Percorrendo la Strada Provinciale 299 che collega la città di Novara, dove sono nato, ad Alagna – perla della Valsesia – è impossibile non ammirare un edificio particolare e ricco di fascino più o meno all’ingresso del comune di Ghemme. Sono trascorsi ormai oltre vent’anni dalla prima volta che ho avuto il piacere di visitare la cantina Torraccia del Piantavigna, la cui storia risale al primo dopoguerra, attorno al 1950.
Il pioniere fu Pierino Piantavigna che nei pressi del seicentesco castello di Cavenago cominciò ad allevare un piccolo vigneto sulle colline di Ghemme, in provincia di Novara. Stiamo parlando di un territorio affascinante e complesso compreso nel cosiddetto Alto Piemonte; diviso in due dal fiume Sesia e protetto dalle possenti braccia del Monte Rosa, vetta dal profilo himalayano che appassiona tanto gli scalatori, quanto gli amanti dello sci, provenienti da mezz’Europa. Teniamo a mente questi due elementi naturali perché influenzano da sempre i vini che andremo poi a degustare.
Tornando a Pierino, ancor oggi l’azienda porta il suo cognome ed è un omaggio alla vita appassionata del nostro protagonista, che tra i filari della vite ha trascorso un’intera esistenza. “Torraccia”, così chiamata per il suo aspetto non propriamente intonso, è il nome di una torre posta su una collina a lui particolarmente cara, esposta in maniera ottimale e dalla forma quasi circolare; quest’ultima si trova poco a nord del castello sopracitato.
Facciamo un grosso passo avanti e arriviamo ad Alessandro Francoli, ancor oggi il presidente delle omonime Distillerie e nipote di Pierino. Fu lui ad avviare nel 1997 quella che oggi è diventata un’azienda affermata dell’Alto Piemonte vitivinicolo. Stiamo parlando di quaranta ettari di superficie vitata dove vengono allevati i vitigni autoctoni del territorio: nebbiolo (localmente detto spanna), vespolina ed erbaluce. Quest’ultima è una uva a bacca bianca anche chiamata greco novarese, soprattutto in Alto Piemonte, dove spiccano altresì eccellenze enoiche quali Ghemme e il Gattinara Docg. Le vedremo in seguito. La produzione annua si aggira attorno alle 190.000 bottiglie.
Nonno Pierino non ha trasmesso, all’attuale generazione alla guida della cantina, soltanto la passione per i vigneti e lo studio delle cultivar maggiormente idonee, ma anche l’attitudine al rispetto e allo sviluppo di valori imprescindibili quali: territorio, comunità e ambiente. Soltanto a titolo d’esempio, Torraccia del Piantavigna ha ricevuto il premio denominato Eco-friendly del Touring Club Italiano nel 2014, 2017 e 2018, a riprova del suo impegno verso la tutela e la salvaguardia ambientale. L’azienda si avvale di tecniche agronomiche volte a limitare al massimo l’impatto nei confronti della natura circostante.
Ancor oggi la famiglia Francoli possiede la quota maggioritaria dell’azienda, pur tuttavia dal 1° febbraio 2015 la proprietà è cambiata con l’entrata della famiglia Ponti, anch’essa di Ghemme. Quest’ultima ha acquistato un’importante quota ed è leader in Italia nella produzione di aceti e verdure conservate. L’unione di queste due importanti realtà del territorio rafforza semplicemente una collaborazione iniziata molti anni prima. I Ponti hanno collaborato con Torraccia sin dal principio avendo lasciato la gestione dei propri vigneti una join venture aziendale di proprietà delle due famiglie.
La viticoltura annessa a questo complesso ed affascinante territorio vitivinicolo è entrata ufficialmente nel III millennio, pur tuttavia la conformazione del suolo, ivi compreso il clima, restano le peculiarità che hanno determinato la vocazione e la specificità dei vini dell’Alto Piemonte. Entriamo nella proverbiale macchina del tempo e facciamo un “piccolo” salto indietro. La data è 290 milioni a. C: ci troviamo tra Valsesia e Valsessera e davanti ai nostri occhi si apre uno scenario apocalittico rappresentato da un vulcano attivo. Quando si originarono le Alpi, circa 60 milioni di anni or sono, il rovesciamento della crosta terrestre avvenuto in Valsesia permise l’affioramento del suo sistema magmatico più profondo, originando quello che oggi è conosciuto come il “supervulcano fossile”. Benefici che anche ai giorni nostri caratterizzano la pedologia di queste terre sorprendentemente ricche di sali minerali, gli stessi donano al vino sapidità e grandi capacità evolutive. Tali condizioni rendono l’Alto Piemonte un territorio vitivinicolo unico nel suo genere. Viene definito “Alto” anche perché nato in parte da una devastante esplosione preistorica. Tagliato in due da un fiume, il Sesia, quest’ultimo scende velocemente a valle dai 2500 metri del ghiacciaio del Monte Rosa, dove sgorga in tutta la sua purezza. Per molti amanti del vino rimane una culla enologica di qualità ancora da scoprire, grazie ai pendii da cui nascono “uve nere che danno vino da località fredde”, come già sosteneva nei suoi scritti agresti, nel I sec D.C., il latino Columella.
Mentre un tempo, ormai sempre più lontano, tali peculiarità microclimatiche rappresentavano forse un limite per la maturazione delle uve – o meglio i vini necessitavano di svariati anni per risultare equilibrati soprattutto al palato – nel contesto atmosferico attuale, condizionato dal cambiamento climatico, tali caratteristiche rendono l’Alto Piemonte un’areale vitivinicolo sempre più vocato. Elementi caratteristici tutt’altro che secondari per coloro che si occupano di viticoltura e ne vanno cercando i contesti meno inclini ad esposizioni torride, senza necessariamente rivolgersi verso vigneti di alta montagna.
Alessandro Francoli desidera porre l’accento su quelle che sono le caratteristiche principali dei vini che produce, coadiuvato dall’instancabile lavoro di Mattia Donna, enologo di Torraccia del Piantavigna da quasi vent’anni. Soprattutto nei Ghemme e Gattinara Docg: eleganza, complessità, freschezza e longevità non devono mai mancare. Gli stressi affinano diversi anni nelle grandi botti di Allier e successivamente in bottiglia. Il Monte Rosa e ovviamente il SuperVulcano completano il quadro, dando vita ad un ambiente pedoclimatico unico nel suo genere.
La superficie vitata dell’azienda è di 40 ettari, di cui 35 a produzione, ed è suddivisa in otto zone distinte comprese principalmente in due macroaree: Ghemme e Gattinara. Le più importanti sono cinque: tre riguardano il primo comune citato e sfruttano la cosiddetta terrazza fluvio-alluvionale, le altre due nel secondo, caratterizzate da terreni vulcanici. Considerando l’importanza strategica di questi cru trovo corretto specificarne le peculiarità. Iniziamo dal più importante, il Vigneto Pelizzane a cui Torraccia dedica il suo Ghemme maggiormente ambizioso: un ettaro e poco più di terra composta da tanta argilla e limo a reazione acida; altitudine pari a 300 metri sul livello del mare ed esposizione rivolta a sud-ovest. Queste ultime due caratteristiche riguardano anche il Vigneto Maretta, localmente chiamato Merote, d’età compresa tra i 21/24 anni, costituito da terreni di medio impasto con reazione tendenzialmente acida e ph compresi tra 5-6. Nello stesso comune che dà il nome alla storica Docg del novarese, istituita nel 1997, troviamo anche il vigneto Ronco dell’Ulivo, localmente chiamato Plusciani, che ha le medesime caratteristiche salvo un’altitudine lievemente inferiore: 260/300 metri sul livello del mare; l’esposizione è rivolta ad ovest. Il quarto ed ultimo cru di Ghemme è denominato Poncioni, o Punciòn, ed è composto da vigne che hanno anche quarantatré anni d’età.
Passiamo al versante vercellese rappresentato dal comune di Gattinara, dove l’azienda alleva la vite in due vigneti specifici: Gerbidoni, localmente chiamato Jerbiòn, e Lurghe. Il primo è situato su una collina a 260 metri sul livello del mare, esposto a sud/ovest, con piante di 43 anni / 31 anni / 21 anni; il terreno è d’origine vulcanica, ricco di abbondante scheletro costituito da porfidi, sienite e quarzo, con buona percentuale argillo-limosa. La reazione è tendenzialmente acida o sub-acida con ph 5.5 / 6.5. Il secondo, a mio avviso ancor più noto tra gli addetti ai lavori, è ubicato sulla sommità della collina con esposizione a ovest. Trattasi di uno dei migliori insediamenti vitivinicoli dell’area gattinarese, di cui sono note le difficoltà con cui il viticoltore ha sempre dovuto cimentarsi, anche a causa delle vene rocciose affioranti in superficie e le pendenze pronunciate in cui vengono piantate le vigne. Ci troviamo a 280 metri sul livello del mare, esposizione rivolta ad ovest, la vite affonda le proprie radici all’interno di un terreno d’origine vulcanica, roccioso, a base granitico-porfidica a reazione acida, originato dallo sgretolamento del massiccio del Monte Rosa. Abbondante la presenza di ferro che gli conferisce screziature rossicce. La reazione è tendenzialmente acida/sub-acida. Qui il nebbiolo regala vini austeri, complessi e dotati di una longevità tra le più interessanti dell’intero Piemonte vitivinicolo.
A mio avviso per comprendere a fondo queste caratteristiche, ivi compresa la capacità del suolo di forgiare prodotti tendenzialmente unici, occorre passeggiare tra i filari, sentire gli odori del vigneto, i profumi della terra e della vegetazione circostante che cambia colore ad ogni stagione. La biodiversità tra queste colline regna sovrana; soprattutto il bosco la fa da padrone, restituendo una tranquillità a tratti surreale, tanto che un tempo si narrava delle famose vigne nascoste di Gattinara. La bellezza del paesaggio in Alto Piemonte bisogna un po’ sudarsela, non è a “portata di sguardo” come in Langa o nel Chianti; e il discorso vale ovviamente anche per i vigneti di Ghemme. È proprio questo il bello a mio avviso. Una volta giunti a destinazione, al cospetto dei filari, è insolito trovare macchine che passano o altre diavolerie moderne che disturbano la quiete dei grappoli.
Di seguito le nostre impressioni riguardo sette vini proposti da Mattia Donna e Alessandro Francoli, all’interno della sala degustazione della bella cantina di Ghemme.
Metodo Classico Blanc de Blancs Dosaggio Zero Erbavoglio
Erbaluce in purezza o greco novarese, affina 36 mesi sui propri lieviti. Tiraggio luglio 2021, sboccatura giungo 2024. Paglierino caldo, tonalità ancor più vivace grazie al perlage fine e regolare. Timbro intenso: al naso riconosco lieviti e frutta secca, mela Granny Smith, smalto e piccoli fiori di montagna lievemente appassiti; anche lo zenzero candito fa capolino. In chiusura, dopo opportuna ossigenazione, miele di tarassaco. Ne assaggio un sorso e ritrovo un Metodo Classico per palati pretenziosi: verticalità ai massimi, tensione,” croccantezza” del frutto e una sapidità che richiama fortemente la mineralità del terreno; quella del Vigneto Maretta di Ghemme. Tra i migliori spumanti mai assaggiati in Alto Piemonte in tanti anni, e senza ombra di dubbio.
Colline Novaresi Nebbiolo Barlàn 2024
Iniziamo l’approfondimento dedicato al nebbiolo, qui in veste rosa. La tonalità è rame con riflessi pesca, media consistenza ed estratto. Ritrovo un naso orientato su toni di cosmesi, fragolina di bosco, lampone e pepe rosa. La tensione acida non manca, pur tuttavia il vino fatica a mantenerla perché in chiusura si accomoda un po’. A mio avviso è ancora molto giovane.
Nebbiolo 90%, a saldo vespolina. Affina 42 mesi in grandi botti di rovere francese. Tra il rubino ed il granato, estratto considerevole. Riconosco il frutto tipico dello spanna (nebbiolo) allevato nel versante novarese dell’Alto Piemonte: alludo a dolci note di marasca, mora, ma anche spezie orientali e terriccio umido; suggestioni salmastre in chiusura e dopo lenta ossigenazione. In bocca mostra già un buon equilibrio di base portando con sé ancora un tannino vispo; guai se non fosse così. Un vino lungo e penetrante che non risparmia colpi in termini di sapidità, e lo si deve ancora una volta al terreno.
Nebbiolo in purezza, affina 50 mesi in grandi botti di rovere francese. Granata con qualche riflesso ancora rubino al centro del bicchiere; consistente. Il suo profumo è un chiaro omaggio al territorio e alla storia del vino di Gattinara: suadente e al contempo complesso, leggiadro e a tratti ipnotico. Nell’ordine: erbe officinali, tracce ematiche, tabacco e incenso, pepe nero e in chiusura cenni balsamici. Ne assaggio un sorso e ritrovo un vino succoso e ricco di tensione acida, centro bocca di spessore e una chiusura fresca, pulita, con un residuo tannico ancora importante. È un vino ancora in fasce, s’intende, ma ha già il suo perché.
Uve nebbiolo, localmente chiamato spanna, allevate all’interno del Vigneto Lurghe; presto uscirà la menziona specifica in etichetta. Affina 60 mesi in grandi botti di rovere francese. Color granata caldo, bella tonalità e unghia mattone. Nonostante l’annata torrida, a dir poco, conserva tratti floreali freschi di rosa canina, viola, e un frutto dolce e suadente che sa di amarena matura (non esasperata) ma anche corteccia, radici; toni ferrosi in chiusura. Quest’ultima sensazione ritorna anche in bocca; ritrovo al contempo un vino performante, fresco, dinamico con una chiusura quasi “piccante”. Ciò che apprezzo è il suo equilibrio, l’attuale stato di grazia; ciò non significa che è un vino arrivato. Ha ancora tanta strada da percorrere.
Nebbiolo 90%, a saldo vespolina. Affina 75 mesi in grandi botti di rovere francese. Veste granata con riflessi color mattone, tonalità chiara ed estratto considerevole. Ritrovo un timbro olfattivo e delle sfumature che mi riportano indietro nel tempo, epoca in cui assaggiavo i primi Ghemme attorno alla fine degli anni Novanta. Intendo tutta una serie di suggestioni ematiche, fiori leggermente appassiti (viola in primis) con incursioni di incenso, mandorla caramellata e cuoio; il frutto maturo in chiusura sa di mora. La virtù di questo vigneto appare chiara ed evidente soprattutto all’assaggio, perché il vino è grado di mantenere una freschezza considerevole nonostante l’annata torrida e siccitosa. Mi aspettavo forse un corpo maggiormente pronunciato ma non è un difetto, perché il vino guadagna punti in termini di bevibilità ben sorretto da una lunga scia sapida, in chiusura, che garantisce ulteriori capacità d’affinamento.
Nebbiolo 90%, a saldo vespolina. Affina 90 mesi in grandi botti di rovere francese. Nonostante i sedici anni dalla vendemmia difende ancora un’ombra incredibilmente rubino su un manto granata di grande profondità. I terziari qui appaiono evidenti, ma non vi è alcun cenno di cedimento: cuoio, pellame, tracce ematiche e una dolcissima scorza di arancia rossa candita; toni empireumatici rimandano all’incenso, alla cenere. Trascorsi circa trenta minuti dalla mescita ingentilisce i toni olfattivi, mediante profumi di mandorla caramellata e canfora. A mani basse il miglior vino della degustazione proprio per quel suo equilibrio intrinseco dato da un andirivieni di sensazioni acide, e sapide, in perfetta sinergia tra loro; anche se ciò che conquista maggiormente è la sua bevibilità e la totale assenza di alcol percepito. Un grande Ghemme insomma.
Le foto sono dell’autore

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.














