Il decennio 1990-2000 del vino italiano: famoso o famigerato?

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Lo sguardo critico sul decennio 1990-2000 del vino italiano non deve diventare uno sguardo iper critico: sarebbe troppo liquidatorio sparare sul pianista, o sulla Croce Rossa, o su un pianista che suona per la Croce Rossa. Quel periodo ha visto l’intronizzazione della figura dell’enologo star, partito negli anni immediatamente precedenti dallo status di semplice baronetto e assurto verso il 1998/1999 alla dignità imperiale.

Lo sguardo critico sul decennio 1990-2000 del vino italiano non deve però essere indulgente: le vuote formule celebrative dei vecchi tromboni – quelli addirittura più vecchi di me – che come un disco rotto lodano le magnifiche sorti e progressive del vino patrio lasciano perplessi per la totale assenza di uno straccio di analisi meno che trionfalistica.

Quel decennio è invece immerso in un quadro chiaroscurale. Gli indubbi progressi produttivi, soprattutto sul piano enotecnico – al netto degli eccessi e delle tecniche più spregiudicate -, sono stati accompagnati da indubbi regressi sul piano agronomico e del cosiddetto affinamento post vinificazione: espianti di varietà locali considerate inutili, messa a dimora di vitigni internazionali in ogni plaga della penisola (e delle isole nazionali, maggiori e minori), importazione decerebrata di sesti di impianto nordici (otto, dieci, dodici, massì facciamo quindicimila piante per ettaro) anche in Sicilia e in Puglia, importazione decerebrata dei cosiddetti “legni piccoli” in ogni cantina e per ogni tipologia di vino, e via via elencando.

Perciò occorre non essere ipercritici né indulgenti, e piuttosto condurre un’osservazione il più possibile obiettiva dei testimoni vinici del periodo. Nel corso di una bella cena livornese, sere fa, Ernesto Gentili ha cavato dalla sua cantina un raro reperto, una bottiglia del Pinot Nero prodotto dal Castello di Ama, chiamato in etichetta Il Chiuso. All’epoca Marco Pallanti si era concentrato a sperimentare, seriamente, su uve non appartenenti alla stretta tradizione chiantigiana. Con il merlot ottenne subito ottimi risultati, L’Apparita è stato fin dalle prime edizioni (1985, 1986, 1987) un rosso di alto profilo. Molto meno riuscito, almeno en vin jeune, era apparso il tentativo con il pinot nero. Troppo marcante l’impronta del territorio, ne veniva fuori più un energico Chianti che uno sfumato rosso di ascendenza borgognona.

Il 1997 stappato durante la cena, ormai un maturo quasi trentenne, ha volto a suo vantaggio i toni dell’evoluzione: l’iniziale assetto riduttivo ha lasciato spazio a un quadretto aromatico autunnale, tra i funghi freschi e la terra del sottobosco (in parte anche del centrobosco e del soprabosco). Ma è al palato che l’energia del vino, e soprattutto la finezza dell’estrazione tannica, hanno convinto i commensali a versarsi vari altri bicchieri.

La morale è telefonata: anche nella temperie iper-enotecnica degli anni Novanta chi lavorava con sensibilità, competenza e scrupolo (e poi screwpull a tavola) ha proposto vini che reggono alla prova del tempo.

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