Dopo quanto tempo la visuale è abbastanza limpida e distante per poter valutare una fase storica? Può dare una risposta puntuale uno studioso della materia, uno storiografo, io vado a spanne.
Nel mondo del vino italiano gli ultimi tre decenni sono stati particolarmente significativi. Non occorre ripercorrere i numerosi snodi del progresso in campo agronomico e parallelamente enotecnico, sono noti agli enofili e non sono l’oggetto di questo post.
Qui provo a tracciare un bilancio di sintesi su come il vino e i suoi artefici sono stati percepiti nel periodo tra il 1990 e oggi. Quando ho iniziato a lavorare nel settore, verso la fine degli anni 80, il vino interessava a pochi appassionati, mentre il resto dei compatrioti ignorava perfino l’esistenza di un contesto chiamato “enogastronomia”. Quando in una qualche occasione mi chiedevano che lavoro facessi, la risposta “mi occupo di vino” equivaleva – come interesse e prestigio sociale – a dire “lavoro alle Poste”, “sono un cassiere”.
In altre parole a nessuno fregava niente del vino, che anzi veniva visto come un elemento anacronistico/folkloristico, al pari di un candelabro o di un carretto siciliano.
Tra il 1990 e il 2010 la situazione è radicalmente cambiata. Cibo e vino sono entrati nel Pantheon dei miti allucinatori collettivi – italici e non – affiancando categorie ambitissime dello spirito quali le auto fuoriserie, le borse di lusso, le vacanze a Ibiza. Di conseguenza semplici cuochi e comunissimi vignaioli sono assurti al rango di star. In breve tempo i cuochi sono divenuti chef, i vignaioli winemaker. Come conseguenza hanno iniziato ad essere visti e quindi a percepire se stessi più o meno sullo stesso livello di Michelangelo e Mozart.
E siamo all’oggi. In un qualsiasi consesso pubblico ora la mia risposta “mi occupo di vino” mi pone in ben altro ambito nella scala gerarchica delle Arti e dei Mestieri. Il più delle volte sono considerato con rispetto e quasi con deferenza, come un tempo davanti al chirurgo di chiara fama.
Sono due estremi di un pendolo modaiolo sul quale scrivo ormai ossessivamente, al ritmo di una citazione “pendolo della moda” ogni tre quarti d’ora.
La recente scomparsa di Lorenzo Accomasso, iconico sebbene appartato vignaiolo piemontese, getta una lama di luce ancora più affilata su questa divaricazione. L’Italia del vino stenta ancora a trovare un punto di equilibrio tra il vino di design e il vino artigiano. Vale a dire tra l’oggetto esclusivo, prodotto con logiche peri-industriali da personaggi che rimandano a figure quali (il fu) Sergio Marchionne e che ambiscono “a salire sul palcoscenico”, a “farsi conoscere nel mondo” e fare consulenze per i potenti della Terra, da un lato, e l’oggetto di un lavoro artigiano dall’altro.
Ingabbiare i due mondi in cliché pregiudiziali è sbagliato. Il vino come “prodotto d’eccellenza” di iper-enologi e celebrati produttoroni langaroli ha il suo senso, il suo posto, la sua legittimità storica. Metterlo in dubbio – revocarlo in forse, come diceva spesso il grande amico e pensatore Giampaolo Gravina – sarebbe un’operazione ideologica. Rendere il lavoro artigiano di un vignaiolo come Accomasso un mito sottratto alla critica sarebbe un’idealizzazione.
I due mondi oggi coesistono, e discendono direttamente dal cambiamento prospettico degli ultimi trent’anni. Non sono compartimenti stagni, com’è ovvio. I loro confini sono porosi, e un certo travaso di elementi tra una sponda e l’altra è fisiologico. Ma sono tuttavia due mondi ben distinti. Posso ammettere la mia complicità verso il secondo (non a caso ho scritto con Giampaolo e Armando Castagno un libro chiamato I vini artigianali italiani), ma non sminuisco in modo prevenuto il primo.
Certo, come bevitore il vino di design e i suoi boriosi artefici mi stanno delicatamente sui coglioni.
Ma sono gusti personali.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









