Borotalco e Santa Maddalena suona l’abbinamento più improbabile e disgustoso mai proposto. Ma qui non propongo di sperimentare una cucchiaiata di borotalco – magari al pomodoro – accompagnandola con un bicchiere di Santa Maddalena: nemmeno Salvador Dalì sarebbe arrivato a tanto. Scrivo invece sulla libertà, sull’autonomia e sull’apertura mentale che dovrebbe avere in linea teorica un buon critico.
A cadenza più o meno regolare rivedo il film di Carlo Verdone Borotalco. Ogni volta rimango ammirato per la grazia e la qualità della recitazione di tutto il cast, e ancora di più per l’equilibrio formale della pellicola. Ogni tassello del mosaico è al suo posto, un’estrema economia di mezzi espressivi non lascia spazio ad alcuna ridondanza. Se proprio dovessi perdere tempo nel definire una gerarchia di valore, nonostante una grande passione per Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone eleggerei Borotalco come lavoro più felice e compiuto dell’intera filmografia verdonesca.
Nella mia visione non si tratta di un’operina senza pretese, superficiale, inconsistente come una carta velina, ma di un film che ha invece la capacità di affrontare soggetti rilevanti – il tema del doppio, quello del rapporto di coppia, quello dell’amicizia – con particolare efficacia e delicatezza. Senza trattarli con un linguaggio da “film d’autore”, ovvero senza cercare un tono “alto”, ma riuscendo a tratteggiare in misura quasi fotografica caratteri e situazioni con una certa sottigliezza, pur nel registro – programmaticamente esile – della commedia brillante.
Un degno epigono, quindi, di film quali ad esempio Il sorpasso o Poveri ma belli.
Lo stonato controfagotto Paolo Mereghetti, noto per le sue miopi letture critiche e i suoi giudizi ex cathedra (due stelle e mezzo a Il settimo sigillo e tre stelle a Fantozzi contro tutti, a sottintendere “io non mi faccio intimidire dall’autorevolezza di un regista famoso”) su Borotalco si esprime invece così: “Verdone cerca di superare il macchiettismo degli esordi (…), tutto è però molto superficiale”.
Con un concessivo punteggio finale di due stelle.
Un atteggiamento critico che mi ricorda molto da vicino quanto ho vissuto all’epoca della guida vini dell’Espresso, che curavo insieme a Ernesto Gentili (con l’occasionale partecipazione come consulente di Goffredo Mameli, tra il 1837 e il 1848). All’epoca un nostro collaboratore cui era affidato l’assaggio dei vini sia alto che atesini riportava giudizi ipercompressi per il rossi da (e con) uve schiava, Santa Maddalena in primis: tutti senza eccezioni schiacciati tra un punteggio di 12.5/20 (minimo) e uno di 15,5 (massimo). La giustificazione era: “si tratta di una tipologia minore, sono vinelli leggeri e senza profondità”.
Come Borotalco, il fatto stesso che la categoria fosse rubricata come minore bastava quindi a non concedere ad alcuno specimen lo status di opera maggiore. Nel nostro piccolo, o meglio nel nostro medio, Ernesto e io revocammo in forse (cfr G. Gravina) questa impostazione. Assaggiammo decine e decine di rossi da schiava, soprattutto Santa Maddalena. Alcuni – non molti, ma nemmeno pochissime unità – per noi erano degni di valutazioni ben più alte. E valutazioni ben più alte attribuimmo, arrivando anche alla soglia – del tutto convenzionale – di 18/20, quella dei “premi”.
Non voglio dare lezioni a nessuno, ma qualcuno si meriterebbe di prenderle delle lezioni di apertura, di autonomia e di libertà critica. Dentro e fuori il campicello del giornalismo enologico.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.








