Nella considerazione degli appassionati di vino il Rodano occupa un posto decisamente alto: viene subito dopo l’inattingibile Borgogna e l’inossidabile Bordeaux, e si muove a occhio e croce sullo stesso piano della Loira e del Jura quanto a presenza nel chiacchiericcio enofilo.
Per Rodano, tuttavia, la grande maggioranza dei bevitori intende in primis i grandi vigneti del Rodano del Nord, e in secundis le storiche bottiglie del meridionale Chateauneuf du Pape. Molto meno famoso è l’areale produttivo delle Collines Rhodaniennes, un territorio relativamente poco esteso (circa 800 ettari vitati) che insiste sulle entrambe le sponde settentrionali del fiume Rodano stesso. La scarsa notorietà di questa Igp è dovuta in buona parte alla sua recentezza (recentitudine), dato che è stata creata nel 2011, e ovviamente anche all’assenza di cru di reputazione consolidata.
Ma sarebbe un errore derubricare le colline rodaniane a semplice appellation satellite, a somiglianza delle denominazioni “di ricaduta” così strategicamente utili alle più auguste Docg italiche.
Qui infatti nascono bianchi e rossi* dalle non trascurabili risorse in termini di intensità di sapore, piacevolezza aromatica, intensità minerale (i suoli sono in maggioranza da disfacimento granitico, come nei migliori terroir del Rodano settentrionale).
Non solo. Non si tratta di una produzione in media standardizzata, con i soliti viognier e syrah a fare da attori unici. Una quota crescente – sia pure ancora molto minoritaria – di vini proviene da vitigni storici poco noti (picardan, bia blanc, counoise, muscardin, etc), e la ricerca di nuove tonalità aromatiche e gustative è un tratto caratteristico dei vignerons della zona.
Di questa appellation ho bevuto con soddisfazione un valido rosso prodotto da François Villard e chiamato poeticamente L’appel des Sereines (“il richiamo delle sirene”).
Ottenuto da syrah di vigne sparse in vari comuni del luogo – Chavanay, Ardoix, St Michel sur Rhone, Vérin -, affinato parte in legno (60%) e parte in acciaio, il 2023 ha intenso colore melanzanoso ma non opaco, aromi classici di grafite e pepe, una buona dinamica palatale, con centro bocca appena più largo e rilassato delle aspettative, ma immediatamente più reattivo e sapido nel finale. Il contenuto volume alcolico, solo 12,5 gradi, contribuisce a magnetizzare la mano del bevitore verso la bottiglia.
Un’appellation da seguire molto da vicino.
* e pure rosati, spumanti e vini dolci

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









