Scrivevo molti anni fa che il grande vino non è democratico. Venerato, oggetto di una caccia spietata perché raro e/o introvabile, messo su un piedistallo da enofili adoranti, è un tiranno che proietta un cono d’ombra su centinaia, migliaia di vini più semplici (e più economici). Quest’immagine da reuccio, da primadonna, lo rende istintivamente antipatico a chi non è affetto da un’enomania divorante.
Per questi motivi ho sempre un minimo di esitazione nel tessere le lodi della grande bottiglia, dell’esperienza sensoriale estatica, della stappatura del millennio. Sono in buona compagnia: il fenomeno – chiamiamolo reattivo – è ben noto ad esempio in Francia, dove da decenni esistono congregazioni di bevitori apertamente ostili al premium wine, così come i loro antenati della fine del 1700 erano ostili a Luigi XVI.
Peraltro, quando ho scritto la prima volta su questo tema, il vino premium, oggi ultrapremium, era ancora relativamente avvicinabile nel prezzo finale. Fino grosso modo agli anni 2000 un rosso del Domaine de la Romanée Conti* poteva costare al massimo tre o quattro volte più di un altro vino della stessa denominazione (ad esempio un Echezeaux DRC 2002 stava sui 200 euro, circa il quadruplo di un Echezeaux Drouhin della stessa annata**). Mentre oggi la divaricazione tra un vino ultrapremium e una sua controparte con gli stessi titoli formali è cresciuta a dismisura, a causa della speculazione selvaggia e di altri meccanismi di mercato perversi.
Oggi il vino ultrapremium non è quindi nemmeno più antipatico, è semplicemente sottratto all’esperienza dei comuni mortali. Esistono però vini grandi e allo stesso tempo anche per così dire simpatici, alla mano: un po’ come il re di Danimarca, che gira in bicicletta per le strade di Copenaghen (ritratto nella foto).
Il Barolo Collina Rionda Riserva etichetta rossa 1982 di Bruno Giacosa è non soltanto un vino ultrapremium, è in teoria un rosso austero e distante come un monumento equestre, riservato come un monaco tibetano, costoso come una Ferrari e irraggiungibile come un viaggio su SpaceX. Tutto vero per quanto riguarda la quasi impossibilità di reperirne un esemplare: ne sono state fatte 5.660 bottiglie e credo che ormai ne siano state bevute almeno 5.650. Ne rimangono quindi una decina – di autentiche – in giro per il pianeta. Una ho avuto la fortuna incommensurabile di poterla (ri)provare qualche sera fa, dopo almeno un quarto di secolo dall’ultima bevuta.
Un amico, che ho segnalato alla Santa Sede perché avvii il relativo processo di beatificazione, ha stappato l’ultima della sua cantina in occasione del suo 60simo compleanno. L’aveva acquistata a un prezzo ancora umano, qualcosa come 50mila lire (degli anni Novanta).
Ebbene tale rosso leggendario non era affatto austero e distante come un monumento equestre e riservato come un monaco tibetano. Era un liquido prodigioso, del tutto all’altezza della sua fama e dei miei ricordi idealizzati. Certo, rispetto all’immagine sensoriale che conservavo, dove la pienezza estrattiva era accompagnata da un timbro di frutto sodo e carnoso, il quadro si è fatto più sfumato e autunnale. I profumi dell’evoluzione ci hanno portato a fare una passeggiata in un bosco novembrino, immersi in uno spettro aromatico stordente per ampiezza e complessità. Al palato non ha più l’energia eroica di un tempo, ma si esprime con sottilissime gradazioni tonali, e i tannini sono impalpabili.
Come impressione finale, un vino affettuoso e comunicativo, che annulla la distanza tra élite e uomo della strada (della circonvallazione, della piazza, del vicolo). Un grande vino, democratico.
* escluso ovviamente Romanée Conti stesso
** Bradfer, De Clouet, Maratier, La Côte des grands vins 2008, edizioni Hachette 2007

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









