Il vino è rosa(to)

Tempo di lettura: 4 minuti

Il mondo del vino e il mondo in generale abbondano di fenomeni controintuitivi: un’espressione intellettualistica per dire che una cosa sembra in un modo ma poi nei fatti è il suo contrario.
Per esempio, “ha tenuto questo rosso troppo in barrique, ora è eccessivamente legnoso”. Eh no, il picco di assorbimento delle note derivate dal rovere avviene dopo alcuni mesi, e tenere un vino nel legno piccolo per un anno e mezzo non aumenta affatto la sua cessione di sostanze aromatiche.

Uno dei pregiudizi più radicati, proprio perché basato su una percezione controintuitiva, è che il vino rosato sia una sorta di fratello minore del bianco e del rosso. Un vino di serie b insomma, magari nato dalla tecnologia moderna, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. E invece manco per niente. Il rosato è il progenitore delle altre tipologie di vino. E non di poco: di alcuni millenni. Per un tempo immemore il vino comunemente inteso – in Europa orientale, in Europa occidentale, in Europa meridionale, nel Medio Oriente – era nei fatti vino rosato; quantomeno se si parlava del miglior vino disponibile.

Di questa evidenza, e dei suoi numerosi addentellati produttivi e storici (“il vino rosa nell’arte”, “l’avvento della vinificazione in rosso”, “la controversia sui raspi”, eccetera) parla il bel libro Il vino è rosa* firmato da Giulia e Luigi Cataldi Madonna e pubblicato dalla nuova casa editrice di Marco Bolasco, Topic.
Ho incontrato Giulia in occasione di una masterclass** che ho tenuto insieme a Giampaolo Gravina durante Ein Prosit, mega manifestazione enogastronomica che si è svolta a Udine qualche giorno fa. La masterclass era centrata proprio sul tema del vino rosato e delle sue varie declinazioni stilistiche.
Il dialogo con Giulia, che è una ragazza di grande preparazione e anche spigliatezza (come si sarebbe detto nel 1952), è stato molto piacevole. Su un unico punto, marginalissimo, ho espresso dei dubbi, cioè nell’uso – fortemente rivendicato dagli autori, padre e figlia, che sono peraltro in primis noti produttori di vino in Abruzzo – dell’aggettivo rosa.

Concordo con essiloro che rosé sia un termine fastidioso e per certi aspetti pure equivoco; concordo sulla convinzione che rosato sia una parola spenta, annacquata, poco espressiva; ma rosa a me non suona molto bene, per quel poco che conta. Ammetto comunque che si tratta della migliore definizione possibile, dopo aver scartato le alternative e in assenza di un guizzo neologismico dannunziano da parte di qualche autore particolarmente ispirato.

Per dare solo un’idea inizialissima della felicità espressiva del volume riporto alcuni passaggi dell’introduzione: “Il punto nevralgico del vino rosa è la sua natura bipolare, perché può essere ottenuto da una fermentazione senza bucce oppure da una parziale fermentazione con le bucce. Due prodotti diversi ma strettamente imparentati. Il vino rosa manifesta chiaramente la sua duplice natura soltanto dopo l’avvento della vinificazione in rosso nel Basso Medioevo, quando inizia appunto la produzione del secondo rosa. Questa sua doppia natura è stata quasi sempre incompresa o ignorata dalla letteratura e dai disciplinari di produzione, salvo poche eccezioni (…)

L’ostacolo principale nel seguire le sue tracce storiche è di natura linguistica. Fin dalle origini il vino rosa non ha avuto un nome proprio ed è perciò difficile ripercorrere le tappe della sua evoluzione nell’incertezza della sua identità. Il vino rosa è stato una specie di cuculo linguistico che ha dovuto approfittare dei nomi altrui in mancanza di un nome proprio. (…)

Un esempio eclatante della traslazione di significato del termine “rosso” è il sangue di Gesù. Il sangue è rosso, ma per sette secoli e per tutti gli autori di Cenacoli – da Giotto a Dalì – il colore del vino con cui Gesù inizia gli apostoli al mistero eucaristico è rosa. Il vino si chiama “rosso”, ma si dipinge rosa. Quello da usare per la celebrazione dell’eucaristia doveva rappresentare il miglior vino possibile ed era proprio questa rappresentazione del meglio a determinare il colore eucaristico. Non era un problema di colore, ma di qualità e all’epoca il vino rosa rappresentava appunto il meglio. Il vino rosso già esisteva da tempo in una qualche forma, ma evidentemente le sue credenziali e la sua qualità non erano ritenute all’altezza della destinazione liturgica. Nell’interpretare l’espressione “vino rosso” bisogna considerare che quasi sempre fino alla fine del ‘700 il suo riferimento reale è il vino rosa, altrimenti si parla a vanvera. Per ricostruire la storia del vino rosa bisogna imparare a districarsi tra questi travestimenti linguistici per evitare trappole in cui sono caduti quasi tutti, compresi gli storici di professione. Da questa ambiguità deriva uno stravagante paradosso: il vino rosa domina per millenni la scena enoica fino alla fine del Settecento e condivide il primato qualitativo con il rosso nel secolo successivo, ma terminologicamente non esiste.”

A latere annoto che la degustazione annessa alla masterclass ci ha permesso di far assaggiare vini rosati – va bene, vini rosa – notevoli. Su tutti si sono distinti un succosissimo Cerasuolo d’Abruzzo Piè delle Vigne 2014 Cataldi Madonna, bello tonico e vitale, e un incredibile Cerasuolo d’Abruzzo Valentini del… 1979. Quest’ultimo un vino prodigioso, ancora freschissimo e saettante dopo oltre quattro decenni dalla vendemmia, per il dono del quale abbiamo indirizzato a Francesco Paolo Valentini, nei giorni successivi, circa 2.011.465.998 ringraziamenti commossi.

* pp 224, euro 25, topicedizioni.it

** niente più laboratori, seminari, incontri, o anche semplicemente degustazioni: ora si chiamano solo masterclass (sigh).

___§___

Condividilo :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *