Rintracciare le proprie origini spesso non ha nulla di romantico e può al contrario essere un esercizio complesso, non ovvio da elaborare. Chiamare un vino Ritorno, come ha fatto Edoardo Ventimiglia per riconnettersi alle sue radici siciliane, deve essere quindi visto con rispetto, come il punto di arrivo di un processo personale, e non soltanto come mero elemento biografico o semplice scelta produttiva.
Dopodiché magari si tratta di un mero elemento biografico o di una semplice scelta produttiva – non ho sufficiente confidenza con il produttore per saperlo, sebbene ci si conosca da decenni – e allora posso mettere da parte l’enfasi delle prime righe e tenermi ai fatti.
Edoardo è da molto tempo uno dei più noti e apprezzati produttori di vino in Toscana, insieme alla moglie Carla Benini è l’anima dell’azienda Sassotondo, che firma alcuni dei vini maremmani più riusciti, a cominciare dal gustoso Ciliegiolo Vigna San Lorenzo. Ma le sue radici familiari sono sicule: il nonno Gaetano era infatti catanese.
In un precedente pezzo acquabuonico ho descritto per sommi capi il peculiare lavoro di Gaetano Ventimiglia, che negli anni Venti del secolo scorso è stato in sostanza il primo direttore del fotografia (figura che all’epoca non esisteva formalmente come tale, perché si trattava soprattutto di “fare le riprese”) di Alfred Hitchcock. Gaetano era però molto di più che un semplice operatore, era un innovatore della tecnica cinematografica e una sorta di visionario dell’arte cinematografica.
La nascita del bianco Ritorno rende omaggio alla sua figura e alla terra etnea, ma ha un respiro che va oltre i confini familiari di Edoardo, facendo parte di un progetto più articolato di tutela e valorizzazione della biodiversità in campo viticolo (e non soltanto). Copioncollo alcuni passaggi dalla presentazione del progetto, così faccio prima rispetto a una faticosa rielaborazione redazionale:
“Guardare indietro può aiutare a capire e a interpretare il presente … preparandoci per il futuro. Non stiamo parlando di astrologia ma di una visione che diventa realtà attraverso un bicchiere di vino che racconta migliaia di anni di storia della viticoltura nel paese che ne è la patria: Enotria, l’Italia.
Un patrimonio di cultivar unico al mondo che non può essere perso. Per questo nasce l’associazione Graspo (Gruppo di ricerca ampelografica per la salvaguardia e preservazione dell’originalità e della biodiversità viticola) che coinvolge alcune realtà italiane e si confronta con produttori per portare avanti questa idea.
Partiamo dall’inizio. Il vino, ovviamente. Un Etna bianco superiore da uve carricante in purezza, che proviene dal vigneto degli Eredi Di Maio, nella prestigiosa Contrada Caselle, foglio 19, particella 117, nel comune di Milo sul versante est dell’Etna, e che vede la sinergia tra i Ventimiglia e un’altra grande figura del mondo vinicolo quale Federico Curtaz.
Con i proventi delle vendite, tramite Proposta Vini, si andrà proprio a finanziare la ricerca sulle cultivar autoctone da salvaguardare e da far riemergere nella storia della viticoltura dell’Etna e del nostro paese. Ritorno è quindi un vino che racconta una storia, un sogno, un’idea, ma che ha un duplice scopo: salvaguardare il patrimonio di biodiversità italiano e aiutare la ricerca dell’università di Catania e di altre istituzioni nazionali.”
E com’è l’Etna Bianco Ritorno? Ho assaggiato l’annata 2021, che sfoggia in etichetta uno smagliante volume alcolico di 12 gradi. Scrivo smagliante perché oggi – in un deciso rovesciamento prospettico rispetto a qualche decennio fa – un alcol così contenuto è senza dubbio un pregio preventivo. Reticente sul piano olfattivo all’inizio, chiede di essere atteso qualche minuto, per poi rilassarsi e proporre aromi propri dei bianchi freschi e reattivi: agrumi, foglie di agrumi, bucce di agrumi, polpa di agrumi, altre parti degli agrumi. Al palato ha scioltezza, ritmo, valida progressione e sicuro finale, e un gusto certo non denso ed estrattivo ma piuttosto longilineo e scattante.
Nel complesso un ritorno felice, direi.
___§___

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









