L’importanza delle tradizioni ancestrali. Uno sguardo sui vini georgiani

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In italia, e forse non solo, metodi di vinificazione “antichi” come le lunghe macerazioni sulle bucce (anche per i vini bianchi) e il soggiorno in recipienti di terracotta sono stati reintrodotti quasi come una nuova modernità portatrice di un messaggio culturale, quello di ridare centralità all’uva in tutte le sue parti e togliendo importanza al ruolo dei contenitori, dopo le discussioni estenuanti dei decenni passati su barrique vs botte grande e i tanti gradi di libertà forniti dall’affinamento in legno in fatto di consistenza, concentrazione, apporto aromatico grazie alla scelta di tonnellerie, gradi di tostatura, numero di passaggi avvenuti nel recipiente, ecc.

D’altra parte, l’eccellenza qualitativa raggiunta dalla nostra viticoltura è passata per la strada della classicità, e le nouvelle vague affiancano ma non possono mettere in dubbio di certo, per dire, il valore dei grandi bianchi altoatesini e friulani, e di quelli campani, per non parlare dei grandi rossi del nostro Paese.

In Georgia la traiettoria culturale ha avuto una diversa continuità. Hanno iniziato a produrre vino nelle terracotta più o meno nel 5000 AC (ma forse anche prima) e in qualche modo non hanno mai smesso. I qvevri , le anfore di capienza dagli 800 ai 3500 litri interrate per mantenere una temperatura stabile fra i 13 e i 15 gradi, sono patrimonio comune nella memoria delle famiglie che volevano avere a disposizione del vino a tavola. 

Certo, la rivoluzione attribuita ai Galli che introdussero le botti di legno è arrivata anche qui, e come vedremo anche qui si guardano e si seguono i modelli più classici della viticoltura europea. Ma la custodia della tradizione dei qvevri è stata corroborata dall’iscrizione fra i patrimoni culturali immateriali dell’Unesco e dalla protezione del modo di fabbricazione che non può avere i caratteri dell’industrialità. E il movimento che segue la linea “ancestrale” rimane forte, costituito naturalmente dalle cantine che la seguono in toto ma spalleggiato anche da tutte le altre che ne esprimono almeno una testimonianza. Ecco dunque le impressioni dell’assaggio di cinque vini georgiani, prodotti dalle principali uve autoctone bianche e rosse, di due cantine, la Tiko Estate più “innovativa” e la Ancestral Marani che invece abbraccia in pieno la tradizione antica.

Il primo assaggo è del Mtsvane 2024 di Tiko Estate tratto da uno dei vitigni bianchi autoctoni georgiani. Breve passaggio in acciaio per un vino che già al naso si mostra vivo e penetrante sulle note di anice, erbe aromatiche e agrumi. Piena conferma in un palato reattivo, fresco grazie ad una acidità pungente. Leggerezza, belle vibrazioni ed energia lo rendono molto piacevole.

Da un’altra uva bianca indigena proviene il Rkatsiteli 2023, ancora di Tiko Estate, prodotto dai vigneti più vecchi posti ad una altitudine di 530 metri sul livello del mare nella regione Kakheti presso il villaggio Kurdghelauri. La fermentazione avviene parzialmente in barrique per poi passare ad un soggiorno sulle fecce nobili e ad un affinamento per qualche mese di nuovo in barrique. Qui non si può negare una piccola delusione per un modello borgognone seguito in un modo che appare poco convincente: ad un olfatto piacevole e comunicativo fatto di fiori gialli e di rimandi di crema pasticcera, corrisponde una beva che stenta a decollare rimanendo mediamente espressiva, e non mantiene la promessa di una ricchezza anticipata al naso.

Il Khikhvi Charme 2021 di Ancestral Marani è forse più di tutti il vino che ci si aspetta da una degustazione come questa. Il vitigno è il bianco autoctono khikhvi che viene vinificato seguendo pienamente i metodi ancestrali: dopo la pressatura l’uva sosta nella sua completezza per sei mesi nei kvevri che vengono sigillati dopo la fermentazione malolattica; successivamente avviene il travaso che lascia la chacha, ossia il residuo delle bucce e dei raspi depositati in fondo con cui viene poi prodotta una sorta di grappa.

Di colore ambrato, sfoggia un naso non esplosivo ma suadente fatto di frutta bianca matura, caramello, sfumature di albicocca matura e confettura d’agrume. Al palato ha consistenza setosa, è scorrevole, ha una espressività delicata che richiama attenzione e reinvita alla beva. Un vino che è ideale per accompagnare i piatti speziati della cucina georgiana.

Eccoci all’uva rossa più rappresentativa, il saperavi, un po’ il sangiovese, il nebbiolo, il tempranillo di un Paese che concede poco alle cosiddette “uve internazionali” a parte una quota comunque modesta di cabernet sauvignon. Il primo vino è ancora di Tiko Estate, ed è il Saperavi Solo 2024, vinificato per tre mesi in acciaio. Il colore è violaceo fitto e il naso è ricco, opulento, pieno di sensazioni di frutta nera matura (dalla ciliegia al mirtillo) alle quali si aggiungono in bocca una intensa componente sapida e note di liquirizia. Un vino giovane, ancora da assestarsi completamente ma che sa governare una materia importante.

Infine, la vetta assoluta della serata, il Saperavi Charme 2022 di Ancestral Marani, un vino di valore indiscutibile. Il colore è un bel rubino con sfumature granata con accennate trasparenze. Al naso è ampio, suadente, elegante, di persistenza notevolissima ed esprime frutta rossa e spezie. In bocca è leggero, si espande espressivo confermando le impressioni dell’olfatto e chiudendo larghissimo con una trama tannica al tempo stesso fine ed energica.

La degustazione si è svolta il 17 giugno nella Taverna Georgiana Colchide in presenza di Archil Kobauri, titolare dell’agenzia di importazione Ancestral SASU.

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