Il Morellino di Scansano e il valore del mare

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C’è stato un momento, all’inizio degli anni Duemila, in cui il Morellino di Scansano era il vino rosso di tutti i romani (e non solo). Lo compravi, lo portavi a cena, ci costruivi sopra una piccola credibilità da appassionato (tra l’altro senza svuotare il portafoglio). Poi qualcosa si è rotto, silenziosamente, per gradi: molte aziende, anche da fuori regione, si erano buttate nella denominazione per sfruttare l’onda del successo commerciale, abbassando inevitabilmente la qualità media. Piano piano il vino si era diluito insieme alla sua reputazione, e il Morellino era uscito dai radar dei bevitori abituali, stanchi di difendere acquisti spesso deludenti.
 
A Scansano, per Rosso Morellino — l’appuntamento di giugno con cui il Consorzio richiama ogni anno la stampa nella cittadina maremmana — ho avuto l’occasione di fare i conti con questa storia. Durante una tre giorni molto interessante ho avuto modo di visitare aziende vecchie e nuove, e soprattutto di (ri)assaggiare almeno una settantina di Morellino, tra annata, superiore e riserva. Con Alessio Durazzi, direttore del Consorzio da quasi dieci anni, il confronto è stato franco e costruttivo.
 
«Confermo la tua lettura», dice. «Quando perdi l’identità, perdi la tua forza, il tuo valore aggiunto. C’è stata una fase piuttosto “disordinata”, ma quando sono arrivato ho trovato una denominazione coesa, senza lotte intestine e senza tensioni particolari. In quel contesto, si poteva ripartire. Il piccolo e il grande volevano arrivare allo stesso risultato, ovvero quello di ricostruire un’immagine e una credibilità che il Morellino aveva purtroppo indebolito», dice Durazzi.
 
Alessio Durazzi direttore e Bernardo Guicciardini Calamai presidente Consorzio Morellino di Scansano
 
Quel cantiere di ricostruzione, Durazzi lo riassume in una formula su cui torna spesso: recuperare l’immagine, il posizionamento e l’identità. «Se dieci anni fa mi avessi chiesto qual è l’identità del Morellino, sarei stato in imbarazzo», ammette. «Oggi posso dirlo senza tema di smentita: ha caratteristiche precise, su cui nessuno ha più da ridire».
 
Sui primi due fronti — immagine e posizionamento — il lavoro è partito subito, su due binari paralleli. Quello difensivo è stato rivedere i disciplinari e tenere chiuso l’albo vitivinicolo, per impedire che la denominazione tornasse a gonfiarsi di iscrizioni esterne, congelando la base produttiva intorno ai 1.500 ettari. Quello attivo, più ambizioso, è stato aumentare il prezzo medio in grande distribuzione, tagliando consapevolmente una fetta di mercato di volume per ricostruire marginalità nelle cantine e, soprattutto, ricalibrare il percepito.
 
Le collaborazioni con brand prestigiosi — come Porsche e i tornei di golf nei circoli toscani — sono state poi strategiche per agganciare il Morellino al pubblico verso cui il vino aspira a salire. Anche il nuovo Morellino Superiore, approvato di recente, rientra nello stesso disegno: rese più basse, un anno in più di affinamento, libertà di scelta sul legno e — soprattutto — l’obbligo di dichiarare le uve come Superiore già alla raccolta, niente promozioni a posteriori di un’annata vecchia trovata buona in cantina.
 
 
Resta la terza voce del piano, quella sull’identità, ed è qui che Durazzi cambia tono e la racchiude in una parola sola: mare. La denominazione è stretta, meno di quaranta chilometri in linea d’aria separano le vigne più interne e collinari dall’Argentario, e tutti i vigneti guardano il mare, direttamente o per prossimità. In più, quella della Maremma in generale, è una zona che riceve una gran quantità di luce, con forte irraggiamento, che consente alle uve di maturare perfettamente, garantendo tannini ben maturi e un frutto ben espresso e godibile fin da subito.
 
Le brezze marine costruiscono poi un differenziale termico tra giorno e notte che dà al Sangiovese di questa zona una “croccantezza” e una facilità di beva che altrove, nella stessa Toscana, non trova. Un “sangiovese di mare” insomma, più versatile e colloquiale delle più austere (ma, va detto, per certi versi “inarrivabili”) versioni delle colline interne.
 
«Se qualche anno fa avessi detto a un produttore che il suo Morellino era un vino “facile”, mi avrebbe tirato il tavolo addosso», ricorda. «Oggi la facilità di beva per noi è un valore aggiunto. Non significa banale, significa piacevole e semplice da bere». È un cambio di prospettiva che ritrovi spesso negli assaggi, specie nella versione annata, che incarna a pieno questa immediatezza spensierata.
 
Nella Toscana del Sangiovese strutturato e da grande invecchiamento, il Morellino ha scelto deliberatamente di stare da un’altra parte: sapido, marino, in generale più “abbordabile” fin da subito e con un’anima profondamente mediterranea. La forza di questa scelta sta soprattutto nella coerenza con cui la denominazione sta cercando di portarla avanti: dieci anni di decisioni — disciplinare, prezzi, alleanze commerciali, comunicazione — che si tengono insieme nello stesso disegno, sostenute da produttori grandi e piccoli che spingono dalla stessa parte.
Per un Morellino che si era smarrito, cercare finalmente un’identità riconoscibile e definita, sostenuta da tutti, non è poco.
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