Conosco la famiglia Pasetti da tanti anni. Quando penso a loro, mi viene sempre in mente il film d’animazione “Polar Express”, quello dove un Tom Hanks digitalizzato è il capotreno, autoritario ma anche gentile, di un misterioso convoglio che porta un giovane ragazzo verso il Polo Nord, alla ricerca di Babbo Natale. Il capotreno è sicuramente Mimmo Pasetti, imprenditore abruzzese visionario, ma tremendamente efficace quando si tratta di trasformare il pensiero in azione, rendendo il progetto di un vino un nuovo successo commerciale. La vera locomotiva dell’azienda, forza motrice inesauribile, è però la moglie Laura: una donna che fa dell’umiltà, della disponibilità e del sorriso armi impagabili, con cui scoraggia anche il più acerrimo dei nemici (sicuramente deve avere anche una buona dose di pazienza, per assecondare Mimmo…). E poi ci sono i “vagoni” preziosi, i tre figli: Francesca Rachele, la “testarossa” dell’amministrazione, a cui è dedicata una nota linea di vini; Massimo, il giovane “front-man” dal look scapigliato, che si occupa delle esportazioni; e Davide, “roscio” anche lui, enologo che, dopo svariate esperienze all’estero, è rientrato alla casa madre e sta dando nuovo impulso alla produzione.
Mimmo Pasetti proviene da una famiglia legata al mondo del vino da generazioni, ma è intorno all’anno 2000, dopo una divisione dei terreni e degli asset familiari, che lui assume il pieno ruolo decisionale. Dalla zona costiera, sede storica dell’azienda, si sposta all’interno, inizia ad acquistare sempre più terreni, prima a Pescosansonesco (PE) nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, poi a Capestrano, nella parte interna della provincia dell’Aquila. La cantina oggi possiede un totale di 270 ettari dei quali 70 vitati. In un recente tour nell’aquilano, ho avuto modo non solo di riprovare la proverbiale accoglienza della famiglia Pasetti, ma anche di conoscere meglio un paio di nuovi progetti aziendali.
Il Blend di terreni
Una delle cose più interessanti raccontate da Pasetti durante il tour tra i vigneti è stata l’innovativa tecnica del “blend” di terreni. Questa pratica, decisamente insolita, rappresenta un’evoluzione nel modo di concepire la viticoltura. “Tradizionalmente, i viticoltori uniscono uve provenienti da diverse zone per creare vini con caratteristiche equilibrate e complesse”, ci racconta Pasetti. “Noi abbiamo portato questo concetto un passo avanti, applicandolo direttamente ai terreni su cui crescono le viti”. L’idea di base è semplice: mescolare terreni con caratteristiche diverse per creare un ambiente di crescita ottimale per le viti, migliorando così la qualità delle uve. Ogni tipo di terreno – argilloso, sabbioso, ciottoloso etc… – contribuisce in modo diverso alla crescita della vite e alla qualità dell’uva. Invece di limitarsi a utilizzare le caratteristiche di un singolo tipo di terreno, Pasetti ha deciso di combinare le qualità di più suoli. Così, ha iniziato a importare terreno argilloso dall’azienda di Castiglione a Casauria, e a miscelarlo con quello ciottoloso della zona di Capestrano.
Per ottenere il massimo da questa combinazione, Pasetti ha aggiunto anche sostanza organica al mix. Utilizzando letame proveniente dalle stalle locali, insieme ai residui di potatura e raspi, si crea un compost ricco di nutrienti. Questo letame viene miscelato con segatura e altri materiali organici per garantire una maturazione ottimale. Il preparato “riposa” almeno due anni prima di essere utilizzato, permettendo ai microrganismi di decomporre completamente la materia organica. “Quando la decomposizione raggiunge il punto giusto, facciamo un mix con l’argilla”, spiega, “per creare un legame stabile con le particelle del terreno. Attendiamo la pioggia, e rimescoliamo il tutto per assicurare una distribuzione uniforme. Il terreno risultante combina le proprietà drenanti del ciottoloso con la capacità di ritenzione idrica dell’argilloso, creando un ambiente ideale per la crescita delle viti”.
Il vigneto, alla vista, è un esempio di equilibrio e vitalità. Le viti mostrano una crescita rigogliosa, con internodi lunghi e un colore vivace delle foglie, segno di una salute ottimale. Inoltre, il sistema di irrigazione, anche se previsto ([…]“perché noi non dobbiamo far soffrire la pianta della vite, ma far sì che abbiano tutto ciò che le serve per prosperare al meglio[…]”) non è stato ancora utilizzato, grazie alla capacità del nuovo terreno di trattenere l’acqua in modo efficace (nonostante si stia parlando di una parcella ribattezzata “deserto” tra i lavoratori dell’azienda) .
Questa innovazione ha permesso a Pasetti di sperimentare nuovi vini. Dopo averci prodotto un rosato l’anno scorso, nel 2023 dall’apprezzamento ha realizzato un Cerasuolo d’Abruzzo Superiore Terre Aquilane.
Un vino che mancava nella gamma Pasetti da ben 13 anni, un tutto-frutto goloso e dalla beva trascinante. Esuberante nel colore, di un cerasa brillante e seducente, molto intenso al naso, è il classico vino che mette d’accordo un po’ tutti: il neofita ne apprezzerà la beva morbida e piacevole, l’appassionato potrà godere della sua profondità di sapore e trasversalità di abbinamento. Le prospettive future includono la possibilità di ottenere anche un vino rosso dal “deserto”: “anche se il vino che ne uscirà non avrà mai la stessa potenza di quelli coltivati su terreni puramente argillosi, potrà esprimere caratteristiche di frutto e di freschezza che in realtà sono molto in linea con le nuove tendenze di mercato”, spiega sempre il produttore..
Un Nuovo Appezzamento in Altura
Altra grande novità nella galassia Pasetti è l’acquisto di un nuovo appezzamento di terreno in altura. Una mescolanza di terreni ciottolosi e sabbiosi, che aggiunge un ulteriore elemento di diversità ad un approccio vitivinicolo in cui la parola d’ordine è mettersi sempre in discussione. Questo terreno, situato ad un’altitudine media di circa 1.000 metri, in una zona incontaminata molto ventilata denominata Forca di Penne, sulla montagna che separa il versante aquilano da quello pescarese, presenta sfide uniche per il produttore. “Abbiamo acquistato 150 ettari – spiega Pasetti – tra i fitti e floridi boschi del Parco Nazionale. Il sito è attraversato dal Tratturo Magno, l’autostrada che le greggi percorrevano durante la transumanza, di cui fu anche stazione di sosta. Dalla Torre Medievale, che fu anche proprietà dei Medici, ad ovest si osservano le cime dell’Appennino interno, a est l’estensione delle province di Pescara, Teramo e Chieti fino all’orizzonte con il turchese Adriatico. A sud e a nord, in una manciata di chilometri, le vette della Maiella e del Gran Sasso”.
La gestione del vento è una delle principali preoccupazioni. A causa delle forti raffiche, si sta valutando l’installazione di barriere frangivento, che però non sono di facile realizzazione, anche per i vincoli ambientali da rispettare per poter realizzare nuove coltivazioni. Anche qui sopra, Pasetti ha installato stazioni meteo, come nel resto dei suoi vigneti: queste forniscono dati in tempo reale direttamente sul suo cellulare e dei tecnici che lo coadiuvano, permettendogli di controllare temperature, umidità relativa e precipitazioni recenti. Un sistema di monitoraggio all’avanguardia ed essenziale per prendere decisioni informate sulla gestione del vigneto.
Certo è che, con gli effetti del riscaldamento globale ormai sotto gli occhi di tutti, Pasetti preferisce (come spesso gli è capitato nella vita) giocare d’anticipo: questi terreni, se adeguatamente gestiti, possono offrire un microclima ideale per la viticoltura. Mentre nelle zone più basse la temperatura può superare i 35 gradi di giorno (non a caso, la conca sottostante, è nota come “forno d’Abruzzo”), in altura si mantiene sempre 7-8 gradi più bassa, scendendo ulteriormente durante le ore notturne. Paradossalmente, ci spiega il produttore, “il fatto di essere così alti riduce anche il rischio di gelate tardive, sia perché in quell’ambiente le viti germogliano più tardi (quando è meno probabile che possa arrivare una gelata – ndr), sia perché per inversione termica il freddo fa come l’acqua, scende verso il basso, per cui le conche del fondovalle sono più a rischio ”. Insomma, il punto di vista di Pasetti è che se il clima sta cambiando, è compito del viticoltore andare a ricercare una condizione ottimale per la crescita delle viti, anche se questo mette in discussione tanti concetti dati per acquisiti: le pratiche tradizionali possono così essere riviste per adattarsi alle condizioni specifiche di un luogo e produrre risultati sorprendenti. Piccoli ma importanti fattori possono fare una grande differenza nella qualità del vino. “Giochiamo sulle micro condizioni,” afferma Pasetti. “Le andiamo a cercare e le dobbiamo anche raccontare, affinché il consumatore possa verificare se nel bicchiere c’è qualcosa di diverso.”
Sulla montagna di Forca di Penne, Pasetti ha piantato per ora Chardonnay e Pinot Nero e, all’inizio, si cimenterà nella nuova sfida (per lui) della spumantizzazione con Metodo Classico. Ci sarà anche un campo sperimentale con i vitigni autoctoni abruzzesi, in modo da indagare le capacità di adattamento a quel microclima. Non è difficile pensare che un’uva di montagna, come il Pecorino, su cui il produttore pescarese ha senz’altro qualcosa da rivendicare, possa esprimersi al meglio in quelle condizioni…ma sarà una delle tante nuove sfide di Mimmo e sarà divertente scoprirlo col tempo!

Franco Santini ([email protected]), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!










