Quella che spesso colpisce nell’esplorazione della “nuova viticoltura italiana” è la quantità di pensiero, di consapevolezza, di studio e di passione che viene messa spesso in campo dalle nuove generazioni che ne tengono sempre di più le redini dopo aver trovato il terreno dissodato e arato dai riscatti e i successi degli anni ’80/’90 e successivi. Perché è vero che è la natura a dettare le regole, ma lo fa dando all’uomo la possibilità di indirizzarla fra strade e direzioni diverse, da cui scaturiscono poi caratteri e stili. E più il pensiero è forte, minore è l’omologazione e maggiore la profondità e la complessità dei risultati.
Prendiamo il caso di Podere Pellicciano, giovane cantina nel territorio di San Miniato, borgo fra Pisa e Firenze celebre per il pregiatissimo tartufo bianco. La sua storia inizia nel 2003 quando Concetta e Gerardo Caputo decidono di acquistare una casa in campagna dove avrebbero potuto ospitare gli amici sportivi dei figli ciclisti. Quelli che si trovarono a possedere facevano parte dei poderi storici della famiglia nobile dei Migliorati già utilizzati in agricoltura. Non può sorprendere quindi che a farsi presto strada fu il progetto di una attività di produzione di vino nella quale entrambi i figli maschi hanno poi trovato la loro strada. Prima Federico, più introverso e riflessivo, che si iscrive nel 2008 alla facoltà di Agraria dell’Università di Pisa per laurearsi in Viticoltura ed enologia, e che oggi è la “testa pensante” dell’azienda; poi il fratello Fabio, protagonista di tutto quello che riguarda l’aspetto commerciale e di promozione. Risultato, una squadra compatta e dinamica anche nell’ambito dell’enoturismo grazie ad una intensa attività di visite guidate in vigna e cantina.
Presa dunque la coraggiosa decisione, la superficie vitata passa progressivamente dai 2,5 ettari iniziali agli attuali 8,5 con ristrutturazioni di vigneti, selezioni massali e acquisizioni come quella del sangiovese “panoramico” nella vicina località di Bucciano; e non mancano 800 piante circa di olivi. Nei terreni la componente argillosa è coperta da importanti strati di tufo con una forte presenza di fossili che conferiscono finezza. E in questo contesto si è ritenuto di fare una scelta netta e forte: quella di avere nel proprio repertorio e tutte e sole uve autoctone e di dedicare loro un intenso lavoro non solo fisico ma anche mentale di ricerca, per comprenderle e valorizzarle al massimo con vinificazioni in purezza o accostandole in blend. Quindi, vermentino e trebbiano (da vigne vecchie dove l’uva si fa appassire per 30-40 giorni per poi farla macerare per 100 giorni) e poi il sangiovese, naturalmente, al quale si affianca la malvasia nera, uva difficile perché molto soggetta alle malattie ma considerata di pari importanza per superfici coltivate e impegno profuso. Poi, colorino e canaiolo, spesso comprimari ma capaci di grandi assoli.
E l’esempio più emblematico del lavoro che si fa a Podere Pellicciano è quello che dà origine al Prato della Rocca, il vino che con i suoi sei anni di gestazione ha assorbito più pensiero, quello più ambizioso, impegnativo, travagliato. E’ infatti il risultato della raccolta delle uve sangiovese, malvasia nera, colorino e canaiolo appartenenti ad un vigneto “misto” di 65 anni in cui le maturazioni delle diverse tipologie avvengono nell’arco di un mese. Il momento scelto è quello dalla maturità fenolica del sangiovese subito dopo la metà di settembre: in questo modo la malvasia nera e colorino, più precoci, contribuiscono alla massa con una componente più matura mentre il canaiolo, più tardivo e “acerbo”, conferisce freschezza e acidità. Le uve vengono per il 70% diraspate e il 30% restano a grappolo intero in modo da diminuire l’estrazione, la vinificazione avviene in vasche di acciaio e barrique aperte, l’affinamento in legno piccolo di rovere Francese di secondo passaggio per 12 mesi e poi per almeno due anni in bottiglia.
Gli assaggi
Biondo 2023
Affinato sei mesi in acciaio, è un vermentino (Igt Toscana) poco “omologato”, con un naso caratteriale e distintivo pieno di fiori gialli, di agrume maturo e fieno, espressi con buon impatto e persistenza. E’ spesso al palato, dove si percepiscono densità e progressione, ed è saporito e sapido.
Fonte Viva 2021
Una interpretazione importante del trebbiano, uva “contadina” per eccellenza. L’uva viene fatta appassire in pianta quaranta giorni (ma dipende dall’annata) e la sua vinificazione prevede cento giorni di macerazione. Alla vista mostra un colore giallo carico, e al naso esprime sentori di frutta gialla e mela matura, agrumi; in bocca colpisce per il suo grande dinamismo in una beva vellutata, pungente, fresca e leggera sul palato, e succosa verso il finale.
Chianti 2023
Classica composizione a base di sangiovese (80%) con un saldo in parti uguali di colorino, e canaiolo. Un terzo circa della massa è composto da grappoli interi, un modo per diminuire l’estrazione con una minor quantità di acini rotti; la macerazione dura 20 giorni, e l’affinamento 6 mesi in cemento. E’ un vino caratterizzato da un bell’assetto olfattivo, fresco e pimpante e reso fine da note floreali; in bocca è succoso e dissetante con un ottimo rilancio nel finale, sapido e saporito.
Tricche 2021
E’ il vino che andrà a far parte della Doc Terre di Pisa. Composto da un 70% di sangiovese, 20% di malvasia nera e saldo di colorino, dopo una macerazione di una trentina di giorni, affina un anno in prevalenza in cemento (circa il 70% della massa) e il resto in barrique di secondo e terzo passaggio. All’olfatto è aperto e sfoggia una intensa frutta rossa matura; in bocca è compatto, saporito, con un tannino vivo e ancora da smussare completamente.
Egola 2021
E’ la sfida della malvasia nera in purezza, in cui un terzo circa della massa è comporto da grappolo intero e l’affinamento avviene (dall’annata 2020) in cemento. Il naso è dominato dal frutto nero maturo accompagnato da note balsamiche e di erbe aromatiche. Dopo un ingresso in bocca pungente, si avvertono densità e materia ragguardevoli e gestite in una beva di bella scorrevolezza.
Egola 2020
A partire da questa annata l’affinamento si è “alleggerito”, consistendo in un soggiorno in cemento. E’ un vino che al naso è piacevolmente ampio e arioso e in bocca, dove parte leggero, per allargarsi poi prepotente mostrando bella sapidità e giungendo a un finale spettacolare, pirotecnico.
Buccianello 2021
Questa espressione del colorino, vitigno caratterizzato da una spiccata acidità, si mostra al naso ampia, intensa, ed elegante nel modo in cui esprime un bel corredo di frutto nero pungente e sfumature balsamiche. In bocca si avvertono una bella progressione, allargamento, freschezza, e una trama leggera sul palato. Finale espressivo e lungo.
Buccianello 2020
Stesse sensazioni di dinamica e reattività, anche se questa annata colpisce per la sua trama finissima al palato, l’estrema intensità gustativa, e l’apporto garbato del rovere.
Prato della Rocca 2020
Per la “punta di diamante” di Podere Pellicciano una grande profondità olfattiva, che esprime tanto frutto nero ma in cui si avvertono anche erbe aromatiche e sfumature floreali di viola. In bocca è sapido, potente, percussivo, e sfoggia nel finale uno scatto in energia e freschezza.
Prato della Rocca 2019
Ancora un naso intenso e persistente che esprime fiori, frutta nera e cenni tostati. Al palato maturità dei toni, impatto e potenza, e un tannino di bella dolcezza nel finale.
Podere Pellicciano
Via Serra, 64 – San Miniato (PI)
tel. 0571460109
www.poderepellicciano.it
[email protected]

Scrive di vino, gastronomia e agroalimentare di qualità. Assieme a Luca Bonci ha fondato nel 1999 L’AcquaBuona. Direttore editoriale, gestisce le relazioni con i lettori e con la stampa. È membro dell’ASA (Associazione Stampa Agroalimentare)









