Era da un po’ di tempo che non incontravo Romano Dal Forno, un tempo, ci siamo detti, che era meglio non quantificare per ignorare quanto ne sia ormai trascorso e quanto ci sfugga tra le mani come sabbia in una clessidra. Poco prima di scrivere queste righe, mi è capitato sott’occhio un frammento postumo di Nietzsche (autunno 1881): «Soltanto la successione produce la rappresentazione del tempo. Se non sentissimo cause ed effetti, bensì un continuum, non crederemmo al tempo. Infatti il movimento del divenire non consiste di punti in quiete».
Nessuna impertinente similitudine, solo un accostamento. E un’indiretta riflessione applicata alla vita del vino, che non è mai in quiete, ma in costante divenire, un divenire raramente inquieto. A distanza di tempo, dunque, Romano Dal Forno, complice probabilmente l’età (67 anni), stempera la tensione – quella dell’ambizione e del perfezionismo – con la distensione, con la quietezza, ma non con l’acquiescenza, che gli derivano da una lunga esperienza di campo (40 vendemmie) e dal fatto che dal 2020 la conduzione aziendale è saldamente nelle mani del figlio Marco, il quale ha respirato e vissuto il lavoro in azienda e in cantina fin da piccolo.
Non che il “buen retiro” abbia trasformato Romano in un conferenziere, tutt’altro. Lorenzo Righi, direttore di Excellence sidi e suo responsabile commerciale, deve faticare non poco per strappargli un giorno all’anno da dedicare a un evento pubblico. Quest’anno si è concretizzato in un pranzo all’Autem di Milano (si vocifera che il locale di Luca Natalini sarà un’imminente stella Michelin), in compagnia di quattro annate dei suoi vini.
«Benché abbia segnato un’epoca come i campioni dello sport, benché abbia affermato e rilanciato un territorio dall’identità incerta come quello della Valpolicella “allargata”, che sembrava meno vocato, Romano è rimasto una persona schiva» dice Lorenzo. «Ha segnato un’epoca ma è sempre rimasto una persona coerente, producendo dai 34 ettari, di cui 18 di proprietà, solo due vini, anzi due e mezzo se consideriamo il Vigna Seré, un Recioto prodotto solo sei volte in quarant’anni. Di Amarone non ha mai fatto una Riserva. 50.000 bottiglie in tutto tra Amarone e Valpolicella, più quelle del Vigna Serè. E una produzione in magnum di tutti e tre i vini».
«Il giorno voglio ridurlo a zero, non aumentarlo a due» controbatte con un sorriso Romano. «Voglio lasciare spazio a Marco, che oggi guida l’azienda. Il futuro è dei giovani e bisogna uscire dal campo da gioco prima che gli altri ti facciano capire che è ora di ritirarsi, non bisogna perdere decoro e dignità. Per questo parlo poco, perché non voglio parlare al passato».
Ma poi si lascia amabilmente andare al racconto.
«Mio padre nasce nel 1926, caso anomalo di figlio unico in un tempo in cui di figli se ne facevano diversi per famiglia. Negli anni Cinquanta, quando decade la mezzadria, subentra nell’attività di famiglia e, dopo dei lavori per contoterzisti, porta avanti la vigna del nonno, partendo da 3000 metri quadri per arrivare a 7 ettari, ma mi sconsiglia di continuare questo mestiere, spingendomi a fare il concorso per autista d’autobus. Il concorso va male (mi sono piazzato 27esimo quando i posti erano solo tre), mi ero sposato da poco con Loretta e non volevo essere di peso a mio padre. Avevo 23 anni e facevo un po’ di vino per mio conto che vendevo all’inizio porta a porta nelle case, trovando però solo le donne perché i mariti erano al lavoro, e poi nei cantieri a venderlo direttamente agli uomini. Guadagnavo bene, finché un giorno non m’imbatto in una bottiglia di Quintarelli e chiedo al sugheraio dove mi rifornivo chi fosse questo produttore: mi è bastato vedere il suo volto illuminarsi per incuriosirmi. Riesco a fissare un appuntamento con l’intermediazione di Celestino Gaspari, che poi sarebbe diventato il genero di Quintarelli. Bepi non aveva figli maschi, solo tre femmine, e al tempo le donne potevano essere solo mogli, suore o donne di strada, spiace dirlo ma era così, e probabilmente vide in me il figlio maschio che non aveva mai avuto. Non ho mai lavorato per lui, ma è nata un’amicizia. Dopo quell’incontro ho provato a fare il mio vino, avevo 25 anni. Ho immaginato di essere il figlio di un nobiluomo che per divertimento produceva vino con spirito hobbistico. Al tempo la Valpolicella classica era considerata zona per vini da pizza in Germania e addirittura da gabinetto in Inghilterra, figurarsi la Valpolicella allargata, che non era nemmeno presa in considerazione. L’anno dopo ho fondato la mia azienda. Era il 1983. Mi reputo un uomo fortunato».
Nel frattempo arriva a tavola il Valpolicella Superiore Monte Lodoletta 2018: corvina più saldo congiunto di corvinone, croatina, oseleta e rondinella, fatti appassire per circa un mese; maturazione di due anni in barrique di rovere francese e, per il 30%, americano. Il colore è un porpora melanzana di fittezza e opacità (un’opacità, beninteso, figlia della fittezza e dunque della concentrazione), il naso una delizia di piccoli frutti rossi e neri, di balsami, il palato dispendia densità e cremosità, ha un accogliente, accattivante profilo fruttato-speziato, un’acidità che sorregge e contrasta, invogliando terribilmente la beva.
«I miei vini sono come abiti su misura: un giorno vorrei dire che possono durare nel tempo, e per tempo intendo per diversi decenni come i grandi Bordeaux, mantenendo intatta la loro qualità. L’azienda è un complemento della persona, deve produrre e agire da supporto economico, ma non bisogna inseguire la ricchezza, che produce schiavitù perché tutto il tempo viene investito per conseguirla. A noi, invece, interessa vivere in una dimensione umana. Ecco perché abbiamo sempre e solo prodotto i nostri tre vini, che spesso sono poi stati due».
L’Amarone della Valpolicella Monte Lodoletta 2018 è forza viva e dinamica. Colore imporporato, potenza olfattiva, penetrante, persistente, con note di confettura e sentori rinfrescanti di talco, il sorso è un concentrato di amarene e mirtilli, lo sviluppo accorpa alcol e tannini con soluzione di continuità, la persistenza – il luogo più avvincente di questo vino – è frutto puro. Prugna, potenza e profondità: che espressione!
Proviene dallo stesso uvaggio (sull’oseleta Romano Dal Forno è stato un precursore, con la prima vendemmia datata 1991) e dallo stesso terreno della Val d’Illasi (ghiaioso con limo e argilla a complemento), ma da vigne più vecchie (minimo dieci anni), da tre mesi di appassimento e da una maturazione in barrique di rovere francese e americano alla pari. Sempre nuove.
«Mi piace la complessità che dà la barrique. Se un vino non sopravvive alla barrique, vuol dire che non è all’altezza. Per me l’annata 2018 è superiore perfino alla 2015».
Qui nulla è lasciato al caso: gli impianti dei vigneti che arrivano fino a 13.000 piante per ettaro, le rese microscopiche, i molteplici controlli in fruttaio e in cantina su ogni parametro con una tecnologia all’avanguardia. Nessun compromesso sulla qualità per vini radicali, iconici. Gli occhi azzurri, chiari, penetranti di Romano fanno trasparire una tensione e una tenacia verso la perfezione.
L’Amarone della Valpolicella Monte Lodoletta 2010 è voluminoso fin dal bicchiere, dove si sente il suo peso specifico, ma la consistenza del vino viene sublimata da un’ariosità balsamica. C’è una fusione tra frutta candita, elementi mentolati e un principio di terra, senza che il vino sia ancora terroso. L’allungo coniuga sostanza, sapore e contrasto, con un’alcolicità generosa quanto integrata e note finali di erbe fresche. È l’annata dove i suoi vini hanno cercato la via di una maggiore scioltezza, di un maggiore dinamismo interno.
«All’inizio ho usato le vecchie botti di Quintarelli, ma le trovavo un po’ usurate, così qualche anno dopo ho comprato le botti nuove in rovere di Slavonia da 12 e 30 ettolitri. Nel 1990 sono passato alle barrique. Dal 1990 al 1993 ho costruito la cantina. Nel 2002 ho cominciato a togliere l’ossigeno con l’azoto, una costante dal 2004, anche per le barrique. Dal 2008 lavoriamo praticamente sotto vuoto con serbatoi in acciaio che regolano l’ossigeno. Ho cambiato tutta la cantina per preservare i vini dall’ossidazione. Nel 2003 abbiamo sviluppato in fruttaio un sistema binario per areare in modo uniforme tutti i plateau dove le uve appassiscono, aprendo e chiudendo le finestre per togliere l’umidità. C’è un sistema computerizzato che gestisce il tutto».
Il Recioto della Valpolicella, infine. Che dal 2003, anno di bocciatura da parte della commissione d’assaggio del Consorzio, è un igt che si chiama semplicemente Vigna Seré, dal nome della località dove crescono le sue uve. La produzione qui è talmente maniacale che in 40 anni ne sono state prodotte solo 6 annate: 1988, 1990, 1994, 1997, 2003 e 2004. Ed è proprio il 2004 ad arrivare sulla tavola. Appassimento di quattro mesi e maturazione di due anni in barrique, sempre nuove, di rovere americano. Ha un colore porpora impenetrabile, un olfatto accarezzato dalle note dolci del frutto e del legno, tra sentori di spezie, china e prugna distillata. Il palato stupisce per la viscosità, il tannino copioso e cremoso, l’intensità balsamica. C’è un respiro internazionale tra le note laccate e il vigoroso respiro alcolico. Se non fosse così tradizionale, si potrebbe quasi definire un passito postmoderno. Sarei curioso di fare una verticale.
«Purtroppo è un vino che il mercato non vuole più» dice Romano. E questo va oltre il peccato verso la sciagura. Perché è il Recioto, non l’Amarone, il vino storico, millenario della Valpolicella. Perché andrebbe “riscoperto” anziché ostracizzato. E perché, come gli altri grandi passiti dello Stivale, che rappresentano uno straordinario patrimonio autoctono, è sufficiente farlo assaggiare per creare conversioni in un pubblico che non richiede questi vini semplicemente perché non li conosce realmente.
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