Dal 2010 a oggi le vendite del Dolcetto hanno subito un ulteriore calo, con punte superiori al 20% in perdita di competitività nella grande distribuzione e un generale senso di scarso interesse da parte del bevitore medio. Cosa significhi “bevitore medio” rimane difficile da circoscrivere, ma gli esperti amano molto tutto ciò che contiene “media” e “medio” in una qualsiasi analisi statistica.
Come ho più volte sottolineato nel corso degli ultimi tre decenni, considero le difficoltà del Dolcetto – in tutte le sue diverse declinazioni, dalle versioni più corpose e strutturate a quelle più delicate – una sconfitta grave per il mondo del vino italiano. Molti enofili attraversano oceani, esplorano i più remoti anfratti delle regioni vinicole francesi, portoghesi, bulgare, georgiane, cercano avidamente su internet bottiglie di Poulsard svizzero, e non si accorgono di avere vini degni del massimo interesse – come il Dolcetto – nel cortile di casa.
Perfino quando si nominano – nelle conversazioni virtuali e in persona – vignaioli famosi delle Langhe il centro dell’interesse dell’appassionato è tutto sulle selezioni di Barolo e Barbaresco, e se qualcuno dei suddetti vignaioli fa anche un buon Dolcetto la cosa passa in terzo e quarto piano.
A queste evidenze pensavo stappando un Dolcetto d’Alba di particolare grazia, il 2023 di Principiano. Poco colorato, dall’aspetto più simile a un rosato che a un Dolcetto tradizionale, sottile nei profumi, sciolto al palato, molto poco alcolico (soltanto 12 gradi indicati in etichetta): descritta così, una silhouette che non soltanto presta il fianco alle critiche dei dolcettisti ortodossi, ma sembra anche indicare un vinello anemico, corto, vuoto.
E invece, contro ogni evidenza, il Dolcetto d’Alba 2023 di Principiano ha una forza propulsiva insospettabile, che non si sa da dove tragga. Non ci sono grandi doti estrattive, non c’è (come da caratteristiche del vitigno) una fitta rete tannica, non c’è finale. I tre quarti del vino, i sei settimi, i nove decimi sono di un vino ultraleggero; quel che rimane invece è sufficiente per dare spinta ed energia al sorso. Le note conclusive, delicatamente ma percettibilmente amarognole, sono il marchio distintivo della varietà, e contribuiscono a riaccendere il desiderio di riempirsi di nuovo il bicchiere.
Tutto questo bric-à-brac di sensazioni valgono per me, non c’è bisogno di esplicitarlo. Ad altri sembrerà un Dolcetto insolitamente scarno, e chiusa lì. Ma l’ho scritto e riscritto, io amo il Dolcetto e a me piace sempre molto, in tutte le sue interpretazioni.

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









