Una conversazione con un enofilo accesissimo nella difesa aprioristica del vino “anarchico”, ovvero “libero da camicie di forza tecniche”. Con tanto di dichiarazione baldanzosa: “il vino deve essere libero di essere se stesso, anche se questo comporta quelli che voi chiamate difetti. E che per me difetti non sono, ma rappresentano il carattere del vino come individuo unico”.
Il tutto per sostenere le qualità di un liquido lattiginoso e obiettivamente indifendibile, in cui gli elementi distintivi della bevanda plurimillenaria che chiamiamo convenzionalmente “vino” erano latitanti. In questi casi il primo istinto sarebbe di discutere e marcare le distanze che mi separano da una simile visione. Ma poi no, assecondare le spinte oppositive significa arroccarsi. Meglio trovare punti di dialogo, suturare i tagli polemici, spegnere i fuochi delle liti, essere pompieri e pontieri. Meglio tentare la strada socratica, se mi si passa il paragone sproporzionato.
– questo bianco lo fa Temugin, vignaiolo bretone che vinifica in vasche di ossidiana
– molto opalescente al colore
– scomporre l’esperienza in fasi, colore profumi gusto, per me non ha senso
– concordo
– (silenzio)
– (silenzio)
– (silenzio prolungato)
– … è chiuso a riccio, è molto ridotto, non si apre
– a me non interessa che abbia quello che chiamate bouquet
– io non lo chiamo bouquet né cerco per forza “profumi eleganti”, vorrei sentire qualcosa
– non senti che senso di verità?
– sento una ostinata riduzione
– che sarebbe “un difetto”, giusto? il vino deve essere libero di essere se stesso, anche se questo comporta quelli che voi chiamate difetti. E che per me difetti non sono, ma rappresentano il carattere del vino come individuo unico
– non cerco difetti per usare la matita rossa e blu, mi aspetto che un vino si esprima come tale. Ma è vino? o meglio, posso percepirlo come vino?
– per te non lo è, per me sì
– una vecchia radio
– come?
– hai mai usato una vecchia radio? c’era una manopola per regolare la sintonia. Prima e dopo il punto di sintonia preciso si avvertiva un gracchiare indistinto, un grattugiamento in cui si coglieva una parola su due o tre del parlato. Se andava bene.
– e cosa c’entra?
– oppure le vecchie registrazioni musicali, magari degli anni Venti o Trenta del secolo scorso
– continuo a non capire
– le vecchie registrazioni musicali sono spesso di qualità molto scadente. In mezzo a un mare di fruscii, schiocchi, disturbi assortiti, nei casi meno gravi si coglie comunque lo stile del musicista, le scelte dinamiche, lo stacco dei tempi, insomma si coglie – nelle nebbie – la sua interpretazione. In altri casi i fruscii, gli schiocchi, i disturbi assortiti inghiottono tutto. L’interpretazione è perduta.
A me non interessa ascoltare una registrazione impeccabile, scintillante, precisa in ogni dettaglio; se è di buona qualità ben venga, ma quello non è il punto. Il punto è che il livello di interferenza deve restare entro una certa soglia. Una soglia critica, oltre la quale il messaggio è illeggibile e quindi perduto. Come nelle vecchie radio, se il segnale era debole avevi voglia a smanettare, il senso era impossibile da decodificare.
– e quindi?
– e quindi se in un vino i disturbi passano quella soglia critica, io non afferro più il suo messaggio, o chiamalo come ti pare, la sua voce, il suo suono, il suo significante sensoriale. Soprattutto non percepisco la sua forma. Non, attenzione, la “forma classica”, quella del vino con tutti i dettagli a posto, precisino, profumatino, equilibratino, persistentino. La sua forma unica.
– quindi questo bianco non ti piace perché ha quelli che chiami difetti e interferenze
– io non ho atteggiamenti pregiudiziali, apprezzo molti vini cosiddetti naturali, e i singoli difetti, se non sono tirannicamente prevaricanti e permettono al vino di esprimere la sua forma, non mi creano problemi. Per dire: un rosso del fu Gianfranco Soldera poteva avere – e aveva spesso – una volatile accentuata, ma in un contesto aromatico e gustativo non solo leggibile, ma anche peculiarmente espressivo. Se le interferenze, le sgrammaticature tracimano e superano quella soglia, non “sento” più il vino. Il vino non c’è più
– io non sto a contare come un ragioniere quelli che chiami difetti
– e nemmeno io ne faccio una questione aritmetica o peggio di protocollo esecutivo. Parto sempre ben disposto, ma il vino deve parlare con voce di vino. Se è un vino non appesantito soltanto da qualche interferenza marginale, ma è un repertorio di interferenze con qualche lampo di vino sottostante, non ho più margini di ascolto.
Dino Risi, vedendo un film di Moretti, diceva: “Nanni, scànsati e fammi vedere il film”.
Io vorrei dire alle interferenze di questo bianco: “scansatevi e fatemi bere il vino”.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.










2 risposte
mi spiace rettificare il Maestro, ma la citazione su Moretti non è di Monicelli ma di Dino Risi (a parte che Monicelli era toscano…)
Ottimo, grazie per la segnalatura (che è più convincente della semplice segnalazione): fo subito modifi’are