Una Nosiola da competizione

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Metterei la nosiola tra i cinque vitigni italiani meno considerati all’estero, e forse la piazzerei anche sul podio dei negletti, tra i primi tre. Sull’uva trentina l’Oxford Companion to Wine (1998) si esprime(va) abbastanza laconicamente, scrivendo “the wines have more aroma than body, and the flavours finish with a slight bitterness” (“i vini hanno più aroma che corpo, e il finale ha un leggero amarore”). Con una piccola ma significativa apertura di credito finale: “they might be fuller and more interesting if yelds were lower than the current generous limit of 98 hl/ha.” (potrebbero risultare più interessanti se le rese fossero più basse del generoso limite attuale di 98 ettolitri per ettaro”).
Lo storico volumone di Jancis Robinson sui vitigni del mondo Wine grapes è (era) ancora più liquidatorio, dedicando alla nosiola circa mezza riga.

Non che in Italia la fama della nosiola sia storicamente molto più brillante. Quando andavo a degustare a Trento per le guide (per i più giovani: le guide dei vini erano oggetti cartacei, consistenti in centinaia di pagine, che contenevano migliaia di parole sui vini e su chi li produce; ormai estinte, sopravvivono nella memoria – e nella libreria – di alcuni bevitori ultracinquantenni), la locale camera di commercio proponeva i bianchi da nosiola in due o tre batterie iniziali, a significare: partiamo dalle cose più semplici.

 

Pur non avendo frequentato affatto la tipologia negli ultimi tre decenni, ho apprezzato varie volte ottime bottiglie nosioliche di Pojer & Sandri (sodalizio recentemente sciolto): bianchi tutt’altro che anonimi, almeno se gli si concedeva un buon arco di tempo in cantina per affinarsi. Ricordo in particolare una visita da Mario Pojer nel 2013, insieme a Giovanni Bietti. Mario ci stappò due o tre Nosiola vecchie di più di dieci anni. Ognuna aveva sviluppato una sorprendente ampiezza aromatica, e allo stesso tempo si offriva piena e sapida al palato.

La stessa evidenza, moltiplicata per dieci, mi ha offerto una stupefacente bottiglia di Trentino Nosiola Battistotti, vendemmia 2009. Non si poria contar la sua piagenza, con Cavalcanti: mancano le parole per descrivere adeguatamente l’iridescente risultato dei quindici anni e passa trascorsi ad affinarsi in bottiglia.

Eh, manco fosse un Montrachet, si commenterà. Non era un Montrachet e di sicuro mi faccio prendere dalle mie solite iperboli. Scremando l’entusiasmo del bevitore rimane comunque il fatto incontrovertibile che fosse un bianco di grande ampiezza e complessità al palato, se non all’olfatto. Giallo oro pieno, pochissime o nessuna traccia di ossidazione (presente solo in forma di leggero tocco dolce), un sapore denso e agile al tempo stesso, dove la classica vena amarognola era soltanto una delle tante voci gustative. Insomma, non un Montrachet, ma un bianco che non aveva molto da invidiare a un Montrachet.

Qui ci starebbe bene il solito fervorino finale sul fatto che molti bianchi italiani sono spesso bevuti troppo presto, che danno il meglio dopo anni, che bisogna saper aspettare, e piripì e piripà. Evito, tanto ci siamo capiti.

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