M’identifico con la lavanda, che coltivo. Come lei, lavoro bene quando sono sotto stress.
Enrico Sgorbati
Era giusto ieri, mercoledì 30 aprile, quando mi sono svegliato presto. Poco dopo le 6 ero già in strada per evitare il traffico della tangenziale nord e quello della est di Milano. Imbocco l’A1 poco dopo l’alba, esco a Casalpusterlengo, svolto a Chignolo Po con la sagoma del suo bel castello (siamo sulla via Francigena), rimango ancora un po’ nella provincia di Pavia, supero il fiume Po, sempre maestoso, ed entro in quella piacentina, passo sul ponte dell’autostrada a Castel San Giovanni, guardando a sinistra il gigantesco capannone del Centro di Distribuzione di Amazon aperto nel 2011, arrivo a Vicobarone, svolto per Ziano Piacentino, sulla strada vedo uno scuolabus giallo come nei film americani e infine, dopo poco più di un’ora dalla partenza da casa, svolto per Fornello, un paesino di sessanta abitanti, «una specie di condominio orizzontale» nella felice definizione di Enrico Sgorbati, il titolare di Torre Fornello.
È una mattinata meravigliosa, dorata nella luce, azzurra nel cielo. Sui ripidi pendii delle colline, i vigneti scendono in picchiata con rittochini vertiginosi anche da sotto le case: la Val Tidone, che confina a occidente con l’Oltrepò Pavese, è la prima e più vitata delle quattro valli piacentine.
«La frazione Fornello deve il suo nome alla presenza in epoca medievale di quattro fornaci per la cottura dei sassi di calce, che arrivavano dal paese di Calcinara, e dai mattoni di argilla che invece provenivano dalla frazione di Creta. Terreni calcarei da una parte, perfetti per i vini bianchi, e argillosi dall’altra, ideale per i vini rossi. I mattoni di Fornello venivano usati per l’edilizia della zona, compresa quella di Castel San Giovanni» mi racconta Enrico, stiloso, ironico e accogliente come sempre. Ha chiamato la sua azienda Torre Fornello per la presenza di una torre di guardia eretta all’inizio del Quattrocento dalla famiglia dei Sanseverino, Principi di Napoli. Già abitata in epoca romana, Fornello è citata per la prima volta in un documento del 1028, da lui ritrovato dopo lunghe ricerche d’archivio: vi si attesta che il diacono Gherardo, appartenente al clero di San Martino, lascia in eredità i suoi terreni nella zona di Fornello, al tempo ancora priva di insediamenti rurali.
Torre Fornello è qualcosa di più di un’azienda vitivinicola, è un borgo. Enrico mi apre le porte della chiesa, detta anche oratorio, del Seicento. «Fu costruita dai Conti Zanardi Landi, quelli del castello di Rivalta e del castello di Sarmato. Era la cappella di famiglia e dalla porta laterale si raggiungevano le scuderie, dove oggi c’è l’accoglienza. Sono poi aggiunti un insolito giardino botanico, le cantine, il fienile, la vinsantaia e le stalle, dove oggi c’è la sala degustazione».
Mi mostra la planimetria del complesso, esposta all’ingresso del cancello (la cui iscrizione recita: “Pianta della casa situata nelle vicinanze del Fornello detta la Colombara, frazione del Comune di Vicomarino pretura di Borgonovo Ducato di Piacenza, di spettanza dei Conti Zanardi Landi. Rilevata la pianta il 1° luglio 1851”), indicandomi un rettangolo azzurro sulla parte destra. «Dove oggi c’è la cantina esisteva un lago dove i Conti facevano il giro in barca. Questa è sempre stata una zona di falde acquifere».
Mi conduce in chiesa, realizzata in mattoni e pietre locali e dedicata alla Visitazione della Beata Vergine Maria a Santa Elisabetta. Ha una facciata a capanna. «Dopo i Douglas – fu proprio donna Luigia Scotti Douglas a preservare il complesso dallo smembramento grazie a una clausola nel testamento del 1862 – e i Conti Imati, che sono stati gli ultimi proprietari nobili, nel 1920 la chiesa diventa una parrocchia, una delle poche private a non far parte della Curia. Questo mi permette di organizzare dei matrimoni religiosi. Qui tutte le domeniche viene celebrata la messa».
Il simbolo di Torre Fornello è una stella a otto punte, riprodotta sulla bandiera segnavento in ferro battuto. «Accanto a lei ci sono altri simboli astrali dal significato misterioso, tra cui un pianeta ellissoidale in un periodo, come il Quattrocento, in cui la terra è considerata ancora piatta. Credo siano simboli esoterici legati agli antichi proprietari, i Sanseverino, noti alchimisti e astrologi».
Nel 1982 la proprietà passa nelle mani della famiglia Sgorbati, che provvedono a ristrutturare la tenuta. Enrico, piacentino, classe 1968, dopo tre anni in un collegio svizzero, studia agraria, anche se avrebbe voluto fare l’incisore d’oro a Valenza (il padre, invece, lo voleva ragioniere). Nel 1992 riprende l’attività del nonno materno, facendo il vignaiolo e vendendo l’uva.
«Nel 1994, avevo 26 anni, ho cominciato a farmi delle domande che mi hanno provocato una crisi d’identità. Producevamo 8000 quintali di uva, conferendola alle principali cantine della zona attraverso dei mediatori, tra cui un cugino, ma non avevo un vino mio. Per farlo bisognava però studiare enologia e non avevo tempo di dedicarle altri cinque anni. L’unica alternativa era imparare il mestiere sul campo e ho chiesto alle cantine che rifornivo se potevo andare da loro a fare pratica. L’unica ad accogliermi è stata Maria, detta Mariuccia, Poggi Azzali di Tenuta Pernice. Al tempo aveva 74 anni. Il mio tirocinio è durato da gennaio a giugno 1995. Con lei ho poi fatto una società al 49%: io le affittavo le vigne, lei ci metteva la cantina per vinificare. Producevamo 350.000 bottiglie di vino frizzante, era il periodo d’oro del vino italiano, che si vendeva con facilità. Due anni dopo, nel 1997, un altro punto di svolta. Andando in giro per cantine, ho scoperto che esisteva un altro mondo, quello dei vini fermi. Quando l’ho detto a Mariuccia, mi ha guardato con sorpresa, esclamando: “Davvero? E chi li beve?”. Lei è rimasta legata a una dimensione locale, e non poteva essere altrimenti, io invece pensavo in prospettiva nazionale e volevo produrre anche vini fermi. Le ho chiesto di acquistare la sua azienda, ma non ha accettato. Nel frattempo la figlia, che non ne voleva sapere dell’azienda finché non ha visto crescere i profitti, aveva deciso di lasciare la libreria in centro a Pavia e unirsi in società con la madre. Ma non sarebbe stato possibile per loro mantenere la maggioranza senza le mie quote. Così una domenica mattina di dicembre gliele ho vendute. Con quei soldi e un paio di mutui sono partito con l’avventura di Torre Fornello: era il 1998. In due mesi sono riuscito a fare costruire la cantina interrata, cambiando il progetto originario che la prevedeva a livello del suolo, ma non volevo contribuire a produrre un ecomostro alto nove metri. Era la metà di agosto e mi serviva un enologo per fare i vini fermi di cui non avevo esperienza: ho avuto dei colloqui con Giacomo Tachis, che già soffriva di male agli occhi ed era accompagnato dalla figlia, Riccardo Cotarella, la cui filosofia produttiva mi aveva messo un po’ in crisi, e Donato Lanati, che si è rivelato molto preciso e professionale. Sono rimasto con lui fino al 2003. Dal 2004 mi avvalgo della consulenza di Nico Danesi, l’unico tra gli enologi con cui ho parlato che ho sentito sulla mia stessa lunghezza d’onda».
Gli ettari vitati sono 62, suddivisi in due corpi speculari: 31 a Torre Fornello lungo due ampi, spettacolari versanti che si fronteggiano e che si possono ammirare dal belvedere dall’azienda, dove campeggia una meravigliosa pianta secolare di alloro (le cui radici sono aggrovigliate attorno ai resti di una delle antiche fornaci), e gli altri 31 a Ca’ Bernesca, frazione di Ziano Piacentino come Fornello, che s’intravedono in lontananza. C’è una vigna di malvasia, croatina e barbera quasi centenaria. È situata, come diverse altre, sotto il Monte Po, «unico cru del piacentino identificato da Fregoni e purtroppo abbandonato. Ho provato in tutti i modi a comprarlo o gestirlo, non c’è stato niente da fare». La conduzione dei vigneti è biologica con inerbimento e sovescio.
«L’anno scorso ho perso il 97% dell’uva per la peronospora, mai vista una cosa simile dal 1992. Era una peronospora in forma larvata che è entrata nel raspo e tutti i grappoli sono caduti. 28 trattamenti per non salvare niente».
I vini frizzanti prodotti in autoclave provengono da basse rese (60 quintali per ettaro), da una vendemmia manuale che raccoglie i grappoli e li monda delle parti impure o marce: «tutto questo è necessario per avere delle fecce pulite che possono durare anche dieci, undici mesi». Uve perfette per produrre un Martinotti di qualità. «Il mio Charmat nasce da uve raccolte dalle 6 del mattino a mezzogiorno, da una pressatura soffice a polmone con una resa uva/mosto del 50% che mi permette di non fare chiarificazioni, da una decantazione a freddo che avviene il mattino dopo la pressatura, da una fermentazione alcolica spontanea con lieviti indigeni, da una seconda fermentazione senza mcr con un pied de cuve composto dal mosto refrigerato dello stesso vino cui aggiungo del lievito selezionato. Tutti i giorni controllo lo zucchero e quando ha il valore che voglio blocco la fermentazione non con il freddo (l’ortrugo si ossida facilmente), ma con la centrifuga. Questo può accadere in qualsiasi momento, in qualsiasi ora del giorno o della notte, e dunque devo sempre essere vigile e avere la situazione sotto controllo».
Il Colli Piacentini Ortrugo Frizzante 2023 ha un colore paglierino intenso (e non chiaro, bianco o smorto come si vede in genere), un tono olfattivo rustico-floreale, una polpa matura, un gusto finale lievemente abboccato (8,2 grammi di zucchero residuo) senza perdere sapore.
«Ho provare a diradare quest’uva fondamentalmente rustica, ma con il frizzante non ha senso. Ed è buona solo per il vino frizzante, non ho ottenuto risultati soddisfacenti né con il metodo classico né con il vino fermo».
La Malvasia Frizzante 2023 (il millesimo non è indicato in etichetta perché è un vino IGT e per malvasia, qui come negli altri vini, s’intende la malvasia di Candia aromatica, regina del territorio) ha colore intenso brillante, un naso maturo-aromatico di salvia, sambuco, menta selvatica, ortica, un sorso pieno-succoso, piacevole-sapido, di buona persistenza. «Purtroppo si fa sempre più fatica a vendere questo vino, che sta per scomparire». È una notizia mortificante.
Più ricchi di personalità gli spumanti a metodo classico. Prodotto dal 2004, l’Enrico Primo Metodo Classico Rosé Pas Dosé 2020 (sboccatura maggio 2024) è un pinot nero in purezza proveniente da una vigna sotto il Monte Po e «raccolto il 14 agosto, di notte, dalle 22.20, con la pila da minatori, fino alle 9 del mattino di Ferragosto. Se lo avessi vendemmiato prima, avrei avuto troppa acidità, che non avrei potuto correggere con una liqueur d’expedition a secco, se l’avessi vendemmiato dopo questa acidità l’avrei persa. Uva non disparata, un’ora di macerazione sulle bucce in pressa, pressatura soffice, resa uva/mosto del 30% come gli altri metodo classico. Fermentazione indigena, niente travasi, lo tengo sui suoi fondi di fermentazione in acciaio fino ad aprile, con la seconda fermentazione fatta partire con il suo mosto congelato».
Ha colore buccia di cipolla leggero, un naso sui lieviti, dal floreale teso e intransigente, nuance di fragolina di bosco, un palato di carbonica leggiadra, setosa, dal sorso contrastato, sapido, teso e secco.
L’Enrico Primo Extra Brut Metodo Classico 2018 è uno chardonnay in purezza con sboccatura avvenuta nel maggio del 2024 con 4 grammi di zucchero. «La liqueur d’expedition è fatta con il mosto della vendemmia del 2018 tenuto refrigerato per sei anni, un approccio integralista: tutto è frutto dell’annata, è un millesimo radicale e puro. E c’è una piccola percentuale di chardonnay invecchiata in barrique per sei anni. A Piacenza se non lo fai “strano”, non ne esci, non riesci a distinguerti».
Paglierino intenso e brillante, olfatto di puro chardonnay, evoluto, nitido, con sentori di nocciola tostata, più prende aria e più senti l’ossidazione nobile, ha un palato bello succoso, calibrato nella carbonica. Noisette siderale, molto reattivo e dritto.
Prodotto in 3300 bottiglie come gli altri due che l’hanno preceduto, l’Olubra Metodo Classico Brut 2016 (sboccatura marzo 2024, 6 grammi di zucchero) è una rarità. «È l’unico metodo classico al mondo di marsanne, presente al 90% con una piccola quota di malvasia. Li raccolgo in uvaggio tra l’11 e il 15 agosto, così la malvasia, vendemmiata precocemente, non cede aromaticità ma solo acidità. Qui la marsanne è considerata territoriale, era usata come uva da taglio per abbassare l’acidità anche nei rossi: come sono cambiati i tempi! Ha un acino piccolo e trasparente, il suo grappolo è spargolo, se lo muovi gli acini danzano. Ho voluto dare nobiltà a un’uva sempre poco considerata che tutti stanno estirpando».
Colore paglierino delicato, profumi di limone sfusato e bergamotto, sfumature salmastre, palato tonico, contrastato, agrumato-limonoso, tagliente, rigoroso, frontale, austero.
«Proviene da un vigneto a gdc della Bernesca dove scorre un torrente, affluente del Po, chiamato Olubra, che ogni anno esonda, portando fuori dell’acciottolato. Questo spumante è passato dall’essere un Extra Dry con 24 mesi sui lieviti a quello che è oggi. La prima annata con 6 grammi di zucchero è stata la 2016».
Eccolo, il 2016 (sboccatura febbraio 2025): ha colore quasi identico, solo lievemente più chiaro, un olfatto puro, rigoroso, pulito, una bocca frontale, fresca, contrastata, un filo salmastra, dal floreale siderale, con persistenza salivare, sapidissima.
Il Blanc de Noir IlBertè Metodo Classico Dosaggio Zero 2010 (sboccatura luglio 2022) è il più eccentrico e affascinante. «Nasce nella vigna sotto il Monte Po come lo chardonnay dell’Enrico Primo. In origine l’ho prodotto per un cliente distributore di Parma che mi chiedeva un Blanc de noirs. “Ti porto io la bottiglia, tra 24 mesi lo sbocchi e lo vengo a ritirare” mi dice, ma poi non ha più risposto alle mie telefonate. Durante il periodo del Covid, lo sboccavo à la volée per darlo agli amici. Non sapevo cosa farne quando ho preso un quadro degli anni Settanta, che avevo in casa, di un artista locale, Carlo Bertè, un dipinto dove da giovane ci navigavo dentro. E ho aggiunto nel nome l’articolo iniziale per evitare problemi di copyright».
Colore paglierino dorato intenso, scie olfattive continue di agrume, noisette, menta balsamica, palato succoso, fresco, calibrato nella carbonica, con un che di champignon, molta corrente balsamica e persistenza tonica, salina.
I vini bianchi fermi non sono meno personali ed espressivi. Il Pratobianco è fin dalla sua prima annata (1999) un taglio: 20% di chardonnay in barrique, 40% di sauvignon e 40% malvasia, ambedue in acciaio: «Dopo nove mesi, come una gestazione, c’è il blend. Il nome del vino deriva dalle mappe napoleoniche». Il 2024 ha colore paglierino brillante, profumi che fondono il legno-chardonnay con note aromatiche di salvia, pesca e bosso, un palato pieno che fonde la muscolatura dello chardonnay con l’aromaticità delle altre due uve. «Mi ricorda le Tre Grazie della Primavera di Botticelli». Un quadro floreale. Chiedo di aprire la 2013. È un vino arioso e sinfonico: brillante nel colore dorato, nel tripudio di menta assoluta, di salvia siderale, d’idrocarburo, perfino d’incenso, poi talco, melissa, calendula, eucalipto. Lunghissimo, sapidissimo.
Il Colli Piacentini Malvasia Donna Luigia «è il primo vino fermo che ho pensato di realizzare. Il 1998, prima annata, non è mai uscito in commercio, perché era un po’ scombussolato e perché le persone non ne volevano sapere. Al tempo di Donato Lanati proveniva da un solo vigneto ed era per l’80% in legno, oggi i vigneti sono tre, tutti a Torre Fornello, con altrettante vinificazioni: il 40% da una vigna di 57 anni con macerazione a freddo sulle bucce per due giorni, il 50% dalla vigna di 97 anni vendemmiata un paio di settimane dopo, poi schiacciata con pressatura soffice e infine un 10% delle uve botritizzate dell’Una raccolte a dicembre. Poi assemblo». Il 2021 ha colore dorato intenso e brillante, un’evoluzione aromatica di salvia, di limone, di menta secca, con mazzo di fiori assortiti, un palato denso, pieno di succo, di camomilla, di tè, un allungo aromatico dagli echi di botrite e dal lieve residuo ben incorporato (8 grammi di zucchero).
Il Colli Piacentini Malvasia UNA, infine. È un vino nato nel 2006 da un imprevisto attacco di botrite a novembre su un piccolo vigneto di poco meno di un ettaro con diverse vecchie viti. Doveva essere una specie di Sauternes piacentino, poi si è trasformato in un vino secco. L’unico a crederci è stato Roberto Gazzola, maître e titolare del ristorante La Palta di Bilegno, frazione di Borgonovo Val Tidone. Insieme a Isa Mazzocchi, la moglie cuoca, ha scelto il claim: “UNA vigna, UNA varietà, UNA vendemmia, UNA mano, UNA bottiglia che racchiude un pensiero”. La Palta è un luogo del cuore.
«Quando glielo faccio assaggiare a Roberto, decide di comprarlo tutto. Tre barrique. È nato così. Poi ho cercato di perfezionarlo in vigna e in cantina. Fa macerazione pellicolare per tre mesi e una fermentazione, non un invecchiamento, di 13 mesi: la muffa nobile elimina molti lieviti (quelli che sopravvivono li monitoro con il microscopio) ed è per questo che procede con lentezza. La barrique è scolma per la formazione della flor».
Il 2020 ha colore dorato grano, sentori spiccati di botrytis cinerea, camomilla e zafferano, una bocca succosa, intensa, viva, con note di albicocca, erbe aromatiche, erbe officinali, sensazioni balsamiche. La persistenza è trascinante, lunghissima.
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Contributi fotografici dell’autore
Immagini cantina, bottiglie e ritratto di Enrico Sgorbati copyright Torre Fornello










