Diari ilcinesi ’23 – Le Chiuse

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E’ bello ripetersi, ogni tanto. E per introdurre questa azienda vorrei farlo, iniziando così.

Alle Chiuse, felicemente incastonata fra Montosoli e Canalicchio, proprio sotto il paese di Montalcino, si respira aria da Grand Cru. I vini di questo lembo di terra -terra rossa di tufi ferrosi, ma anche di galestri, marne e argille- ci parlano di eleganza e di aristocratico portamento. La freschezza acida, particolarmente spiccata su questo versante, e la tempra pregiata dei tannini (tannini vividi e profondi), concorrono a scolpirne il profilo: sono rossi dalle proporzioni perfette, riconoscibili e orgogliosamente tipici, con la dote dell’equilibrio. Nelle annate propizie, razza pura.

Ritorno alle Chiuse e mi accorgo che la consapevolezza agricola è alle stelle, ed è alle stelle che talvolta essa guarda. La visione agronomica della famiglia Valiani-Magnelli ha subìto un progressivo reindirizzamento su direttrici altre, per tener conto dei cambiamenti climatici in atto e degli andamenti stagionali riservatici dalla contemporaneità. E in tal senso i consigli del calendario biodinamico si sono rivelati molto utili per cambiare prospettiva ai gesti e alle intenzioni.

Oggi si punta all’equilibrio dei suoli e alla preservazione/ossigenazione della loro parte aerobica. Si pratica il sovescio o, quando è il caso, la pacciamatura, e si cerca di eliminare alla fonte le ragioni di una compattazione pesante dei terreni. E ancora, ci si adopra per superare i confini dell’agricoltura biologica inquadrando un orizzonte di agronomia preventiva e non più emergenziale. I vigneti, quest’oggi, sono giardini fioriti di senape, sono colore per gli occhi.

Quanto ai vini, da qualche stagione c’è un dipiù, a segnare uno spartiacque per l’intera denominazione e a fissare nuove coordinate per la tipologia Riserva: un Brunello Riserva che sia Riserva sul serio, da far uscire sul mercato dopo 10 anni e che renda una idea di cosa sia in grado di dire per davvero un Brunello, ciò che dopo i 4 o 5 anni di affinamento canonici non potrà mai dire.

D’accordo, dal Brunello di Montalcino 2018 escono fuori florealità e candore, agevolati da una impalcatura tannica meno stratificata rispetto al solito (annata più sottile), da cui ne discende una piacevole morbidezza tattile e una speciale seduzione gustativa, ma è quando ti accosti al Brunello di Montalcino Riserva Diecianni 2013 che il paradigma muta: l’aulica compostezza, la fibra elegantemente austera, il passo cadenzato e lunghissimo, l’assoluta misura del disegno e la sottesa complessità propiziano una traiettoria a sé stante, e forse questo è proprio l’ultimo grande vino-archetipo sulle frequenze espressive di un Biondi Santi style. Una cosa è certa: di fronte a un vino così il tempo dovrà mettersi l’animo in pace e farsi di lato, come in ossequioso rispetto.

Quanto alle persone, beh, anche in questo caso vi sono pochi dubbi: Niccolò Magnelli, Simonetta Valiani e il figlio Lorenzo, enologo e nuovo trascinatore dell’impresa, costituiscono quanto di meglio si possa incontrare per umiltà, determinazione, serietà e coerenza interpretativa. Il rispetto che nutrono per la loro terra è palpabile, lo vedi e lo senti. E se la terra ringrazia, noi facciamo come ci suggerisce lei.

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Contributi fotografici dell’autore, eccetto il ritratto di Lorenzo Magnelli, gentilmente concesso dall’azienda.

FERNANDO PARDINI

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