Il tuffo libero

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Quando ho iniziato a scrivere di vino, nei primi anni Novanta del Ventesimo secolo, l’imbottigliato costituiva una porzione gestibile della realtà. In Sicilia, per dire, si potevano raccogliere in una stanza nemmeno tanto grande pressoché tutti i vini proposti in bottiglia al mercato: diciamo quattro o cinquecento etichette.
Nei decenni successivi il microcosmo del vino italiano è esploso come una supernova, proiettando bottiglie in ogni direzione. Al punto che oggi qualsiasi pubblicazione enologica che ancora ambisca a recensire in modo sistematico anche solo una parte di quanto si produce – quelle che un tempo si chiamavano “guide dei vini” – è costretta a ridurre il raggio della propria esplorazione a numeri significativamente più bassi rispetto al reale.

In questo multiverso il bevitore italico sperimenta due facce della modernità: da un lato le sue possibilità di scelta si sono moltiplicate esponenzialmente, e sul piano statistico imbattersi in un vino di qualità scadente è nei fatti molto meno facile; dall’altro la stessa ampiezza dell’offerta, nelle sue quasi infinite declinazioni stilistiche, rende la scelta paradossalmente più impervia rispetto al passato.

Attraversate le diverse fasi della moda, dal vino muscolare del decennio 1988/2008 al vino scapigliato della reazione successiva, oggi coesistono scuole produttive le più disparate. Scuole che non di rado, per catturare l’attenzione dell’enofilo, si buttano in pericolosi equilibrismi e in scelte stralunate (“affiniamo questo rifermentato nei tronchi d’albero”, “per la fermentazione usiamo decine di anfore romane da cinque litri”, “per ammorbidire i tannini impieghiamo dei pennelli di martora”).

Sembra strano, ma non moltissimi vini sanno trovare un punto di equilibrio virtuoso tra correttezza grammaticale e libertà espressiva. Riporto una citazione nella citazione, un estratto di un articolo scritto dal grande Giampaolo Gravina:

Prima di diventare scrittore, Raffaele
La Capria è stato un tuffatore a livello agonistico. E nelle pagine di “Letteratura
e salti mortali” ricorda che la sua idea di letteratura si è andata formando nello stesso periodo in cui era impegnato nelle gare di tuffi per il Circolo Nautico Posillipo. Scrive La Capria: «Un tuffo se è troppo difficile […] può diventare una faccenda in cui entra troppo la tecnica e il muscolo, 
ed è raro allora che incontri la grazia e la bellezza. Così in letteratura, i giochi troppo evidenti di abilità, le complicazioni esibite di struttura e i manierismi del linguaggio,
 le difficoltà da triplo salto mortale di certi avanguardismi e di certo sperimentalismo, difficilmente raggiungono quel giusto equilibrio tra senso comune e senso estetico (tanto per intendersi) cui dovrebbe attenersi uno scrittore». Non accade forse lo stesso anche nel vino? Quanta tecnica protocollare, quanto spreco di coadiuvanti enologici, quanto gratuito sfoggio di muscolarità; ma anche quanta negligenza spacciata per avanguardia, quante sprezzature fuori controllo, quante scelte involute e cerebrali contrabbandate come ritorno alla tradizione. Poi, però, come d’incanto, «incontri la grazia e la bellezza».

Di vini così ne esistono, certo. Ma forse non quanti uno desidererebbe. Ne ho bevuto uno giorni fa. Un rosso armonioso, libero nell’espressione ma di sicuro non spettinato nella forma: il Monferrato Rosso Ancura na vota di Carussin. Nessuna tecnica protocollare, nessuna sprezzatura fuori controllo, nessuna scelta involuta e cerebrale. Solo un vino franco, aggraziato e bello

 

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