“Avanti Savoia!” è un incitamento guerresco che ho sempre detestato, così come ho sempre detestato la famiglia omonima, attrice in alcune delle pagine più vergognose della nazione che chiamiamo – con un nome ampiamente condiviso da secoli – ”Italia”.
Per alcuni componenti in vita dell’impresentabile famiglia, poi, sarebbe più opportuna la variazione “vieni avanti, Savoia”, ricordando un antico siparietto comico di Walter Chiari e Carlo Campanini.
Avanti Savoia, senza l’enfatico punto esclamativo, brilla invece di tutt’altra luce se lo si trasporta dall’ambito bellico a quello enologico.
La regione della Savoia, dal 1860 finita in territorio francese a seguito del Trattato di Torino, è difatti patria di alcune delle bottiglie più originali che l’appassionato di vino possa stappare in epoca moderna. È un territorio vitivinicolo così bello, vario, potenzialmente ricco di etichette valide, che nei decenni ci ho tenuto a visitarlo per ben… zero volte.
Sono una vera volpe. Come si fa – dico a me stesso e anche a chi legge – a rimandare anno dopo anno un visita tanto stimolante? manco parlassimo della Barossa Valley in Australia, per raggiungere la quale ci vuole un giorno e più di viaggio. I tempi di percorrenza per raggiungere da Roma Chambery, capoluogo savoiardo, si riducono a poche ore: sei o sette, che si prenda il treno, o l’auto, o l’aereo e l’auto, o il cavallo e il treno, o la moto, l’aereo e l’auto, e via via con le diverse permutazioni possibili.
In attesa della pluri-procrastinata visita in zona, mi accontento di stappare qua e là qualche esemplare della flora enoica savoiarda. Durante l’ultimo pranzo domenicale è stato il turno di un rosso che definisco con enfasi policromatico, cioè pieno di tonalità aromatiche. Ricavato da uve mondeuse, varietà che ha spesso affinità olfattive con il syrah (anzi, come dicono i francesi, la syrah), si è presentato in una veste di un rosso intenso, pressoché saturo. La tavolozza dei profumi è stata da subito – senza esitazioni riduttive iniziali – invitante: inchiostro, erbe amare, pepe, humus, liquirizia, in aggiunta alle onnipresenti e inevitabili note di frutti di bosco.
Al gusto non è stato da meno, rilanciando di continuo come ritmo e intensità: freschezza, pienezza di frutto, ampiezza volumetrica, e varie altre virtù in –ezza. Un vero compagno della tavola, al quale una leggera inflessione conclusiva di amertume tannico non faceva che aggiungere un altro elemento di complessità all’insieme.
Tutto questo per “ben” 30-35 euro di prezzo finale.
Arbin Mondeuse Harmonie 2020 Les fils de Charles Trosset.
Avanti Savoia.

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









