Prima ancora del cortocircuito epocale di una azienda vinicola che decide di istituire un premio per il critico (che la premia), rilevo una circostanza (radicata?) che pressappoco funziona così: una singola azienda vinicola che assolda un critico enologico ( ovvero una persona che svolge un’attività di critica in contesti editoriali riconosciuti e importanti, di livello nazionale o internazionale, ricoprendo ruoli di responsabilità, su su fino al curatore) per presentare i propri vini in un consesso di astanti di varia razza e natura.
Il critico accetta, il critico va, il critico incensa ‘gnicosa con linguaggio forbito, il critico “attacca l’asino dove vuole il padrone”. E il padrone si gongola, fiero del fatto di essere riuscito a convincere quel critico famoso a svolgere un ruolo di ufficio marketing deluxe, di “certificatore della qualità” indipendentemente dalla qualità.
Poi, in seguito, ritornando nei suoi panni consueti, non so dirvi se quel critico, di fronte ai vini di quell’azienda, conserverà misura e imparzialità oppure se il suo occhio, che già una volta ha chiuso, lo chiuderà un’altra volta, restituendo ai lettori e ai consumatori giudizi oltremodo lusinghieri, generosi, sbracati o volgarmente di parte. Non so dirvi dei rigurgiti di coscienza. Gli indizi però non conducono a niente di buono.
Che poi è soltanto la conseguenza di quel gesto originario: è quel gesto là ad aver generato la vezza sulla superficie lucida dei comportamenti.
Nel frattempo io, che so di appartenere alla vituperata schiera ( dei critici, non dei certificatori di qualità a comando), misuro per intero la mia crescente inadeguatezza. Mi sento un rigurgito ottocentesco buttato nella centrifuga di un mondo che ha altri valori. Eppure so che esistono porti franchi, e che la critica esige e chiede libertà. E’ grazie a queste convinzioni che mi ostino a resistere.

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









