Ancora Supertuscans (tutelati da un Consorzio)

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Racconta l’amministratore delegato di Nestlè Italia che quando sull’etichetta dell’Acqua Panna è stata aggiunta l’origine geografica “Toscana”, il fatturato è cresciuto rapidamente del 15%. Non è certo una scoperta che quello legato ad una delle regioni italiane più celebri e celebrate d’Italia è un brand fortissimo. Ma al tempo stesso è talvolta scarsamente tutelato, soprattutto all’estero, e in settori cruciali per la nostra economia come è indubitabilmente quello del vino. Avevamo già riferito qui che non esistendo ancora un ente che svolgesse questo compito per esempio negli Usa, si è andato formando il Consorzio Vino Toscana con l’intento di proteggere un marchio così importante da indebite appropriazioni.

Il suo intento, alla fin fine, è quello di tutelare la denominazione Indicazione Geografica Tipica (Igt) Toscana, la seconda nella regione per numero di bottiglie: stiamo parlando in media del 27 per cento del vino toscano, 13500 ettari di vigneti, 640mila ettolitri di vino, 95.5 milioni di bottiglie, 1400 produttori imbottigliatori, un giro di affari di 495 milioni di euro. Sono vini rossi per il 77% , bianchi per il 18%, rosati per il 5%, esportati per il 67% negli Usa (33%), Ue (46%), Asia (6%), e in altri mercati (15%).

Oggi il marchio Igt Toscana compare anche su vini che hanno fatto la storia “enoica”, quelli che vennero chiamati Supertuscan e che nacquero come “cani sciolti”, quando le Denominazioni di Origine erano diventate il portato di una vecchia viticoltura, quella della quantità e non della qualità, e divennero improvvisamente strette a quei vignaioli visionari che avevano capito per primi che le cose dovevano cambiare, pena la fine della viticoltura italiana nel mercato che conta. Etichette per le quali veniva paradossalmente scelta la categoria più bassa del “vino da tavola” perché quelle “alte” erano considerate screditate o perlomeno definite da regole ormai obsolete.

E i Supertuscan a base di uve “francesi” per farsi riconoscere più rapidamente dai palati internazionali (dal Sassicaia in poi), o di un sangiovese (in purezza) liberato dal sodalizio con le “uve minori” dei classici blend chiantigiani (dal Vigorello di San Felice in poi, che però cambierà pelle più volte), o di varie combinazioni sono poi entrati a far parte come “padri nobili” della Igt Toscana e sono stati “celebrati” dal Consorzio Vino Toscana in una masterclass tenuta dal primo Master of Wine italiano Gabriele Gorelli nella giornata delle Anteprime dei vini toscani di quest’anno dedicata all’”Altra Toscana”, e di cui riportiamo qui gli appunti.

Fontalloro 2018 – Fèlsina
Sangiovese in purezza dall’estremo sud del Chianti Classico (Castelnuovo Berardenga), è una vera e propria icona della rinascita del vino toscano e italiano, che nacque grazie a elaborate e pionieristiche selezioni in vigna nel 1983 come vino da tavola perché assolutamente fuori dagli schemi del Chianti Classico di allora; esordì quindi ancor prima dello scandalo del vino al metanolo (1986) comunemente indicato come la tragedia che segnò la reazione della nostra viticoltura. Macerazione sui 20 giorni, affinamento in barrique nuove o di primo passaggio  intorno ai 20 mesi. Colore di media intensità, naso amplissimo e assai persistente in cui si avvertono anche l’arancia sanguinella, sfumature di macchia mediterranea e di alloro. All’attacco è subito dinamico più che pieno, acquista struttura a centro bocca, e si distende bene in un finale di media persistenza.

Tignanello 2018 – Marchesi Antinori
Altro simbolo del vino toscano, stavolta espressione del “matrimonio” fra il sangiovese e vitigni internazionali (in questo caso cabernet sauvignon e franc) che erano e in qualche modo sono ancora più “comprensibili” ai palati e mercati internazionali. Il territorio stavolta è quello del Chianti Classico settentrionale di San Casciano Val di Pesa. Attenti e calibrati processi di estrazione, fermentazione malolattica in barrique, affinamento per 14-16 mesi in botti nuove e usate di legno francese e ungherese portano nel calice un colore rubino-violaceo fitto, al naso la frutta di bosco freschissima (nera, e poi anche rossa con l’ossigenazione) esposta con eleganza e in modo assai persistente. Entra in bocca denso e vellutato, pieno, con un legno avvertibile ma amalgamato, e termina con un tannino assai fine.

Cabreo Il Borgo 2018 – Ambrogio e Giovanni Folonari
Anche qui mix “storico” (1982 la prima annata) di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot nel territorio del Chianti Classico di Greve in Chianti. Macerazione di 18 giorni in acciaio e poi affinamento in barrique nuove, di primo e di secondo passaggio in percentuali più o meno uguali. Colore fitto, naso spostato verso il frutto rosso e marcato in modo suadente dal merlot, arrivando al lampone e aggiungendo le note speziate della paprika dolce. In bocca è comunicativo, denso e rotondo, spontaneo anche se forse non agilissimo e alla lunga marcato dalla vaniglia del rovere. Finale un po’ statico, e tannino finissimo.

Giramonte di Castiglioni 2020 – Frescobaldi
Altra casata storica toscana per un blend in cui il sangiovese passa in minoranza (l’85 per cento è merlot) prodotto nell’area di Montespertoli: macerazione in acciaio, fermentazione malolattica e affinamento di 16 mesi in barrique nuove. Colore violaceo impenetrabile, naso giovanile che spazia dalla prugna al mirtillo e al ribes nero. La beva risponde, prevedibilmente, con un frutto masticabile che verso il finale riesce a rinfrescarsi nel segno del sangiovese, con belle e succose sensazioni di frutta rossa.

Oreno 2018 – Tenuta Sette Ponti
Supertuscan puramente “internazionale” nelle uve (50% merlot, 40% cabernet sauvignon, 10% petit verdot) prodotto nello sfaccettato territorio aretino, zona Castiglion Fibocchi. Da vigne di 20-30 anni esposte a sud, arriva un mosto che subisce 25 giorni di macerazione, per un vino che affina 18 mesi in barrique. Nel calice troviamo un vino un tantino contratto, in cui il rovere ha ancora un ruolo percepibile. Buona sostanza, concentrazione, e uno sviluppo della beva che si avverte saldo e progressivo: da aspettare e riassaggiare.

Excelsus 2018 – Castello Banfi
È un Supertuscan proveniente dal territorio di Montalcino, composto in percentuali quasi paritarie da merlot e cabernet sauvignon (47% e 53%); la macerazione avviene in acciaio e l’affinamento in tonneau da 350 litri per 18 mesi. Il colore è violaceo fitto, e l’olfatto magari non sarà profondissimo ma è solare, aperto e comunicativo, e molto persistente; con il tempo si affacciano anche la macchia mediterranea e le erbe aromatiche. Beva reattiva e non statica, ampia e succosa, con una bella energia nel finale che si esaurisce con lentezza.

Guidalberto 2020 – Tenuta San Guido
È il “secondo vino” della celebre tenuta bolgherese. E se per il Sassicaia è stata creata una Doc “ad hoc”, qui siamo nell’ambito del Supertuscan. Uvaggio bordolese cabernet sauvignon-merlot con percentuali 60%-40%, ha un colore violaceo fitto e un naso rigoroso, elegante, non concede dolcezze ed è anzi anche floreale e fresco al naso. Anche la beva è all’insegna della fragranza, e in qualche modo anche scarna, ma di grande reattività.

Acciaiolo 2018 – Castello di Volpaia
Un altro grande classico, il cabernet sauvignon con l’impronta toscana del Chianti Classico “fresco” di Radda in Chianti: quindi, da aspettarsi maturazione e freschezza. Una decina di giorni di macerazione e un soggiorno di 14 mesi in barrique nuove e usate sono all’origine di un vino con un olfatto caratterizzato da un ampio spettro di frutta rossa punteggiato da note acute e fresche di bergamotto ed espresso con intensità e persistenza. La bocca è prepotentemente invasa da belle note aromatiche, e se c’è qualche sensazione asciugante, si avverte un bel dinamismo e agilità.

Pietradonice 2018 – Casanova di Neri
Torniamo a Montalcino di nuovo per cabernet sauvignon in purezza di un produttore di Brunello top che piacciono molto ai palati internazionali. Fermentazione senza lieviti aggiunti in vasi di acciaio tronco-conici (la macerazione dura sui 18 giorni) e  affinamento di 18 mesi. Il colore è fitto, e il corredo olfattivo è ricco di frutta nera esposta con dolcezza, accompagnata da note balsamiche, vanigliate, di liquirizia. In un beva piena e pastosa il rovere è ancora da amalgamare, soprattutto nel finale.

Riccardo Farchioni

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