Un paio di dati per iniziare: 115 i Brunello di Montalcino 2020 degustati, a fronte di un panorama di 126 cantine rappresentate; uno spettro piuttosto ampio, quindi, per farsi un’idea del millesimo e della performance generale, fermo restando che ‘sti vini qua usciranno sui mercati nel 2025, e ci sarà quindi ragionevole tempo per assestare l’assestabile e per illimpidire ulteriormente il quadro di fondo formatosi nella testa e nei pensieri.
L’altro dato saliente riguarda la voce maggiormente presente nelle mie note di degustazione: “alcolico/ zaffata di alcol/ caldo/ etereo” e via discorrendo. Nell’ 80% dei casi c’è scritto così. E forse sta proprio lì una delle principali chiavi di lettura in grado di scoperchiare l’essenza di questo millesimo, che resta fondamentalmente un millesimo caldo, se non decisamente caldo, dove la percezione alcolica rischia di dominare gli assetti anche perché i produttori hanno optato per un alleggerimento dei toni sia in campagna, evitando maturazioni spinte per preservare acidità, visto un andamento stagionale che ha avuto in sorte un po’ di piogge solo nella coda di vendemmia, sia in cantina, dove estrazioni molto calibrate hanno portato a strutture più leggere, che se da un lato hanno favorito prontezza, gradevolezza e beva, dall’altro hanno agevolato, per l’appunto, una sorta di amplificazione pseudocalorica, unita a una qualità di tannino (tendenzialmente rugoso e asciutto) che le estrazioni morigerate hanno cercato di mantenere nei ranghi ma che non riesce comunque ad apparentare la stratificazione, la finezza e la tridimensionalità di quello riscontrato, chessò, nel 2019, tanto per dire.
Un coacervo di condizioni, queste, che solo nei casi in cui si è ottenuta una perfetta saldatura fra tannino, frutto, acidità e alcol ha partorito miracoli di equilibrio in odor di compiutezza.
Quando cioé la giustezza strutturale ha fatto il paio con una brillante esplicitazione aromatica, un provvidenziale equilibrio alcolico e un sorso segnato dalla dinamica, dalla integrità del frutto e dalla scioltezza “soffiata” di un tannino vivaddio poco mordace. Per nostra fortuna di casi del genere ve ne sono, ed è grazie a loro se il tasso di riuscita del millesimo ha potuto annoverare qualche freccia in più al proprio arco, fino a far balenare, in alcuni bicchieri, sensazioni di raffinata, candida eleganza.
I numeri della distinzione? Beh, una quarantina i Brunello ottimi e degni di tal nome, di cui circa la metà ottimissimi. Sono pochi? Sono tanti? Di certo i luoghi di provenienza delle uve, in una annata del genere, hanno avuto il loro peso. Ad esempio, i versanti più freschi e/o le giaciture più elevate di quota, una condizione sine qua non che inizia a riproporsi con implacabile regolarità, visti i chiari di luna climatici delle ultime stagioni. E come sempre, dove non arriva il terroir può arrivarci il “manico“, ossia la sensibilità interpretativa; e quanto a manici Montalcino oggi non scherza, dobbiamo ammetterlo.
E i nomi? Per una volta starei cauto, riservando i dovuti approfondimenti a bocce ferme, auspicando qualcosa di più e di meglio dopo adeguato periodo di maturazione in bottiglia. Di certo l’indole generosa e concessiva della 2020, per le ragioni suesposte, sembrerebbe indirizzare i vini su orizzonti temporali e prospettive evolutive di media gittata, agevolando bevute che potranno trovare pieno gradimento fin da subito; una forma di consumo più “scanzonato”, se vogliamo, da apparentarsi quasi alla 2018 (la quale ha potuto contare però su una freschezza acida a cose normali più percepibile, e quindi su profili più verticali), a patto di poter definire “scanzonato” un consumo che alla sua base prevede un esborso in pecunia piuttosto impegnativo.
Sì vabbé, ma i nomi? Okey, d’accordo, l’insistenza garbata merita una risposta; una risposta piccola quantomeno, evitando le lenzuolate di commenti e limitandosi ad alcune evidenze colte qua e là, che in quanto tali non comprendono tutto lo scibile meritevole o meritevolissimo emerso dal consesso, ma tant’é, queste qua mi è venuto proprio comodo incasellarle entro speciali categorie. E quindi, eccole qua:
Come in una botte (di ferro): Gianni Brunelli-Le Chiuse di Sotto, Il Paradiso di Manfredi, Le Chiuse, Pietroso, Poggio di Sotto, Salvioni
A volte ritornano: Capanna (Nicco), Padelletti
Oltre il giardino: Castello Tricerchi (AD 1441), Fattoria del Pino, San Guglielmo
Questioni di stile: Le Ragnaie, Tassi
Figliol prodighi: Castello Romitorio
Bu-bu settete: Poggio alle Forche
New rising: Franco Pacenti, La Palazzetta
Fuorisalone: Le Potazzine
Ma fare dei nomi, in occasione di Benvenuto Brunello, significa prendersi la briga di segnalare anche quelli che non erano presenti. Lo hanno fatto per scelta, per ragioni endemiche o temporanee o non lo so, ma fra questi spiccano: Baricci, Biondi Santi, Cerbaiona, Colleoni, Corte dei Venti, Costanti, Fattoria dei Barbi, Fonterenza, Il Colle di Carli, Il Marroneto, La Torre, Le Potazzine, Pertimali-Livio Sassetti, Piancornello, Pian dell’Orino, Pieve Santa Restituta, Salicutti, Siro Pacenti, Stella di Campalto, Valdicava.
E siccome mi han sempre rimproverato di non parlare mai abbastanza di prezzi, su questo argomento potrebbe tornar comodo segnalare la sempre più diffusa circostanza che vede affiancarsi alla produzione dei Brunello “annata” quella dei Brunello “selezione”, di uve o di vigna, con un’insistenza e una proliferazione tali da far pensare, dal momento in cui mica è detto che la migliore qualità la si riscontri sempre e comunque nelle selezioni, spesso più spinte come grado di maturazione, tenore alcolico ed estratti, giù giù fino all’eccesso.

A meno che l’obiettivo sotteso e sottaciuto non sia un altro, o anche un altro: approdare a livelli di prezzo sempre più importanti, una strada che l’universo Brunello, d’altronde, ha imboccato da mò, indirizzandosi verso mercati non tanto sperabilmente evoluti sul piano culturale e della conoscenza, quanto ben attrezzati nei portafogli, ma che rischia oggi di ingenerare pericolose derive (anche speculative) accompagnate da prezzi super impegnativi e da conseguimenti non sempre all’altezza, una tendenza verso cui auspicherei -davvero- maggiore cautela e buon senso da parte della filiera commerciale, produttori in primis.
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Note finali: l’indiscutibile riuscita di Benvenuto Brunello, da qualche anno in versione autunnal-novembrina, è da ascriversi alle reali capacità organizzative del locale consorzio di tutela, ormai una certezza, e all’efficentissimo servizio di assistenza ai tavoli offerto dai valenti sommelier di scuola ais per soddisfare le micragnose, zigzaganti richieste della stampa di settore. E già questo porterebbe di default ad innalzare di un paio di punti la valutazione attribuibile a ciascun Brunello. Così, sulla fiducia.
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Assaggi effettuati nel mese di novembre 2024, nel corso della manifestazione Benvenuto Brunello.
Contributi fotografici dell’autore.

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









