Il paradosso del Barbarossa

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Federico I Hofenstaufen detto il Barbarossa (in teutonico Rotbart), figlio di Federico Duca di Svevia e di Giuditta di Baviera, successore di Lotario II come Imperatore dei Romani tra il 1155 e il 1190, qui non c’entra una sega nulla. Barbarossa è lo strano nome di un vitigno, piuttosto raro, che si trova in Corsica. Esistono, è vero, varietà italiche dallo stesso nome, in Liguria (barbarossa di Finalborgo) e altrove; ma non essendo un agronomo né interessandomi nemmeno remotamente se e come queste varietà hanno gradi di parentela con l’uva corsa, passo oltre. Si chiama così molto probabilmente e molto banalmente perché la buccia dei suoi acini ha un colore rossastro, tra il rosato e il rosso chiaro.

Sorvolo anche sulle caratteristiche ampelografiche del barbarossa – forma delle foglie, dimensioni e forma dell’acino, spessore della buccia, composizione media della polpa, grandezza dei vinaccioli, età di vendemmia, eccetera – perché in sostanza si tratta qui di dettagli inutili, anzi direi nocivi alla lettura. Basti annotare che “utilizzato in blend nei rossi e rosati corsi, contribuisce più al profilo aromatico fruttato che al colore o ai tannini, con vini piuttosto leggeri e piacevolmente beverini” (web).  

A margine, trovo bizzarra la trascrizione del nome nei registri ufficiali francesi, barbaroux: va bene, non lo lasci in italiano/corso e lo gallicizzi, ma perché allora non barberoux

Con questo mistero insondabile in testa, passo a raccontare di una stimolante esperienza di bevuta dove il barbarossa è stato protagonista. Mi è stato offerto, peraltro alla cieca, un Alte Rosso Blanc 2021 del Domaine Comte Abbatucci. Nella successione di deduzioni sbagliate, ho affermato “Vermentino dei Colli di Luni”; “Verdicchio di Matelica di annata calda”; “birra Ichnusa aperta da una settimana”. Curiosamente, l’ultima deduzione – quella sarda – è stata quella che si è avvicinata di più al vero in termini strettamente geografici.

In altre parole, non sapevo da che parte girare lo sguardo. Colore abbastanza intenso, aspetto da vino caldo, ma palato leggero e di sicuro non bruciante o pensante; anzi. Profumi mediterranei, con il solito snocciolamento di analogie tipo “elicriso, macchia, erbe”; forte e incisiva presenza di rimandi mineral/salini/iodati; gusto scattante, vivace, di bella progressione; finale più largo, non tanto per l’alcol, che appunto non si avvertiva per nulla, quanto per qualche inflessione di frutta surmatura. Un bel rompicapo; ma soprattutto, ciò che più conta, un bel vino: dinamico, succoso, snello, mineralissimo, affabile compagno della tavola. In più, un vino che offre piacevoli spunti di conversazione: “ma come, un bianco che si chiama Alte Rosso Blanc?” “sì”.

Confesso che è stata la prima bevuta di un vino del Domaine Comte Abbatucci, produttore emerito per le scelte in campo (recupero di vitigni storici, conduzione molto rispettosa dell’ambiente, abbraccio della biodinamica) e per le calibrate pratiche enologiche. Per il futuro – al cielo piacendo – sarei davvero curioso di provare due cuvée ottenute dopo un lungo studio “su un nuovo metodo colturale a base di acqua di mare”, come scrive la Revue du Vin de France. I nomi sono per noi italici molto familiari: Valle di Mare e Monte Mare. Alla prossima, si spera.

 

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