Le mille sfaccettature dello Champagne (in riva al mare)

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Mi è stato chiesto di dare conto della felice occasione della degustazione per la clientela de Le Bollicine, la distribuzione di Champagne degli amici Daniele Bartolozzi e Claudio Corrieri (in rigoroso ordine alfabetico), a differenza del solito scegliere come iniziare mi crea qualche difficoltà. Numerosi sono gli incipit e le chiavi di lettura praticabili per un simile evento: il divertimento che sempre si trae dalla degustazione; l’ eccezionalità e la promessa di bagordi legati all’idea dello Champagne; il piacere di degustare in riva al mare, anche se il brusio delle onde è coperto dal vivace chiacchiericcio stimolato dai calici; oppure, il godimento di un giorno finalmente primaverile, foriero di un’imminente estate in cui non mancheranno occasioni di abbandonarsi alle bollicine francesi. Ma si rischierebbe di deragliare dall’interesse più specificamente vinoso dell’evento.

L’annosa domanda “Ma qual è il vino più buono?”, spesso rivolta ad esperti o sedicenti tali da coloro che aspirano al medesimo status, per lo Champagne ha ancora meno senso del consueto. Spesso si dimentica quanto esso sia cangiante. E’ un vino di assemblaggio, e quindi la mano di chi lo cesella è quanto mai importante: freschezza e fragranza olfattiva, oppure copioso ricorso al vin de reserve alla ricerca di maggiore articolazione aromatica? Scegliere il nerbo del pinot noir, la finezza dello chardonnay, oppure il frutto conciliante del meunier? O magari optare per le estemporanee comparsate di vitigni quasi dimenticati in zona, ma una volta importanti quanto la sacra triade? Forse ricorrere all’uso del legno per affinare la base spumante, addirittura con qualche affascinante cuvée a base di metodo solera? E il tutto, ovviamente, con l’infinito ventaglio di possibilità fornita dalle diverse interpretazioni del potenziale dei vigneti. Con la biodinamica che ha già fatto capolino (anche qualcosa di più…), al solito con conseguimenti che spaziano dall’increscioso allo straordinario. Con l’avvertenza che detti vigneti, peraltro, non sempre sono degni della classificazione per cru loro attribuita: elargirla a tutto il territorio di un comune, di geologia e giacitura comunque ineguali, con tutto il rispetto per gli amici francesi e per la storicità della denominazione, a volte sa tanto di lenzuolata…

In pratica, lo Champagne ideale non esiste, o meglio ne esistono tanti quante sono le persone che lo degustano, nonché delle rispettive circostanze di abbinamento gastronomico o meno. Ed è un punto di merito del catalogo de Le Bollicine, certosinamente selezionato sul campo, essersi accollato la fatica di Sisifo di tentare di dar conto di cotanta diversificazione, sapientemente sfruttando le conturbanti personalità di piccoli recoltant. Fenomeno mediatico e successo commerciale, i piccoli produttori che vinificano le proprie minute parcelle di proprietà necessariamente non possono puntare su un profilo gustativo rassicurante e relativamente omologato come le cuvée di ingresso delle maison storiche, tirate in grandi numeri. Al contrario, anzi au contraire, tenacemente distillano ogni oncia di personalità da terroir specifici. Un universo in cui si trova di tutto e di più, che Le Bollicine hanno setacciato in cerca di identità e personalità, rifuggendo la banalità, e avendo cura di evitare che lo Champagne completi la propria trasformazione in genere di lusso, solo per le grandi occasioni e per pochi intimi. Tramite ricarichi calibrati, che invitano all’acquisto seriale, e ripetuto: un’impostazione coerentemente perseguita, premiata da un successo che parla di qualche (è un “qualche” grande!) decina di migliaia di bottiglie vendute ogni anno.

Nell’assaggio di un numero di cuvée di Champagne ben al di là della doppia cifra, riportarne sistematicamente le note di degustazione è pedante esercizio, poco funzionale e fine a se stesso, giustificabile solo per chi vi si sta accostando ex novo, e così ambisce a confrontarne stili e tipologie per individuare quelle più gradite. In tale ricerca, funge da prezioso ausilio il catalogo stesso de Le Bollicine: consultabile con percorsi di approfondimento per zone, vitigni o stili, se non espliciti certo felicemente riconoscibili e fruibili.

E con descrizioni dei produttori non fini a se stesse, per sterile e pedissequa agiografia, bensì effettivamente informative. In quanto sono la spia di un lavoro vis a vis, una selezione costantemente sottoposta a una feroce autocritica, che si fonda non solo sulla qualità dei prodotti e sulla convenienza commerciale, bensì anche sul consolidamento di un rapporto umano. Affinché ne sia garantita la solidità e l’affidabilità, nonché la stima reciproca, per competenza tecnica e per quel quid di passione che consente di svolgere il proprio lavoro (fare Champagne da una parte, raccontarlo al colto e all’inclita e venderlo dall’altra) nel miglior modo possibile.

Poiché chi Vi scrive ha comunque il timore che non citare qui qualche produttore e/o etichetta rilevante trasformi automaticamente queste mie riflessioni in un’autocelebrazione a base di fuffa, mi corre l’obbligo di qualche nome. Non sono mancate gradite conferme di aziende più volte felicemente frequentate, dalla golosità dei Meunier di Delouvin-Novack, all’impeccabile commistione di complessità aromatica e freschezza dell’Extra Brut di Pierre Arnould (senza dimenticare le altre cuvée); e come non citare l’estrema caratterizzazione del terroir negli Champagne parcellari di Gounet-Lassalle. E potrei continuare.

Ma poiché il lavoro di ricerca degli amici Daniele e Claudio è inesausto, certo non difettava l’interesse delle nuove referenze. A partire da Fresnes-Ducres, distintosi con una cuvée Les Nouveuax Explorateur, tutto acciaio ma con il 28% della massa affinata in metodo Solera che non ne inficia la deliziosa approcciabilità, anzi. E con un Les Chemin du Chemin, verticale, coerentemente duro e puro, anche qui con l’affinamento in legno per una parte della massa che ne tempera gli eccessi di durezza. Oppure Vincent Philipaux, che incanta con l’accattivante ma non banale semplicità del proprio Brut Blanc de Noirs, o con il tocco di evoluzione aromatica che nobilita l’impeccabile equilibrio del Jade Or, in cui l’eleganza dello Chardonnay è innervata dal 10% di Pinot Noir.

Tante tentazioni cui abbandonarsi senza remore e pentimenti, con la scusa sempreverde di dover individuare l’etichetta che si apprezza di più. Sport che il sottoscritto praticherebbe a tempo pieno: dopo tutto, richiestomi a cosa si abbina lo Champagne durante una lezione ad un corso sommelier, la mia risposta è stata: “Con me!”…

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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