
Quando Matteo Ascheri, sesta generazione di una storica famiglia del vino, prende la parola, il racconto non è mai soltanto tecnico. È storia, visione e affermazione etica, un discorso che si fa testimonianza di valori radicati nel tempo e nello spazio. La sua azienda, con sede a Bra sin dal 1880, porta con sé un’identità forte, forgiata da una scelta chiara e controcorrente: lavorare esclusivamente con vigneti di proprietà e con dipendenti assunti direttamente, senza ricorrere a cooperative o lavoro precario. “Abbiamo fatto una scelta etica per evitare problemi di sfruttamento, caporalato”, afferma Ascheri con convinzione. “L’ho sostenuto anche quando ero presidente del Consorzio, anche se poi sono rimasto da solo. Ma a casa nostra facciamo così”. Una scelta, la sua, che non è solo una questione gestionale, ma una dichiarazione d’intenti, una presa di posizione netta in un contesto produttivo dove, troppo spesso, la qualità del lavoro è sacrificata sull’altare della convenienza. Questo impegno si riflette anche nella cura con cui l’azienda seleziona, forma e valorizza le proprie maestranze, rendendole parte attiva e consapevole del progetto enologico. Non è un caso che Ascheri consideri il suo team come una vera e propria estensione della famiglia, una rete solida che affonda le radici nella tradizione ma guarda con decisione al futuro.
Ascheri, come tutti i produttori langaroli, è più noto per i suoi rossi, ma ho partecipato con piacere ad una degustazione dedicata ai vini bianchi della cantina: il Langhe Arneis 2024, il Langhe Bianco Montalupa 2021 e lo spumante brut metodo classico. In abbinamento, con un gioco ben studiato, i formaggi di Giolito, piccola azienda di Bra che da oltre un secolo seleziona ed affina prodotti unici, testimoni dell’autentica tradizione braidese. Ascheri è un personaggio diretto, schietto, con un passato istituzionale importante (è stato per anni presidente del Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba Langhe e Dogliani) e posizioni nette, tutt’altro che omologate. Il suo racconto è un viaggio che unisce terroir, filosofia produttiva e passione per la musica. “Mi piace dare una versione ‘unplugged’ dei miei vini, come nella musica”, dice. “Senza sovrastrutture tecnologiche, per esprimere con chiarezza origine, vitigno e idee, che sono i tre elementi che rendono un vino riconoscibile”.
Il primo vino degustato è il Langhe Arneis 2024, frutto dell’assemblaggio tra un vigneto a Montaldo Roero (60%) e uno a Serralunga d’Alba (40%). “Il Roero ci dà finezza e profumi floreali, Serralunga più acidità e struttura”, spiega. La vinificazione cerca equilibrio tra complessità e freschezza: vendemmia tardiva, mantenimento sui lieviti per 4-6 mesi, malolattica solo parziale per preservare l’acido malico. “Il nostro obiettivo non è fare un vino solo fresco e fruttato, ma con una sua profondità, senza coprire il carattere naturale dell’uva”. L’abbinamento con un testù di pecora stagionato, scelto con l’affinatore Fiorenzo Giolito, rivela tutta la ricchezza gustativa dell’Arneis: un vino che bevuto da solo ha qualche limite in freschezza e spinta acida, ma che guadagna in equilibrio proprio nell’abbinamento col formaggio, con dei rimandi gusto-olfattivi che lo esaltano. Bicchiere che, grazie anche a una morbidezza di fondo evidente, starebbe benissimo anche con una cucina speziata, come quella orientale.
Il secondo vino è un Viognier 2021, denominato “Montalupa” dal nome della vigna impiantata a Bra nel 1993. Un vitigno non autoctono ma radicato in un terroir piemontese sabbioso che gli conferisce carattere unico. “Volevamo fare un vino bianco capace di invecchiare anche 10-15 anni. Il 25% fermenta in legno, il resto in acciaio, per poi affinare in bottiglia almeno due anni prima della vendita”.
Ascheri racconta anche la genesi del progetto, legata ai viaggi nella Côte du Rhône e all’incontro – cercato e a volte fortuito – con storici produttori locali. Fu proprio in quei luoghi che nacque la scintilla per l’introduzione del Viognier a Bra. “Volevamo visitare Château Grillet, ma nessuno ci ha aperto”, ricorda Ascheri. “Alla fine siamo finiti per caso da Georges Vernay, uno dei padri riconosciuti del Condrieu, e poco dopo anche da Jean-Luc Colombo, noto innovatore che aveva introdotto l’uso delle barrique”. Il confronto tra scuole diverse, tra tradizione e innovazione, gli rivelò un dettaglio decisivo: “Assaggiammo bottiglie fatte con una tecnologia vecchia di 45 anni, ma il risultato era incredibile. Allora capii che il vino è molto più dell’attrezzatura“. Il concetto di terroir, di vitigno e di idee chiare superava qualsiasi avanzamento tecnologico. Quelle degustazioni portarono Ascheri a riflettere anche sull’approccio piemontese: “In Langa non c’è bisogno di introdurre nulla. Ma nel Roero, sulla sinistra Tanaro, ci siamo sentiti più liberi di sperimentare. Da qui la scelta del Viognier, che da noi ha trovato un suo equilibrio e una nuova espressione”.
Il Montalupa si distingue per sentori tipici del viognier, come pesca e albicocca, ma nella versione langarola si arricchisce di erbe aromatiche, come salvia e lavanda, ed è proposto con un formaggio di capra stagionato chiamato “suola di capra”. Un bianco con una classe innata, che trova nella gestione equilibrata del legno e della maturazione il suo punto di forza.

L’ultima proposta è un metodo classico a base 100% nebbiolo, ottenuto dal diradamento dei vigneti destinati al Barolo. Vendemmiato tre settimane prima del rosso, vinificato in bianco con pressature delicatissime e affinato 12 mesi sui lieviti, questo spumante si ricollega alla tradizione ottocentesca piemontese: “Cinzano, Martini, Gancia spumantizzavano Nebbiolo. Noi lo riproponiamo in una chiave moderna ma fedele alla storia”.
La scelta del monovitigno, la vendemmia anticipata, la pressatura dolce e la malolattica svolta naturalmente nel 2022, costruiscono un profilo fresco ma non acerbo, con una struttura sostenuta dalla varietà stessa. L’abbinamento con un Bra stravecchio stagionato 2 anni e mezzo risulta sorprendente: “Abbiamo iniziato pensando di aprire con il metodo classico e finire col Viognier, ma quest’ordine ci ha colpiti: è un vino di chiusura, elegante e diverso”.
Una degustazione interessante nel complesso, in cui dalla chiacchierata emerge chiara la cifra più autentica della filosofia Ascheri: il vino non deve solo raccontare un territorio, ma deve rispettarlo, difenderlo, e contribuire a costruire una comunità agricola più giusta e consapevole. In definitiva, deve farsi portavoce di una cultura produttiva che ha il coraggio di essere diversa e più socialmente sostenibile. La qualità del prodotto finale, oggi, viene dopo…

Franco Santini ([email protected]), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!










