Con la possibile eccezione di mio cugino Federico, che è partito subito – fin dalla più tenera età – come massimo conoscitore di vini, il percorso tipico del bevitore in genere è:
1) da principiante, chiedere un vino da bere
2) da neofita, chiedere un vino da vitigno (“mi porti un Sauvignon”)
3) da enofilo esperto, bere un vino di terroir (“che rispecchi il territorio dove nasce”)
Non ho nulla da eccepire su questo schema, mi ci riconosco in pieno. Anche per me la massima espressione di un vino è quando traduce in modo fedele le peculiarità della sua terra e quando sa interpretare [segue ad libitum]. Mentre un vino da vitigno è di solito un prodotto più standardizzato, che [segue ad libitum].
Dopodiché, proprio per non abbracciare in modo acritico una posizione, di tanto in tanto occorre anche volgere magnanimamente lo sguardo al punto 2) e riconoscere che non tutti i vini da vitigno sono vini di serie b. Esistono infatti uve capaci di trasmettere carattere e qualità anche a prodotti di aree con le quali non intrecciano rapporti secolari. Personalmente non ho mai provato un Riesling dello Zambia, ma se per caso – con gli sconvolgimenti climatici che attraversiamo – fossero riusciti a coltivarlo anche lì, c’è la possibilità concreta che si tratti di un vino quantomeno decoroso sul piano aromatico.
Tra le uve che la trattatistica del passato definiva “nobili” non c’è dubbio che il riesling occupi infatti il primo posto del podio virtuale. Il guru transalpino Michel Bettane, che cito spesso perché portatore sano di una sensibilità palatale trascendente, un giorno mi disse: “certi Riesling sono talmente accecanti come qualità da far impallidire i più grandi bianchi della Côte d’Or”.
Non è un segreto condiviso da pochi iniziati, ovviamente. Lasciando da parte la sua teutonica terra d’origine, da noi si coltiva riesling in diverse regioni. Famosi a giusto titolo solo diversi conseguimenti altoatesini, ma non mancano valide etichette venete, lombarde, friulane.
Una nicchia per conoscitori se l’è ricavata la produzione piemontese grazie ad apripista quali Aldo Vajra o a interpreti come Ettore Germano. Oggi segnalo un Riesling piuttosto stilizzato prodotto da Enrico Nada, dell’azienda langarola Giuseppe Nada (non entro nell’inestricabile groviglio di parentele tra i vari nuclei produttivi della zona che riportano nella ragione sociale il nome Nada: non ne uscirei vivo, proprio come accade cercando di seguire le ramificazioni familiari di dinastie borgognone come i Morey). Realizzato in numeri confidenziali ma non troppo (circa 2mila bottiglie annue), è fermentato a temperatura contenuta (17-18 gradi) e viene fatto affinare in cantina per circa tre anni prima di essere commercializzato. Il Langhe Riesling Tecum 2020 ha buona densità al palato, dove emerge rapidamente la tipica capacità dell’uva di dare ritmo, dinamica, progressione al sorso. Lo spettro aromatico, nitido, è ancora in via di formazione e accenna appena i classici rimandi alla nafta del gommone estivo; prevalgono invece le note agrumate e fiorite. Ci si aspetta che dia il meglio fra due o tre anni, ma già ora è molto piacevole.

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









