Nonostante siano passati quasi 40 anni dai primi imbottigliamenti (1987), la volontà di rimettersi continuamente in gioco, alle Macchiole, è sempre presente. Perché sperimentare, evolversi, arrovellarsi, complicarsi anche la vita fa parte del dna della famiglia Merli, che delle Macchiole è l’anima. Bene, questo modus operandi ha investito anche Messorio, il celebre Merlot della casa, fatto oggetto di attenzioni nuove a partire dai vigneti giù giù fino alla cantina, attenzioni che rientrano a pieno titolo nella logica di un rivolgimento stilistico-interpretativo in atto da tempo, frutto di una accresciuta sensibilità di interpreti da un lato, e di una ancor più attenta focalizzazione su piante e suoli dall’altro, anche e soprattutto per tener conto degli effetti legati ai cambiamenti climatici.
In piena coerenza, l’elaborazione cantiniera ha conosciuto diverse rimodulazioni, ma non per stravolgere l’essenza di Messorio, ma per avvicinarsi ancor di più e ancor meglio all’obiettivo primigenio, che è sempre stato quello di puntare al miracolo, ossia cercare di superare certe “ovvietà” organolettiche insite nel celebre vino-vitigno d’Oltralpe per approdare a lidi di maggiori articolazione e profondità, lasciandosi dietro quella fisionomia accomodante e a trazione anteriore che i tanti precedenti, anche illustri, ci hanno inculcato nella mente e nei bicchieri.
Bene, oggi più che mai questi intendimenti hanno trovato la loro sponda espressiva, e quel che più risalta è che tutto ciò avvenga proprio nel bel mezzo di un cambiamento epocale dal punto di vista climatico, una contingenza che porterebbe d’istinto a pensare, per i vini prodotti a queste latitudini, a maggiori sensazioni di peso, di alcol, di volume, e a conseguenti spanciamenti di trama. E invece, dalla verticale delle ultime 8 annate di Messorio vissuta in compagnia di Cinzia Merli, patronne dell’azienda, del figlio Elia Campolmi e dell’enologo Luca Rettondini, sono uscite fuori ben altre doti, assieme a quella magnifica che vede progressivamente, ma implacabilmente, una sorta di liberazione in atto, dove l’attenzione del degustatore e del bevitore non viene più dirottata sullo stile, ma sul carattere territoriale, e dove l’influenza del singolo millesimo va ad impattare giustamente su assetti, profili e compiutezza: si fa sentire, ed è ciò che in fondo si desidera.
In una entreprise a decisa trazione familiare, dove dal 2014 si fa a meno di consulenze tecniche esterne, Cinzia guida con occhio attento ed enorme sensibilità di donna e viticultrice la sua creatura, lungo un percorso di “dinamica avvedutezza” che è andato via via adattandosi al suo sentire aggiornato. Al suo fianco il fratello Massimo, responsabile della campagna, coadiuvato dal figlio di Cinzia, Elia Campolmi, la cui passione per la terra gliela leggi sul volto, e Luca Rettondini, enologo interno cresciuto proprio qui e che dal 2015 ha assunto la piena padronanza della cantina. Sono loro le emersioni all’interno di uno staff affiatato, motivato e coinvolto.
Ma parlavamo di adattamenti, figli di un diverso pensiero agricolo, ciò che si è tramutato oggi in un ascolto più attento riguardo la vitalità dei suoli, con mente laicamente aperta ma senza derive fideistiche, per testarne, di certe pratiche, la reale efficacia, nel rispetto di una conduzione agronomica virtuosa che dal 2024 ha portato alla certificazione biologica ma che già da tempi non sospetti ha fatto a meno della chimica di sintesi, approcciando poi anche alcuni prodotti biodinamici o certi induttori di resistenza per cercare di limitare l’impiego di rame e zolfo.
A ciò si aggiunga una zonizzazione interna del parco vitato fattasi più organicamente sviluppata, anche per come va a tradursi nel successivo processo enologico, e che ha portato a modificare alcuni vigneti in termini di sistemi di potatura, portinnesti e densità, o a prevederne di altri in zone diverse e più elevate di quota, su suoli più magri e minerali, a cui si accompagnano, ed è il caso del merlot, diversi tri di raccolta per garantirsi delle basi acide.
E poi una accuratissima gestione fogliare, con una foglia importante e l’adattabilità a cimare o meno, ossia ad “accapannare” i tralci a seconda delle esigenze stagionali, così come la preservazione di un buon bilanciamento calore-umidità nello strato aerobico dei terreni, grazie a lavorazioni mirate, e infine la garanzia di un minor compattamento possibile dei suoli grazie all’uso di mezzi meccanici di nuova acquisizione e più leggeri.
In cantina il merlot del Messorio accoglie come sempre una doppia cernita su grappoli e acini ( dal 2023 è entrato in regime anche un selettore ottico) ma prevede oggi macerazioni più lunghe (fino a 40 giorni, a seconda della annata) e rimontaggi più corti, con le prime fasi di vinificazione che, oltre ai lieviti indigeni, hanno visto il passaggio progressivo dall’acciaio al cemento e un impiego del rovere più morigerato e accorto, dal momento in cui le barrique nuove a fondamento del “vecchio” Messorio posseggono oggi tostature più blande e sono state affiancate, in fase di affinamento, da tini troncoconici da 12 hl e anfore in gres Tava, il cui spessore e la cui porosità sembrerebbero garantire la stessa azione traspirante e di polimerizzazione di un legno piccolo, ma senza l’influenza dei tannini ellagici, garantendo così una minore “contaminazione”aromatica.
Tutti tasselli che si ricompongono mirabilmente nei calici di questo celebre Merlot “costiero”, che pesca e trova una naturalezza espressiva e una stratificazione di sapori in grado di rimarcarne una compostezza nuova. Grazie alla modulazione nei toni e alla ritrovata misura di passo esplicita progressione gustativa e profondità, e lo fa senza intermediazioni, senza sovrastrutture, rinunciando all’impatto frontale e allo sciabordio bruto di materia per approdare a un qualcosa che si avvicina decisamente alla chiusura del cerchio.
Ah, quasi dimenticavo, da che presupponevo la cosa stranota: siamo a Bolgheri, sulla costa toscana, dove uno dei protagonisti occulti, ma ineludibili, è il mare. E’ lui in fondo a fare la differenza, e a dare una quadra al territorio tutto. Una presenza salvifica, di cui anche Messorio si avvantaggia.
IL CAMBIAMENTO IN 8 MOSSE
MESSORIO 2015
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Vignone (1999). Dei vini in assaggio forse il più legato agli stilemi del passato, complice una annata potenzialmente perfetta ma sostanziamente connotata, come in altre zone, da una generosità di forme che qua e là può tramutarsi in eccesso. Qui i lasciti del rovere piccolo e nuovo rendono un umore liquirizioso ed empireumatico di fondo al quadro dei profumi, da cui emergono i toni terrosi e di sottobosco umido, preludendo a una latente terziarizzazione, assieme a un tannino un po’ serrato tipico di una annata calda. Dalla sua una cordiale avvolgenza e un tatto di seta, che vanno a mitigarne con efficacia l’indole impattante.
MESSORIO 2016
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Vignone (1999). Da qui in poi fermentazioni e macerazioni solo in cemento. Tutt’altra storia, se stai al bicchiere. Il vino sfrutta alla perfezione un’annata regolare e senza strappi per offrire ariosità, frutto fragrante, fluidità, scorrevolezza ed eleganza, approdando a lidi di complessità persino inusuali alla tipologia, corroborato da una evidente spinta salina e da una messa a fuoco implacabile, che lo proietta di diritto verso una nuova dimensione di Messorio, illuminata a giorno da una versione coi fiocchi.
MESSORIO 2017
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Vignone (1999). Da una annata insidiosissima sul fronte climatico (siccità prolungata, temperature elevate), e quindi assolutamente precoce, Messorio ne coglie sinceramente i segni, che puoi individuare in un marchio tannico un po’ serrato e asciutto, a limare la persistenza, e in un temperamento alcolico che si lega al frutto maturo (ma integro) rilasciando una generalizzata sensazione di dolcezza. Detto questo, ve ne fossero di Merlot così, nel 2017!
MESSORIO 2018
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Vignone (1999). Da una annata “acida”, fresca e meteorologicamente altalenante, contrassegnata da piogge e da un bel tasso di umidità nei suoli, ciò che ha comportato puntuali lavorazioni superficiali, oltre che ripetute cimature al fine di areare la parete fogliare (ma che in epoca pre-vendemmiale ha finalmente goduto di un meteo amico), ne è scaturito un miracolo di equilibrio e premure, fatto di flessuosità e beva. Elegantissimo nel suo afflato profondamente balsamico, è sensuale, tattilmente levigato; il suo finale di velluto pompa ancora freschezza. C’è una speciale compostezza qui, dove più che l’ampiezza ne apprezzi la profilatura, la misura, il bilanciamento delle varie voci. Da bere a secchi, ecco sì.
MESSORIO 2019
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Ulivino (2016). Entrano in gioco la ristrutturata vigna Ulivino ( cambiano, rispetto a prima, sistema di allevamento, densità di impianto e portinnesti) e barrique meno tostate. Qui entra in gioco, prepotentemente, un’annata di rilievo, con maturazioni lente e molto lunghe, e senza eccessi di calore, tradottasi magnificamente in un vino che non si dimentica: la profondità, l’autorevolezza e la finezza tannica raggiungono vertici assoluti. L’eleganza domina, la succosità trascina, la progressione si fa implacabile, la giustezza ne esalta gli equilibri, la salinità diventa un marchio.
MESSORIO 2020
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Ulivino (2016). Alle barrique si affianca l’anfora in gres, mentre l’andamento stagionale ha visto tanta alternanza climatica: una primavera che ha comportato un abbondante sviluppo vegetativo, una estate proseguita con temperature non eccessive ma asciutta e ventosa. Le piogge poi non hanno mancato di condire la fase vendemmiale, costringendo a raccolte irregolari fra la prima e la terza settimana di settembre. Messorio ’20 non manca di contrasto ed eleganza, è segnato da una buona dolcezza di frutto e da un andamento docile e di buona beva, con il tono acido meno in rilievo rispetto al solito e con un tannino piuttosto asciugante che tarpa le ali alla persistenza, unico lascito in bemolle a fronte di un profilo tendenzialmente convincente.
MESSORIO 2021
Dalle vigne Puntone ( 1994) e Ulivino (2016). Per l’ultima annata di Messorio attualmente in commercio ha fatto il suo dovere anche il tino troncoconico da 12 hl, che è andato ad affiancare le barrique e l’anfora in gres, mentre sul fronte campagnolo, oltre al guyot semplice, c’è una parcella allevata ad alberello. L’andamento stagionale ha visto un inverno piovoso e mite, una primavera che, sia pur a rischio gelate, da aprile in avanti ha consentito un adeguato aumento delle temperature favorendo una rapida ripresa vegetativa e un costante sviluppo dei tralci, infine un’estate connotabile come calda e pure piuttosto siccitosa in epoca vendemmiale. Realizzare che da una annata così sia uscito fuori un portento fa davvero piacere, perché rappresenta uno dei rari casi in cui la ricchezza e la materia restano dissimulate in un disegno seducente, modulato nei toni, sontuosamente elegante e ancora parzialmente in fieri, tanta la giovinezza. La progressione è continua, il sale abbonda e si fa sentire, la razza tannica sopraffina, il futuro dalla sua parte.
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Contributi fotografici dell’autore
Degustazione effettuata nel mese di ottobre 2024 – solo magnum

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









