Il Bellone di Cincinnato: laddove la sperimentazione insegue le radici di un territorio

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Nata nel 1947, la Cincinnato è una delle realtà cooperative più importanti del Lazio. Con quasi ottant’anni di storia, rappresenta un “unicum” nel panorama regionale. L’azienda si distingue per una spinta alla sperimentazione non comune, soprattutto in un contesto cooperativo, che l’ha portata a trasformarsi nel tempo, adeguandosi alle mutevoli esigenze del mondo del vino. Attualmente, sono ancora circa un centinaio le famiglie storiche che gestiscono oltre 250 ettari di vigneti, a cui si aggiungono altri 300 ettari di uliveti. Come in ogni cooperativa, si affronta il ricambio generazionale, che inevitabilmente lascia qualche membro per strada. Tuttavia, la buona notizia è che una base consistente di giovani soci sta acquistando nuovi terreni e investendo in un progetto di qualità, con l’auspicio di trainare l’intero movimento vitivinicolo del territorio.

Parlare di Cori significa immergersi nella storia di due vitigni autoctoni: Bellone e Nero Buono. In un periodo in cui era facile investire in vitigni internazionali, trent’anni fa a Cori si è deciso di puntare su ciò che si aveva a disposizione. Del Nero Buono parleremo in un’altra occasione, oggi il protagonista è il Bellone. Le prime notizie storiche di quest’uva a bacca bianca risalgono ai tempi di Plinio il Vecchio, nella sua famosa “Naturalis Historia”, dove viene associata all’uva Pantastica (Bacci, 1596). La descrizione ampelografica corrisponderebbe, inoltre, a quella del Cacchione a piede franco, da cui potrebbe derivare il sinonimo Uva Pane. In ogni caso, quando si parla di Bellone, si fa riferimento a una varietà generosa e produttiva, con grappoli di bell’aspetto e acini grandi.

Il Bellone è un vitigno non facile da interpretare, con cui i produttori hanno dovuto familiarizzare per indagarne le potenzialità. Nel suo DNA porta una significativa acidità, che lo rende particolarmente adatto alla spumantizzazione, ma anche a progetti di vini bianchi complessi e longevi. A Cincinnato, la produzione di Bellone arriva oggi a settemila quintali annui, posizionandola al primo posto assoluto nel Lazio.

Iniziamo con la verticale del Corì Metodo Classico, il primo Bellone spumantizzato nel Lazio. La prima etichetta risale al 2015, quando lo spumante non aveva ancora un nome. Dall’anno successivo, prenderà il nome di Korì, un evidente omaggio alla città dove ha sede la cantina. L’uva per il metodo classico viene scelta attraverso un attento monitoraggio, giorno per giorno e socio per socio, garantendo così una materia prima di altissima qualità, pagata più del doppio rispetto alle uve normali.

2015: Nota di pane e di zabaione, tenue, matura e non particolarmente sfaccettata. Predominano i toni evolutivi, forse per una maggiore permanenza in bottiglia a contatto col sughero. In bocca ha una buona impronta sapida, discreta tessitura, ma si sviluppa più in larghezza che in lunghezza e resta un po’ cedevole nella progressione gustativa.

2016: Più intenso e fresco, con una sensazione di maggior dinamismo ed energia. Anche in bocca il profilo acido è più deciso, con una bella espressione sapida e salina, molto interessante. Uno spumante ancora energico, seppur smussato nella sua parte più briosa.

2017: Ha una impronta aromatica fresca e piacevolmente pungente. In bocca è molto piacevole ed equilibrato, con una spalla acida ancora più accentuata. Il finale è sicuramente più morbido e dolce rispetto agli altri, il che lo rende “piacione” al punto giusto, senza eccessi.

2018: Naso pulito e netto, forse meno variegato e più dritto, ma sicuramente intenso. In bocca, pur mantenendo la proverbiale acidità, ha una chiusura un po’ più amarognola e austera. Viene da un’annata complicata, ma il risultato in bottiglia è più che dignitoso.

2019: Naso bellissimo, fresco e pimpante, dove il frutto è più evidente. In bocca è equilibrato e di buona consistenza, meno acido degli altri, con un finale morbido e carezzevole, che strizza l’occhio al mercato. Tra quelli assaggiati, è il più centrato e piacevole.

2020: Molto fresco, con note più floreali, quasi erbacee, seguite dal frutto. L’acidità sorregge il sorso, bilanciata da una componente fruttata molto piacevole. Non un mostro di complessità, ma uno spumante gradevole e versatile.

Proseguiamo con l’Enyo, la riserva di Bellone, concepito fin dall’inizio come un vino di “lunga gittata”. Nelle prime annate è stato lavorato con lunghe macerazioni ed estrazioni, puntando a una maturazione zuccherina e fenologica importante. Negli anni, seguendo la propensione alla sperimentazione che caratterizza l’azienda, un lavoro di sottrazione ha portato a espressioni stilisticamente molto diverse dalle prime, provenienti da vigneti più vecchi, con una ricerca di complessità ed equilibrio.

2017: Prima annata prodotta, con un apporto del legno ancora evidente. Naso evoluto, cera, camomilla, frutta secca. Bocca glicerica e larga, saporita, ma dove vitigno e territorio restano nascosti.

2018: Naso vagamente ossidativo, con frutto già calante e apporto del legno presente, sebbene con una componente fruttata più ricca. In bocca ha buona energia, ma resta un po’ caldo e seduto, con una latenza quasi torbata.

2019: Naso più fresco e complesso, con legno ben integrato. Finale con nota tostata e speziata, molto piacevole, che nasconde il territorio ma regala buona energia. Chiude un po’ caldo, ma nel complesso è vino di ottima complessità ed energia.

2020: Il vino diventa Cori Bellone Doc. Ancora legno, con tostature e speziature esogene che coprono il frutto. Meno espressività, ma piacevolezza ed equilibrio. L’impressione è che sia ancora un vino troppo “tecnico”, dove vitigno e territorio restano nelle retrovie.

2021: Mano più leggiadra e sinuosa. Cambio di protocollo di produzione per esaltare freschezza e profumi. Acidità più netta e salivante. Un bianco energico e gustoso, di grande piacevolezza e presenza gustativa, che da l’impressione di avere ancora strada davanti a sé.

2022: Naso completamente diverso dai precedenti, in conseguenza dei continui esperimenti dell’azienda. Parte delle uve è raccolta con quelle del Metodo Classico e parte a maggiore maturità, fermentate separatamente. Frutta tropicale fresca e agrumi molto netti. Sorso equilibrato e morbido, con aromaticità spinta che fa pensare a vitigni più nordici. Sorso di indubbia piacevolezza, ma poco identitario e riconducibile al terroir.

Se con gli spumanti abbiamo esplorato varie versioni all’interno di un quadro coerente, con il Bellone fermo siamo saliti sulle montagne russe. Sicuramente, è da apprezzare il percorso evolutivo dell’azienda, con la voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Parlare di identità oggi è prematuro, ma tante novità sono attese. Come ha detto il presidente, “noi non abbiamo l’ambizione di diventare ricchi, ma, una volta assicurata un’equa remunerazione, quello che resta è il divertimento”. Niente è statico nella vita; occorre essere “al tempo con i tempi”. E se la Cincinnato, dopo 77 anni, è ancora qui, è perché ha saputo mutare e adattarsi.

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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