Tiolico o pirazinico? Il punto sul Sauvignon con Peter Dipoli e Paolo Petrussa

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“Pirazinico o non pirazinico?”.
Per Peter Dipoli non c’è dilemma né tantomeno dubbio amletico. La «stilistica del Sauvignon», come gli piace chiamarla, deve allontanarsi «dal vegetale, dall’acerbo, dalla volgarità delle pirazine per arrivare alla maturità, alla frutta, all’eleganza del tiolico». Sono anni che Peter si batte contro l’interpretazione più banale, più “neozelandese” di questo bianco e un paio d’anni fa dedicò a questo tema un simposio, cui partecipai come relatore, dal titolo “L’interpretazione qualitativa degli aromi del Sauvignon Blanc” nel corso dell’evento «Sauvignon Experience» di cui è uno dei fondatori. Per chi ancora non lo conoscesse, Peter Dipoli, classe 1954, studi all’Istituto agrario di San Michele all’Adige e perfezionamento al Centro di sperimentazione di Laimburg, è agente e commerciante di vino, vignaiolo, produttore, viaggiatore instancabile e profondo conoscitore del mondo enologico, promotore delle «Giornate del Riesling di Naturno» e delle «Giornate del Pinot nero di Egna e Montagna», co-fondatore dell’associazione Vignaioli dell’Alto Adige, socio e co-fondatore di fivi: un curriculum che parla da solo.

Nel 1987 Peter piante le prime viti sul Penon di Cortaccia in quella che in tempi più recenti sarebbe poi stata identificata – con l’orribile nome burocratico di uga, ovvero Unità Geografica Aggiuntiva (al cui confronto “sottozona” sembra una parola evocativa) – come Penon-Kofl. Tra il 1988 e il 1990 l’impianto conta poco più di un ettaro per arrivare agli attuali tre, suddivisi in quattro appezzamenti a quote tra i 500 e i 600 metri su terreni a prevalenza sabbiosa con presenza di scheletro calcareo di origine dolomitica. «Per me il sauvignon ha un senso solo dai 450 metri di altitudine in su. Ho 7500 viti per ettaro disposte su terrazze con una resa di 80 quintali per ettaro. Non faccio diradamento, il mio scopo non è la concentrazione». Qui nasce l’Alto Adige Sauvignon Voglar (dal trentino “fogolar”, focolare o stufa), che dal 1990 al 1997 è stato vinificato nell’azienda dell’amico Mario Pojer e fino all’annata 2023 nella propria cantina di Egna, oggi ceduta al nipote Felix Bampi. Il vino viene vinificato in botti d’acacia – «le prime dell’Alto Adige» – dai 19 ai 58 ettolitri: «Fermentazione a 22 gradi nel legno, permanenza del vino sui lieviti fino a maggio con bâtonnage, senza malolattica per valorizzare la componente acida e senza travasi».

È una radiosa giornata di gennaio, il cielo blu, l’orizzonte terso, le montagne innevate sullo sfondo. Le finestre della sala degustazione della Cantina Kurtatsch sono panoramiche. Al tavolo con me e Peter c’è Paolo Petrussa, produttore di Prepotto non ignoto ai lettori dell’Acquabuona (leggi qui). Classe 1968, perito elettrotecnico, Paolo ha cominciato a produrre vino nel 1986 insieme al fratello Gianni, maggiore di due anni. Volevano ambedue scappare dalla campagna, ma il richiamo della terra ha prevalso. Paolo e Gianni rappresentano la terza generazione di famiglia e sono stati i primi a imbottigliare: l’azienda era stata fondata agli inizi del Novecento dal nonno Giuseppe e successivamente condotta dal padre Celestino, che vendeva il vino in damigiana e che, insieme alla moglie Giustina, all’inizio non riuscì a comprendere la scelta dei figli: rinunciare a un impiego sicuro per una vita incerta. Oggi la cantina Petrussa è un nome di riferimento dei Colli Orientali del Friuli e la continuità familiare è garantita dall’enologa Beatrice, la giovane figlia di Paolo nata nel 1999. Accanto a tre impeccabili versioni di Schioppettino (“base”, S. Elena e l’ultimo nato Brischis), Paolo Petrussa produce un Sauvignon assai vicino nello spirito e nello stile (finezza aromatica e sapidità) a quello di Peter Dipoli, nonostante la differenza del terroir d’origine. Paolo desiderava conoscere Peter dopo aver assaggiato il suo Voglar 2019. Ho favorito l’incontro. Sul tavolo ci sono sei annate di Voglar, due del Sauvignon di Petrussa e una del Kofl di Kurtatsch.

Il Voglar è un Sauvignon giocato sulle sottrazioni e sui fremiti, è il grado zero dell’esuberanza varietale, ha un’aromaticità minimale, laminata, infiltrante, di sapore assoluto. È un Sauvignon trasfigurato: longilineo, scattante, verticale. Un raggio laser. Il 2023 ha profumi di silice, di agrume tonico, ha trasparenze succose, tutto in levare, tutto sul sapore, con chiusura tagliente, salina, contrastata. È un Sauvignon avveniristico.

Accanto c’è il Colli Orientali Sauvignon Petrussa della stessa annata. Proviene da tre vigneti di diversa giacitura con terreni prevalentemente limoso-argillosi. «Vinificazione rigorosamente in bianco, enologia essenziale. Il 20% fa fermentazione e maturazione in barrique usate per otto mesi con bâtonnage sia in acciaio sia in legno» dice Paolo. Il 2023 ha colore luminoso, cristallino, un carattere altrettanto brillante di pesca, salvia, agrume, è profumato quanto elegante, succoso e tonico, sfoggia contrasti sapido-minerali e un notevole allungo. Peter ammette che è un Sauvignon concettualmente simile al suo: «Qui la pirazina non mi dà fastidio». Paolo dice qualcosa di decisivo: «Non cerco l’esasperazione aromatica. Non si può confondere l’intensità con la qualità, che è invece complessità». Sono affinità elettive.

Il Voglar 2022 è un vino-silhouette anche in un’annata calda e difficile: ha luce, diffusione, tensione, sapidità, persistenza e un’aromaticità sottocutanea. «Uscirà tra un paio d’anni e sarà buono tra cinque. Non puoi pensare di fare un vino che arriva da un luogo così alto e metterlo in commercio subito, altrimenti lo devi “preparare”, e io non voglio farlo» chiosa Peter.

Accanto c’è il Südtirol Sauvignon Kofl di Kellerei Kurtatsch della stessa annata. Cru, altitudine e terreni di questo bianco sono simili a quelli del Voglar. In vinificazione il vino fa una macerazione minima, una fermentazione in acciaio e un successivo affinamento sulle fecce fini in botte grande e cemento per un anno (l’enologo è Erwin Carli). Il 2022 ha colore limpido, un olfatto di calore e pienezza che in bocca rivela i contenuti gustativi della zona: cristalli silicei, mineralità agrumata, persistenza sapida. Quella vibrazione che è un tratto caratteristico del cru e che il vino di Peter espande come un prisma.

Il Voglar 2021 è un intreccio di sussurri, sottrazioni, succosità, sapidità. Lunghissimo, sottile. «È la migliore annata delle ultime e di tutto l’Alto Adige, vendemmiato a metà settembre senza perdita di acidità. Ho prodotto una Riserva che uscirà tra qualche anno» dice Peter. Il Sauvignon 2021 Petrussa è brillante al colore, ha un olfatto lievemente più avanti nell’evoluzione, un palato maturo, tonico, sapido, vibrante. Il Voglar 2019 è una miccia aromatica che si sfrega sulla roccia, è un succo che continua a emettere sapidità, è un tracciante sapido-salino, un diapason. Il 2018 trattiene un calore agrumato e restituisce una polpa matura quanto contrastata. Il 2017 sente l’annata calda e la risolve in termini di tonicità. Il 2016 esalta la pietra focaia, ha evoluzione minerale-mentolata, esibisce succosità e trattiene il sapore.

Nella prima immagine: Peter Dipoli e Paolo Petrussa. Le foto sono dell’autore.

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