Al titolo aggiungerei l’avverbio “storicamente”. Dato il successo planetario dei vini di Borgogna, di produttori sottovalutati in zona non se ne trovano molti. Ogni minimo recesso della Côte d’Or, il filetto della regione, è stato esplorato. Non c’è domaine, per quanto lillipuziano, che non abbia il suo pubblico. Non parliamo poi delle case vinicole più illustri, che dominano regalmente il mercato internazionale da almeno tre decenni concedendo indulgenze, promulgando leggi e – credo a breve – battendo moneta propria.
In questa saturazione di mercato, appena offuscata negli ultimi due anni da una flessione (benvenuta) dei prezzi, che avevano raggiunto quote iperuraniche, un nome ha faticato a lungo per farsi apprezzare nel suo vero valore. Si tratta del Domaine Marc Colin, che attraverso il tempo ha cambiato diverse volte la propria ragione sociale, e che oggi si chiama ufficialmente Domaine Marc Colin et ses fils. Ho già accennato all’increscioso fenomeno sottovalutativo in questo spazio acquabonico, nel 2022.
I più attenti osservatori di faccende borgognone – ovvero attualmente l’89% della popolazione italiana – scatteranno subito a obiettare: “ma come, Colin sottovalutato? Ma se è un nome famoso!”.
Vero. Il nome di Marc Colin è abbastanza famoso. Abbastanza. Ma di sicuro non quanto meriterebbe. E ancor più sicuramente non quanto avrebbe meritato dieci, vent’anni fa. Per dirne una, un tenace negatore ovvero sottovalutatore della firma è stato il gruppo di critici della Revue du Vin de France. Per anni ne ha snobbato l’opera, tranne poi pubblicarne alcuni anni fa, quasi fuori tempo massimo, un elogio sperticato.
Tra il 1990 e il 2010 i principali mercati internazionali si sono gettati con avidità sul Pantheon della Côte de Nuits, Domaine de la Romanée Conti e Rousseau in primis; hanno venduto l’intera famiglia pur di ottenere un’assegnazione dai numi celesti della Côte de Beaune, Coche Dury in primis; e allo stesso tempo hanno bellamente trascurato gli stilizzatisssimi*, a tratti sfolgoranti bianchi di Colin. Che provengono, per gli amanti dei dettagli catastali, da varie vigne preziose della Côte de Beaune: da Chassagne (quattro cru celebrati, da Les Caillerets a Vide-Bourse) a Saint-Aubin (cinque cru), fino all’augusto Montrachet stesso (0,11 ettari).
Ricordo con nostalgia mista a nostalgia (ma di un tipo un po’ differente, più verso la malinconia) una vista a Marc nel remoto 2005. Si era da non molto svolta la drammatica vendemmia 2003, un’annata mostruosa, torrida, in cui nessun produttore – in Borgogna e spesso altrove – ha saputo che pesci pigliare. “Quando si presenta una vendemmia difficile, dalle caratteristiche rare, la nostra tecnica consolidata è di andare dai vecchi del paese e trovare nella loro memoria un qualche appiglio per affrontare la situazione. Ma nel 2003 nessuno dei nostri anziani vignaioli aveva ricordi di qualcosa di simile”, ci ha detto in quella occasione.
Per poi farci assaggiare dalla botte un Montrachet 2003 da togliere il respiro per luminosità, pienezza, profondità, nitore dei dettagli aromatici.
Colin è oggi a quanto mi risulta in pensione. Tra il 2001 e il 2017 le sue vigne originarie sono state frazionate in vari passaggi ereditari familiari, finendo in parte ai figli Pierre Yves (primogenito) e Joseph, ognuno dei quali produce con uno stile proprio. Oggi il domaine principale è gestito dalla figlia Caroline e dal terzo figlio, Damien.
La qualità è dunque calata? Direi proprio di no. Suggerisco un vino per tutti, il Saint-Aubin En Créot, che ho bevuto qualche sera fa nell’edizione 2022. Un bianco maraviglioso, limpido, succoso, di trascinante energia motrice, soprattutto ancora acquistabile.
Ah, a proposito, Colin è tuttora sottovalutato almeno nei prezzi: questo bianco si porta a casa per una sessantina di euro (non pochi, certo, però nemmeno tantissimi), e ne vale anche il triplo.
___§___
* con tre esse: a sottolineare quanto sono stilizzati

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









