interventista tesa a preservare i precursori aromatici. Questa cuvée affronta una crio-macerazione, e successivamente il 20% della massa affina in legno sulle fecce fini: l’obiettivo di coniugare volume, tensione e profondità sapida è felicemente conseguito. Il colore carico tendente al dorato annuncia un naso idrocarburico, duro e puro, che svela un’altra sfumatura del vitigno; il sorso non difetta di morbidezza, ma è talmente verticale che pare più sottile di quanto in realtà non sia. Già godibile, per palati avvertiti, lascia l’impressione di avere ancora tempo davanti a sé. Anche qui, clamorosi gli 11 € al pubblico in cantina.

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Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

2 COMMENTS

  1. Le faccio i miei complimenti per l’indicazione prima del produttore poi del tipo di vino e infine dell’annata. Bibliografico!

  2. Dino gent.mo, grazie dell’attenzione dedicata al mio articolo.
    Sinceramente non c’è stata una riflessione a monte in merito al modo più appropriato di indicare i vini prescelti per la citazione.
    Probabile che, inconsciamente, abbia riconosciuto il valore del complesso della produzione di quella specifica azienda, ed allora mi sia venuto fatto di indicarla per prima. Peraltro, nelle mie note di assaggio riporto prima il nome dell’azienda e solo poi quello del vino, anche perché nei “walk around tastings” di solito si procede banchetto per banchetto, e quindi capita di assaggiare di fila tutte le referenze di interesse di uno specifico produttore.
    Mi corre l’obbligo di specificare che non è che le altre cantine presenti non avessero etichette di interesse, anzi.
    Avrei potuto citare più vini. Ma sono contrario per natura ai report di degustazione stile elenco telefonico, alle litanie di riconoscimenti, ecc. Mi piace più tentare di contestualizzare.
    Cordiali saluti e buone vacanze
    Riccardo Margheri

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