Il Troy di Tramin e il resto del mondo

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Lo Chardonnay, ovvero il grande internazionale che tra gli anni novanta e primi anni zero furoreggiava a tutte le latitudini del pianeta Italia in una rincorsa agonistica tra dosi cospicue di legno piccolo (le barrique nuove), ascendenze burrose (nello stile, più denso e largo che profondo) e sfide impossibili (da una parte la volontà di misurarsi e dall’altra i paragoni, spesso impropri, con la Borgogna). Ora che l’onda lunga dello Chardonnay, soprattutto italiano, sembra essersi un po’ annacquata, è il momento giusto di tornarci sopra e ho salutato con vivo interesse la proposta della Cantina Tramin di un confronto tra il loro Troy, al decimo anno di vita, e alcune espressioni nazionali e internazionali. Ci si è così ritrovati al ristorante Anima di Milano (uno degli stellati della galassia Enrico Bartolini) in compagnia di Willi Stürz e Wolfgang Klotz, rispettivamente enologo e direttore commerciale di Tramin, e di nove calici alla cieca serviti in tre servizi (o “flight”, come si usa dire oggidì in mezzo agli imperanti anglicismi).

Prima di addentrarci nel dettaglio dell’assaggio, due doverose parole introduttive sul Troy. Tramin, inteso sia come paese (in italiano Termeno) sia come la cantina che ne porta il nome, è giustamente celebre per i suoi Gewürztraminer, e quelli prodotti dalle mani sensibili e chirurgiche di Willi Stürz, siano essi secchi (Nussbaumer, Selida) o dolci (Terminum, Roen, Epokale), sono ormai da decenni assisi tra le vette della tipologia. Eppure lo chardonnay è il vitigno che questa cantina cooperativa ha piantato di più negli ultimi trent’anni.

«Abbiamo ovviato alla difficoltà di avere nel nostro territorio uno chardonnay esile con anni di studi sulle basse rese per regolare le quantità di uva in modo equilibrato» afferma Willi.

Nell’antica lingua locale Troy significa “sentiero”, quello che ha permesso il concepimento di uno Chardonnay Riserva che rispecchiasse il clima alpino del proprio territorio.

«Lo chardonnay è una varietà versatile con cui vengono prodotti alcuni tra i più grandi bianchi del mondo. Il Troy proviene da quattro appezzamenti dello Stoan, che, pur essendo un blend, ha rappresentato l’inizio della nostra storia con questo vitigno» dichiara Wolfgang.

La prima annata del Troy è stata la 2015. «Per noi era già chiaro che saremmo partiti con la barrique, visto che lo Stoan faceva botte grande» continua Willi. «I terreni calcarei delle nostre vigne in località Sella sono influenzati dalla catena della Meldola, dove ci sono le dolomie. C’è anche un apporto delle arenarie che occupano la fascia media tra la roccia calcarea della zona alta e il porfido che sta nel sottosuolo. Metà delle viti sono allevate a pergola, con impianti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’altra metà a guyot, su versanti variamente esposti».

Le piante sono allocate tra i 500 e i 550 metri di quota con pendenze significative. La fermentazione, anche malolattica (integrale e inevitabile con i pH montani, «in alcune zone non potevamo vendemmiare perché l’acidità era troppo alta» ricorda Willi), avviene in barrique (nuove per il 35%-40%), dove il vino rimane sui propri lieviti per circa undici mesi per poi essere trasferito in acciaio dove ne trascorre altri ventidue.

Primo servizio (vini del 2015)

1. Colore paglierino dorato intenso e carico, preludio di un olfatto un po’ contratto e contorto, con qualche segno di ruga anticipata e note di pasticceria. Palato denso, ricco, caldo, alcolico-burroso, con scia finale di sapore. Identificato come uno Chardonnay italiano, si rivela essere il Langhe Chardonnay Gaia & Rey 2015 Gaja. Inutile dire che ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, ma a quanto pare le bottiglie avevano problemi d’integrità.

2. Colore paglierino intenso e brillante, profumi giocati sul boisé del legno tra sentori di spezie e di acacia, con controllo della materia e definizione tecnica. Il palato ha densità, felpa, velluto. Unisce ricchezza, forza, alcolicità. Identificato come l’Alto Adige Chardonnay Riserva Troy 2015 Cantina Tramin, prima annata prodotta.

3. Colore paglierino brillante, olfatto elegante, piccante, fumé, con sottofondo di agrume, chiara ascendenza borgognona. Palato esemplare nel legno, burroso il giusto, che chiude tra accensioni sulfuree e bucce di limone. È lo Chassagne-Montrachet Houillères 2015 Domaine Olivier Leflaive.

Secondo servizio (vini tra il 2019 e il 2018)

1. Colore paglierino intenso, profilo impeccabile, legno definito e non invasivo, finale di buon sapore. Identificato come l’Alto Adige Chardonnay Riserva Troy 2018 Cantina Tramin. Più fresco e compiuto del 2015, comincia a delineare il quadro stilistico che verrà. «Siamo stati più attenti sul pH e sull’acidità, facendogli fare anche meno legno» sottolinea Willi.

2. Colore paglierino intenso e brillante, profilo gusto-olfattivo simile al precedente: legno calibrato ed elegante, carattere, cremosità e coerenza stilistica, con un finale di sapore e persistenza. È infatti l’Alto Adige Chardonnay Riserva Troy 2019 Cantina Tramin. La maggior freschezza dell’annata si riverbera in un vino di maggior dinamismo e compiutezza.

3. Colore paglierino intenso e brillante, naso giocato sul timbro del lievito tanto da sembrare quasi “champenois”, nota fumé prevalente, maturo e tonico al palato, non molto persistente. Matrice francese. È il Corton-Charlemagne Grand Cru 2019 Domaine Jacques Prieur, da cui era lecito attendersi qualcosa in più, considerando il blasone del cru e l’ambizione del domaine.

Terzo servizio (vini del 2021)

1. Colore citrino vivo leggermente velato, olfatto di legno fumé con ardenti sfumature minerali, bocca densa, intensa, boisé-piccante, intensa e reattiva, con allungo di pietra focaia e buccia di limone. A tutta vista un francese nello stile, si rivela invece essere uno Chardonnay americano: Sonoma Coast Chardonnay Powder House 2021 Aubert. Un vino che non conoscevo, la sorpresa della giornata. Sul sito aziendale viene detto che il Powder House rappresenta il culmine dell’esperienza più che trentennale di Mark Aubert con lo Chardonnay, che si avvale dei cloni più rari, degli antichi terreni marini della collina e di una vinificazione poco interventista. Non solo lo stile del vino, ma anche quello del packaging richiama la Borgogna.

2. Colore paglierino leggero e vivo, corredo olfattivo di trasparenza floreale, elegante nel tratto, leggero nell’apporto boisé, con acacia e burro modulati e integrati, palato cremoso, focalizzato, ben caratterizzato, di ritmo e dinamismo, davvero persistente, quasi infiltrante. È a tutta vista l’Alto Adige Chardonnay Riserva Troy 2021 Cantina Tramin. L’ultima annata rilasciata è la più compiuta, punto di evoluzione tecnica e di fusione organolettica del suo percorso produttivo. «Ora anticipiamo di qualche giorno la vendemmia, ma parliamo sempre di uva matura» precisa Willi.

3. Colore paglierino dorato carico, olfatto con alcune contratture dovute a riduzioni, a un legno non perfettamente armonizzato, con un palato per contro di forte carica acida, limonosa. Un vino di razza non perfettamente focalizzato. È lo Charlemagne Grand Cru 2021 Domaine de la Vougeraie, la delusione della sessione.

Ah, il  “risotto al limone bruciato, crescione e intingolo di podolica” del “resident chef” Michele Cobuzzi era strepitoso.

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Contributi fotografici copyright Studio Cru

La foto del risotto è dell’autore

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