Grenaches du Monde: l’Italia conferma, la Sardegna detta la linea

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Nel mese di maggio 2026 il Grenaches du Monde è tornato in Francia, nel Rossiglione, la regione che ne ha visto la nascita prima che il concorso assumesse una fisionomia itinerante. La quattordicesima edizione ha scelto come sede principale la Casa del Mare di Argelès-sur-Mer, nel cuore della Comunità di Comuni Albères – Côte Vermeille – Illibéris: tre giorni di degustazioni professionali, incontri tra produttori e confronto tra esperti internazionali, in una comoda struttura affacciata sul Mediterraneo. Un ritorno alle origini, insomma, dopo l’edizione 2025 ospitata in Aragona.
 
 

Per l’Italia, l’appuntamento ha confermato una posizione che non è più una sorpresa. Nonostante un numero generale di campioni minore rispetto alla Spagna e alla Francia, sono state 48 le medaglie raccolte dai vini nostrani, quattro delle quali Doppio Oro, il riconoscimento più alto assegnato dalla giuria. A reggere il risultato è, ancora una volta, la Sardegna, che da sola vale la grande maggioranza dei premi e conferma il cannonau come la più solida tra le declinazioni nazionali del vitigno. Ma attorno a quel nucleo si muove qualcosa che merita attenzione, e che racconta un’Italia della Grenache più larga di quanto il solo dato sardo lasci intendere.

Conviene allora partire dal vitigno. Grenache, garnacha, cannonau: tre nomi per la stessa uva, ai quali in Italia se ne aggiungono altri — granaccia, tai rosso, alicante, gamay del Trasimeno — frutto di secoli di acclimatamento e di battesimi locali. È una delle varietà più diffuse e duttili del bacino mediterraneo, a lungo confinata al ruolo di gregaria nei tagli più strutturati e oggi rivalutata proprio per ciò che la rendeva poco appariscente: la capacità di farsi attraversare dal territorio, di cambiare voce a seconda del suolo, dell’altitudine, della mano di chi la vinifica.

La sua storia ampelografica spiega molto di questa attitudine. Il dibattito sull’origine — iberica o sarda — è rimasto a lungo aperto, ma gli studi genetici e storici sembrano propendere oggi per la Spagna, da cui la varietà si sarebbe diffusa verso la Sardegna durante la lunga dominazione aragonese (1297-1713). Anche se gli amici sardi non lo accetteranno mai, a sostegno dell’ipotesi iberica concorrono due elementi: la presenza in Spagna di tutte le varianti cromatiche del vitigno — nera, bianca, grigia, peluda — che nell’isola non si ritrovano, e la maggiore variabilità clonale dei vigneti spagnoli, segno di un radicamento più antico. In Sardegna quella matrice ha trovato un ambiente che l’ha fissata in una delle sue forme più riconoscibili e longeve, il Cannonau, fino a renderla un tratto identitario, più che una semplice uva da cantina.
 
 
È questa doppia natura — internazionale per diffusione, locale per carattere — a fare della Grenache un vitigno difficile da inquadrare, e per questo interessante. Non impone uno stile, lo riceve. E un’uva che riceve lo stile dal luogo è esattamente ciò di cui un concorso costruito sui territori ha bisogno per esistere: senza la pluralità delle sue espressioni, il Grenaches du Monde non avrebbe materia da mettere a confronto.
 
Il baricentro italiano resta la Sardegna. Con poco meno di 7.500 ettari, il cannonau copre circa un terzo del vigneto isolano ed è, più che una denominazione, un tratto della cultura materiale dell’isola. Qui, negli ultimi anni, si è consumato il cambiamento stilistico più netto: dal Cannonau robusto, caldo, a volte liquoroso della tradizione si è passati a vinificazioni più misurate, attente alla freschezza e alla bevibilità, costruite sulla ricerca in vigna e sull’ascolto del territorio più che sulla potenza. La diffusione di etichette dichiaratamente “easy drinking”, di gradazioni più contenute, di rosati e di selezioni da singola vigna a raccolta anticipata racconta una generazione di produttori che ha smesso di inseguire la concentrazione per cercare la precisione. È un Cannonau che invecchia ancora bene, ma che chiede di essere bevuto prima e con più leggerezza.
 
Attorno al pilastro sardo si dispone una costellazione di presenze minori per quantità, non per significato. Nei Colli Berici il Tai Rosso, per decenni vissuto all’ombra di vitigni più blasonati, dà rossi e rosati profumati e di facile beva. In Liguria la granaccia delle colline savonesi produce vini salini, che sanno di mare e di roccia. In Umbria, dove un antico errore ampelografico ha ribattezzato la Grenache “gamay del Trasimeno”, la varietà è ormai percepita come autoctona e tutelata da una denominazione propria. In Toscana e in Sicilia compare sotto il nome di alicante — da non confondere con l’alicante bouschet, vitigno diverso nato da incrocio — con esiti convincenti in Maremma e, sull’Etna, in versioni che sfruttano altitudine e suoli vulcanici. Più a nord, nel Piceno, resiste infine il “Bordò”, biotipo locale tutelato da pochi produttori, oggetto di studio prima che di mercato. È una mappa fatta di nomi diversi per la stessa pianta: la prova che in Italia la grenache non ha un centro unico, ma molti.
 
Che un concorso itinerante sia oggi possibile lo si deve anche a una precisa strategia culturale, di cui Vincenzo Scivetti, responsabile e brand ambassador del concorso per l’Italia, si fa interprete. La sua lettura parte da un dato di scala: con circa 163.000 ettari, la grenache è il settimo vitigno più piantato al mondo, simbolo dei paesi mediterranei e concentrato per quasi il 90 per cento tra Spagna e Francia, ma ormai diffuso anche nelle Americhe, in Australia, in Africa e in alcuni paesi del Mediterraneo orientale. Numeri da varietà internazionale che, però, non hanno cancellato il carattere.
 
«A differenza di varietà globali come il cabernet sauvignon o lo chardonnay, ormai presenti ovunque e spesso associate a vini tecnicamente impeccabili ma talvolta standardizzati, la grenache conserva una dimensione più umana, autentica, legata al territorio e alla cultura mediterranea», osserva Scivetti. Su questa differenza il concorso costruisce la propria ragione d’essere: «L’obiettivo è riunire le regioni attorno al vitigno, regioni che spesso condividono problemi e obiettivi comuni, e che desiderano sviluppare insieme un marchio fondato sui valori della generosità e della convivialità».
 
Alla dimensione identitaria Scivetti affianca un argomento più concreto, di natura agronomica. In un quadro climatico che mette sotto pressione la viticoltura mediterranea, la rusticità della Grenache diventa un vantaggio: «È un vitigno resistente, rustico e autentico, un grande alleato della viticoltura mediterranea in tempi così difficili». Non solo «di tendenza», quindi, ma anche «del futuro». Sull’Italia, infine, il giudizio è esplicito: «Sono spesso meravigliato da ciò che vedo. I cannonau della Sardegna, ovviamente, ma anche i delicati Gamay del Trasimeno, la Granaccia ligure o le versioni marchigiane: esistono espressioni davvero sorprendenti, che meritano maggiore attenzione internazionale». Un riconoscimento che i numeri dell’edizione 2026 traducono in medaglie.
 
 
Le 48 medaglie italiane si distribuiscono in quattro Doppio Oro, 28 Medaglie d’Oro e 16 Argenti. Il dato strutturale è la centralità sarda: poco meno di 40 riconoscimenti su 48 portano la firma dell’isola, una proporzione in linea con quella dell’edizione precedente e tale da fare del Cannonau, di fatto, il riferimento nazionale del vitigno.
 
Più del totale, però, conta la composizione del vertice. Delle quattro Doppio Oro, tre sono sarde — un rosso, un Cannonau riserva e un Cannonau rosato — e una arriva dal Veneto, da un Tai Rosso rosato dei Colli Berici. È un dettaglio che pesa: se nell’edizione precedente i massimi riconoscimenti italiani erano tutti sardi, quest’anno una Grenache non isolana sale per la prima volta sul gradino più alto. E il fatto che al vertice ci sia un rosato e un rosso (il Tai) “quasi” rosato, conferma, dal lato dei premi, quello spostamento verso vini più agili di cui si è detto.
 
Anche la varietà delle tipologie premiate racconta qualcosa. Accanto ai Cannonau fermi — nelle versioni base, riserva, classico, Nepente di Oliena — la giuria ha riconosciuto rosati, un passito, un liquoroso, spumanti metodo classico e assemblaggi a base grenache. È la dimostrazione concreta di ciò che si è detto: un’unica varietà capace di reggere registri opposti, dal vino quotidiano al vino da dessert, dalla bollicina al rosso da invecchiamento. Fuori dalla Sardegna la geografia si allarga, pur restando fatta di poche unità: alle Marche del “Bordò” piceno e all’Umbria del Gamay del Trasimeno si aggiunge ora il Veneto del Tai Rosso. Numeri piccoli, da non gonfiare in tendenze, ma che fotografano un’Italia della Grenache distribuita su più territori. L’elenco completo dei vini premiati è disponibile al link ufficiale: concoursgrenachesdumonde.com/premiati2026.
 
 
Resta da capire cosa farne, di questi risultati. L’Italia esce dal Grenaches du Monde con un bottino che la colloca tra i protagonisti, e con una Sardegna che ha ormai i numeri e la costanza di una piccola potenza del vitigno. Ma un medagliere, da solo, non costruisce un posizionamento. La stessa pluralità che rende affascinante la grenache italiana — i molti nomi, i molti territori, i molti stili — è anche la sua fragilità: dispersa tra denominazioni che si ignorano a vicenda, fatica a diventare un racconto riconoscibile per un buyer o per un mercato estero.
 
Il passaggio che manca è quello dalla somma di buone prove a un progetto condiviso: una promozione coordinata a livello consortile, un lessico comune capace di tenere insieme il Cannonau sardo e le enclave continentali, una presenza più strutturata nei mercati dove, come ricorda Scivetti, la Grenache è già letta come alternativa seria ai grandi rossi internazionali. È una questione di organizzazione prima ancora che di qualità, perché la qualità, come mostrano le degustazioni di Argelès-sur-Mer, è già nel bicchiere. La sfida dei prossimi anni si gioca lì: trasformare il riconoscimento in sistema.
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