Per tutti coloro che fossero rimasti ancorati coi ricordi a Montecalvi ’94 o ’95, ci sarà bisogno di riavvolgere il nastro e ricominciare daccapo, ché qui daccapo si è ricominciato per davvero. Dal 2018 in avanti, diciamo, con una nuova proprietà (James Drake), nuove scommesse, un approccio bio e un talentuoso vinificatore a nome Tim Manning.
L’azienda è e resta minuscola, 4 ettari scarsi distribuiti su 3 o 4 appezzamenti ad altimetrie contenute alle porte di Greve, con vigne in buona parte rivitalizzate di recente, dopo un periodo distratto, e con una vigna del 1930 che quel che riesce a dare lo sedimenta direttamente sul cuore.
Le fermentazioni in ambienti ossidativi, le lunghe macerazioni a cappello sommerso e l’uso parziale del grappolo intero stanno alla base di un’enologia sottrattiva e di vini pinotteggianti, trasparenti, nudi, di una purezza candida.
Non si è trattato di un caso l’annata 2019, e non lo è neppure l’annata 2020: il Chianti Classico 2020 di Montecalvi si staglia nel panorama generale per equilibrio alcolico e premure da danzatrice sulle punte. Non smetti di berlo, è un’autentica delizia, e la sua apparente delicatezza strutturale non fa una piega all’aria. Il sangiovese discende principalmente da Montecalvi Alto (alberese) e dalla vigna del bosco (macigno).
Poi c’é VV 2019, ricavato dalla vigna vecchia di cui sopra, che contiene sangiovese, malvasia nera, colorino, altre varietà a bacca nera più o meno individuabili e un pugno di uve bianche. La sua raffinatezza e la sua polpa gentile, assieme alla sinuosità, alla progressione e alla salinità, tratteggiano i contorni di un’ispirazione elegiaca.
Non mancano appigli “foresti”, come nel caso del cabernet sauvignon presente nella vigna oggi ventenne di San Piero; ecco, lui ad esempio confluisce nel San Piero, che nella versione 2016 attinge tutto il suo charme da un’incredibile freschezza aromatica e dalla sostanziale integrità del frutto, mostrando un bel bilanciamento alcolico e uno slancio all’insegna della sapidità.
E mentre per quanto riguarda il Montecalvi, inteso come vino, si è in procinto di rimodulare le cose indirizzandosi probabilmente su un registro espressivo e stilistico più personalizzato, fa il suo esordio in commercio il bianco V ( come vermentino), le cui uve biologiche vengono acquistate a Pienza. Mille bottiglie ( ma in futuro aumenteranno) per un 2022 schietto, saldo, strutturato, dal timbro linfatico/vegetale.
Sì, a Montecalvi si è ricominciato a fare sul serio, e il territorio chiantigiano è proprio un bel generatore di sorprese; un generatore naturale, si intende, senza bisogno di corrente elettrica.
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Contributi fotografici dell’autore

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.













