
Frequento la Valtellina da tempo, dall’inizio di questo nuovo secolo/millennio, dunque un quarto di secolo o giù di lì. Una quindicina d’anni per gli assaggi della «Guida Vini l’Espresso» (i campioni da assaggiare non erano tanti, non tanti come presso altri Consorzi – oggi sarebbero senz’altro di più –, bastava una singola mattinata per degustarli, e ogni volta pernottavo all’Hotel Campelli di Albosaggia, dove al mattino, anche d’estate, l’aria era frizzante e la vista su Sassella e Grumello mozzafiato).

Le quattro trasferte stagionali per raccontare l’intera Valtellina nel mio libro La Montagna (una quarantina di aziende, vigneti compresi, visitate di persona e una quantità smodata di fotografie scattate). E gli articoli (compreso questo). Ma non mi era ancora capitato di ammirare la sua meravigliosa morfologia a bordo di un elicottero. È successo durante la prima edizione dell’evento ViVa, che sta per ViniValtellina ma che si può anche leggere come VivaValtellina, con un punto esclamativo implicito. Due giorni, 8 e 9 settembre, per un ampio ventaglio di esperienze sul territorio.

Quello viticolo della “Voltolina”, come la chiamava Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico («valle circundata d’alti e terribili monti, fa vini potenti ed assai»), è uno dei più emozionanti del mondo, un vasto e quasi ininterrotto susseguirsi di terrazze vitate, così ampio da sembrare sconfinato, almeno dal punto di vista percettivo: 820 ettari tra i 300 e i 750 metri di quota (con vigne esterne al perimetro della denominazione – il cui disciplinare sta però per essere oggetto di una significativa revisione – che arrivano a 850-900 metri), disposti lungo 25.000 terrazzi e 2.500 chilometri di muretti a secco per circa una quarantina di chilometri di nuda e plateale roccia da Ardenno fino a Tirano, sul versante soleggiato delle Alpi Retiche, alla destra orografica del fiume Adda, in provincia di Sondrio. Tutti sono rimasti folgorati dalla sua bellezza aspra ed estrema, compreso Mario Soldati, che in Vino al vino confessava la vergogna di averla conosciuta tardi, troppo tardi, all’età di 62 anni.

I suoli, prodotti dallo sfaldamento della roccia granitica, sono sabbiosi e limosi: l’argilla è rara, inferiore al 10%, e il calcare assente, motivo per cui la chiavennasca locale, a differenza del nebbiolo piemontese, contiene meno tannino. Il sapore minerale e la componente salata sono dati dalla roccia scistosa. Molto sciolti e permeabili, i terreni non trattengono l’acqua e sono predisposti alla siccità: la forte insolazione dovuta all’esposizione in pieno sud, tra le più intense d’Italia, ha addirittura favorito la crescita di una vegetazione spontanea tipica degli ambienti aridi come le cactacee, tra cui i fichi d’India. Il paesaggio non è scandito da una vegetazione tipicamente montana come le conifere, ma dal castagno, dal faggio e dall’olmo in virtù del clima mite e dei suoli acidi. I suoli sono poco profondi: la superficie lavorabile va dai 40 a 150 centimetri e non è infrequente vedere le radici delle viti conficcate direttamente tra le fessure rocciose. Qui coabitano due climi: uno alpino e uno mediterraneo con effetti estremamente benefici sui vini, che fondono la maturità con il contrasto, la struttura con la freschezza, generando un profilo di eleganza e verticalità.

Tre i vini del territorio. Il Rosso di Valtellina, doc dal 1968, occupa un’area di 200 ettari che si estende su tutto il territorio, comprendendo le “isole” della sinistra orografica della valle, quella orobica (Albosaggia e Stazzona, fino alla quota di 600 metri), come, su quella destra, parte del comune di Piateda e di quello di Ponte in Valtellina. È l’unico vino che non ha l’obbligo di un passaggio nel legno ed è spesso un magnifico (e sottovalutato) portavoce del territorio per il suo stile rarefatto.Il Valtellina Superiore (doc dal 1968, docg dal 1998) prevede un invecchiamento minimo di due anni (tre per la Riserva), di cui almeno uno nel legno. L’area di produzione si estende fino ai 650 metri di quota per circa 600 ettari e comprende le sottozone storiche, che sono cinque: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Aumenteranno con il nuovo disciplinare, che, tra le altre cose, darà finalmente un riconoscimento ufficiale, e dunque una visibilità, al Tiranese. Lo Sforzato o Sfursat di Valtellina (doc dal 1968, docg dal 2003) è un rosso secco prodotto da uve raccolte fino a una quota massima di 700 metri e fatte appassire (ovvero “forzate”, da cui il nome) almeno fino al primo dicembre, con un indice alcolico-volumico minimo del 14% e un invecchiamento di almeno 20 mesi, di cui 12 nel legno. Come per il Rosso, anche l’area produttiva dello Sforzato abbraccia tutto il territorio della denominazione.
L’uva di questi tre rossi è la stessa e si chiama chiavennasca: non deriva, come potrebbe dedursi per assonanza, da Chiavenna, il comune dell’omonima valle limitrofa alla Valtellina, ma dalla parola dialettale “ciuvinasca”, letteralmente “più vinosa”, ovvero più adatta a essere trasformata in vino, sancendo un primato qualitativo fin dalla sua radice etimologica e una distinzione di merito nei confronti degli altri vitigni locali. Se da sempre la chiavennasca viene identificata con il nebbiolo piemontese, recenti ricerche sul dna ne hanno messo in luce la stretta parentela con una decina di antiche varietà locali, tra cui la rossola, spostando così l’origine geografica del nebbiolo dal Piemonte all’arco alpino centro-occidentale.
A ViVa 2025 le cantine presenti erano 38, un numero forte, rappresentativo, capace di fotografe l’eclettico, dinamico scenario produttivo attuale, che associa le cantine storiche, tradizionali o celebri a quelle di nuova generazione o fondazione. Con sagace valorizzazione del centro storico di Sondrio, sede principale della manifestazione, i banchi di degustazione delle cantine sono stati distribuiti negli interni di quattro storici palazzi nobiliari.
Edificio cinquecentesco, Palazzo Pretorio era la dimora della famiglia valtellinese Pellegrini, divenne sede del Governo, poi residenza del Governatore durante il periodo dei Grigioni, quindi tribunale giudiziario sotto Napoleone e gli austriaci e infine sede del Municipio con il Regno d’Italia (ed è tuttora così). Di particolare interesse la rinascimentale stüa Rigamonti, un antico soggiorno con pareti e soffitto in legno scolpito e intagliato. Il palazzo ha ospitato le aziende ArPePe (Sondrio), Ascesa (Tresivio), Dislivelli (Sondrio), Fratelli Bettini (San Giacomo di Teglio), Francesco Folini (Chiuro), La Perla (Tresenda di Teglio), Pizzo Coca (Ponte in Valtellina) e Rupi del Nebbiolo (Villa di Tirano).
MVSA è il Museo Valtellinese di Storia e Arte situato all’interno di Palazzo Sassi de’ Lavizzari, edificio di origini cinquecentesche donato alla città nel 1922 da Francesco Sassi de’ Lavizzari per scopi culturali. Ha ospitato Aldo Rainoldi (Chiuro), Alfio Mozzi (Castione Andevenno), Assoviuno (Berbenno in Valtellina), Balgera (Chiuro), Marino Lanzini (Ponte in Valtellina) e Tenuta Scerscé (Tirano).
Palazzo Sertoli è parte di un complesso architettonico di tre palazzi tra loro comunicanti nella storica piazza Quadrivio: Sertoli, appunto, Giacconi e Paribelli. Al piano nobile c’è lo spettacolare salone rococò detto “dei balli”, con decorazioni pittoriche, stucchi e mirabili trompe-l’œil. Nel giardino era situata la zona “food” della manifestazione: accanto ai chiscioi (frittelle di grano saraceno con formaggio), si potevano degustare quattro artigianali tagli di bresaola, dai più conosciuti magatello e punta d’anca ai più desueti (e grassi) codone e sottofesa. Palazzo Sertoli ha ospitato Agrilu (Poggiridenti), Andreoli (Berbenno di Valtellina), Ca’ Bianche (Tirano), Dirupi (Ponte in Valtellina), Luca Faccinelli (Tresivio), Nino Negri (Chiuro), Riter (Poggiridenti), Walter Menegola (Castione Andevenno).
Il Centro Le Volte, costruito in un palazzo del 1872, è ubicato nelle cantine sotterranee dell’ex Società Enologica Valtellinese e ha ospitato: Alberto Marsetti (Sondrio), Alessio Magi (Teglio), Caven Camuna (Chiuro), Coop. Agricola Triasso e Sassella (Sondrio), Giorgio Gianatti (Montagna di Valtellina), La Grazia (Tirano), La Spia (Castione Andevenno), Le Strie (Ponte in Valtellina), Mamete Prevostini/Convento San Lorenzo (Mese), Marcel Zanolari (Bianzone), Marco Ferrari (Montagna di Valtellina), Nicola Nobili (Poggiridenti), Plozza (Tirano), Radìs (Tirano), Sandro Fay (San Giacomo di Teglio), Triacca (Villa di Tirano).
Una coralità dentro cui muoversi, assaggiando e dialogando, per conoscere tutte le variazioni (territoriali, tipologiche, stilistiche, organolettiche) dei vini di Valtellina.
Ho saltato, con rammarico, l’escursione in ebike tra le vigne per questioni di tempo (la degustazione ha preso tutto il pomeriggio del giorno 8), ma non il giro in elicottero del mattino seguente, aperto dalla conferenza stampa sul terrazzo del ristorante Il Poggio di Poggiridenti (uno dei migliori del territorio), tenuta da Mamete Prevostini, Danilo Drocco e Marco Fay (rispettivamente presidente e vicepresidenti del Consorzio Tutela Vini Valtellina), Luca Faccinelli (presidente della Fondazione Provinea) e Davide Fasolini (presidente della Strada del Vino della Valtellina).
Avevo già volato in elicottero, anche in luoghi del vino (Colli Euganei), ma questa breve “trasvolata” della Valtellina, concentrata soprattutto sulle zone dell’Inferno e del Grumello, complice anche un pilota giovane dalla mano ferma ma portato alle evoluzioni, è stata particolarmente emozionante, con qualche punta di puro panico (la virata a 360° sopra Castel Grumello) che ho cercato di contrastare schiacciando come un forsennato il pulsante di scatto della reflex. Le fotografie che vedete riproducono fedelmente il punto di vista aereo, comprensive delle conseguenti aberrazioni spaziali.
Al rientro, sulla veranda del Poggio, c’è stato l’assaggio in anteprima dei Valtellina Superiore 2023 (anna complessa e molto promettente) e poi all’interno il pranzo, con esemplari versioni di pizzoccheri e di Tzigoiner (o “carne sul bastone”, fettine di manzo marinate e arrotolate attorno a uno spiedo di legno, cotte sulla brace e servite su un piatto a forma di gondola).
Le foto sono dell’autore














