Nel panorama sempre più dinamico ed eclettico della Valtellina del nuovo millennio, Cantina 1881 rappresenta un felice caso di sintesi. Si trova in via San Fedele, a Poggiridenti, nella zona dell’Inferno, in un palazzo nobiliare settecentesco che ha un torchio secolare del 1881 (da cui il nome della cantina) e ospita tre piccole, diverse realtà accomunate da analoghi intenti e principi: Cantina Riter, Agrilu e Dario Stazzonelli.
L’anima di Cantina Riter è Emilio Mottolini. Classe 1966, nativo di Poggiridenti, cresciuto in una famiglia contadina, studi di ragioneria alle spalle, è titolare con il fratello del Salumificio Mottolini, sempre a Poggiridenti e famoso per le sue bresaole. «È nato nel 1986, io ci sono entrato nel 1987 e non lo abbiamo ereditato dalla famiglia. Oggi i dipendenti sono una quarantina e fatturiamo 23 milioni di euro, anche se siamo una realtà medio-piccola, qui ci sono ben cinque multinazionali della bresaola».
Aveva giurato a sé stesso che non avrebbe mai fatto vino, ma la passione, che lo ha condotto a diventare Sommelier nel 2001, alla fine ha prevalso. Nel 2015 gli propongono una vigna nel Runsc, zona occidentale e pregiata dell’Inferno che ricade nel comune di Montagna. «Ho chiesto ai miei figli se avevano voglia di occuparsene. All’inizio Edoardo era quello che ci lavorava di più, ma poi ha scelto un’altra strada, mentre Ludovico, che al tempo era un ragazzino, ha cominciato più tardi, rimanendone sempre più coinvolto e oggi rappresenta il futuro. Ho chiesto a Luisa di Agrilu se mi dava una mano con l’amministrazione e poi l’ho convinta a fare il vino. Poi è arrivato Dario, anche lui di Poggiridenti, che produce vino da 25 anni».
Nato nel 2000, e dunque appartenente alla Generazione Z degli “zoomers”, Ludovico Mottolini è diplomato in Agraria. «Lavoravo la vigna nel weekend, 1600 metri quadri sempre nel Runsc, mi sono appassionato e ho scelto l’indirizzo di Enologia e viticoltura del corso di Agraria. Abbiamo recuperato le vigne di famiglia che avevamo dato in gestione prima a Fay e poi a Nera. Nel 2020 mi sono iscritto all’Università, ma il Covid da una parte e dall’altra il lavoro in campo, che mi piaceva di più rispetto ai libri, mi hanno spinto a interrompere gli studi».
Prima di portarmi in vigna, Emilio mi mostra l’enoteca dedicata ai vini valtellinesi che ha allestito in uno spazio del Carrefour di via Stazione a Poggiridenti Piano. È qualcosa di mirabile, il risultato di un’imprenditoria illuminata: ci sono tutti i produttori della Valtellina, anche quelli che non hai mai sentito nominare o che pensavi non potessero nemmeno esistere, come Stefano Beltrame di Albosaggia (versante orobico), Daniele Andreoli di Berbenno o Carteruola di Giovanni Lanciani, anche lui di Poggiridenti.
I 9000 metri quadri situati nel Runsc o Ronscio, toponimo conosciuto dal 1349 («due congi di vino proveniente dalla sua vigna con torchio, sita a Ronscio», come riportato dall’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi), sono un riassunto della verticalità e maestosità della viticoltura locale: disposizione a brevi rittochini su terrazze tra muretti a secco ed emergenze rocciose, un senso d’imponenza dal basso, un senso di vertigine dall’alto. La potatura è ad archetto e soprattutto a semi-archetto valtellinese (curvatura ad arco del tralcio), la conduzione è biologica, c’è una teleferica e la proprietà è del cugino Enzo Biasini, un pimpante settantaquattrenne che ancora ci lavora. «Una volta nel vigneto si piantavano il grano saraceno alternato alla segale e in alcuni filari le verze, che, da ragazzo, mi davano fastidio quando facevo i trattamenti con il tubo e la pompa» ricorda Emilio. La parte della vigna più grande deve ancora essere imbottigliata, mentre quella più piccola entra, insieme alle altre, nell’Inferno della casa. L’estensione vitata complessiva è di quasi due ettari: altri appezzamenti sono nella zona più ampia, piana e umida di Arbulé – toponimo di Poggiridenti attestato dal 1440 come Arboledo e dal 1669 come Arbolé (Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi) –, in una parcella sul tornante del Carmine e in un’altra denominata Inferno.
Emilio acquista gli spazi di Cantina 1881 nel 2017, quando era ancora un deposito del suocero di suo fratello e nessuno vi vinificava da oltre trent’anni. Riter, il nome della cantina, accomodamento dal tedesco Ritter, “cavaliere”, è il soprannome di famiglia: «Nel XVII secolo aveva ospitato un lanzichenecco, il quale 25 anni dopo chiese al Comune di essere pagato perché i lanzichenecchi erano soldati mercenari». La storica cantina di affinamento è all’interno di una torre del 1400: «Apparteneva a un signorotto guelfo del paese, Stefano da Pendolasco, che ha dato il nome al paese fino al 1930, poi cambiato in Poggiridenti. Aveva lasciato la camera arsa in eredità alla nipote: era bruciata per una diatriba amorosa con un Signore di Tresivio». Quella della cantina è una delle due torri per cui il paese era conosciuto. Il nome Pendolasco fu sostituito per delibera del regio potestà Cesare Orsatti, poiché, si legge nell’ordinanza, si prestava «a interpretazioni sconvenienti in contrasto con la sana giovinezza del paese».
Il Rosso di Valtellina 2022 – dai 2300 metri quadri a Maroggia, zona Valdorta, 350 metri di quota, esposizione ovest, dai sei agli otto mesi in barrique e tonneau usate – ha colore granato classico, note silvestri e balsamiche, sentori di radici, un palato di bel succo, asciutto e severo come vuole questa sottozona (la più piccola di tutta la Valtellina), tonico e persistente, di bella trasparenza.
È così anche il Rosso di Valtellina 2020, che non proviene dalla Maroggia ma è una riclassificazione (anziché un declassamento) dell’Inferno. Granato classico, côté di menta e frutto selvatico, canfora, bella succosità, tonico, essenziale, di carattere minerale e saporito. «L’annata 2021 non è stata messa in commercio, poiché le fermentazioni, le prime spontanee, non sono andate a buon fine. Dal 2022 avvengono con un pied de cuve scaldando un po’ prima la massa».
Il Valtellina Superiore Inferno 2019 fa un anno e mezzo in legno grande e piccolo esausto. Granato intenso, spiccato carattere di fiori, roccia, terra, sorso succoso, frutto coriaceo e croccante, sviluppo dritto, tonico, sapido, penetrante, di rango tannico.
Il Valtellina Superiore Inferno 2018 ha colore un filo più chiaro con un olfatto che profuma d’incenso, canfora, viole, erbe officinali. Palato ancora pieno di succo e contrasto, persistente e verticale, con crescente progressione sapida.
Luisa Pezzini è nata nel 1983 a Imperia ma è cresciuta a Colico, l’ultimo paese del lago di Como, e porta con sé fin dall’infanzia i profumi della Liguria (da parte materna) e quelli dell’alpeggio con il suo Bitto (da parte paterna). Oggi conduce un’azienda agricola, Agrilu appunto, di 24 ettari tra i seminativi di Pian di Spagna, punta nord del lago di Como dove ha sede l’agriturismo, e i pascoli della Valgerola. «Ho fatto i tre anni di Scienze della ristorazione presso la facoltà di Agraria a Milano e poi la specialistica in tecnologie alimentari a Cuneo, finché non ho incontrato Emilio Mottolini». I vini nascono dalle vigne di proprietà della famiglia di Fabio Duca, il compagno di Luisa. Agrilu ha un suo vano nella cantina storica di Poggiridenti, con vasche d’acciaio, barrique e tonneau di più passaggi ospitati in mezzo alla roccia.
Il Valtellina Superiore Maroggia 2020 arriva da piccoli, frazionati appezzamenti a 350 metri di quota con esposizione sud e ha succosità, freschezza, gioco di contrasti e sapidità, uno stile in sottrazione che valorizza l’acidità e la verticalità della Maroggia.
Il Valtellina Superiore Grumello Le Streggie 2020 (il nome indica le piccole vie, le strettoie di Montagna in Valtellina) proviene da una vigna in affitto. Colore granato classico. Naso minerale-sassoso, erbe e fiori, un che di fieno, canfora, pietra arsa. Bocca piena, tonica, essenziale, radice e fiore di rosmarino, laminato, fresco, ancora giocato sulle filigrane tanniche e sulle sottrazioni aromatiche.
Il Valtellina Superiore Grumello La Scala 2019 arriva dall’omonima vigna adiacente alle Prudenze di Marsetti, nei Dossi Salati, la parte più alta della sottozona: 2000 metri quadri di proprietà dello zio di Fabio, dislocati tra i 500 e i 550 metri e percorsi da una scala (da cui il nome) di 126 gradini. Granato più intenso, naso con maggiore riduzione/combustione, sfumature medicinali, sorso pieno, maturo, viole e un che di prugna, uscita tonica, essenziale, contrastata, molto minerale e saporita.
Il terzo vano di Cantina 1881 è occupato dalla “grotta biodinamica” di Dario Stazzonelli, illuminata solo con le candele, senza elettricità. «Niente elettromagnetismo secondo Rudolf Steiner, quindi niente energia elettrica per il vino, solo pile e torce per i travasi e altri lavori necessari».
Dario, geometra con uno studio a Sondrio, abita da sempre a Poggiridenti. Il padre faceva l’autotrasportatore e aveva delle vigne, dove Dario in gioventù ci lavorava malvolentieri. Poi le cose sono cambiate. «Nel 2001 finisco il corso AIS, frequento i corsi serali di enologia al Politecnico di Milano e tutto quello che ho intuito, più che imparato, l’ho portato in cantina, quando nel 2002 ho vinificato per la prima volta da solo. Lì ho capito che c’era la possibilità di uscire da certi ragionamenti e da certe operazioni di cantina, che le cose si facevano così perché erano sempre andate così, come la vinificazione a freddo quando invece funziona anche con il caldo, ottenendo un vino più leggiadro e gioioso».
Dario ha 2000 metri di vigna in cinque diverse parcelle a 650 metri sopra la chiesa di Poggiridenti. Età media delle viti: almeno 70 anni. Produzione: un migliaio di bottiglie.
«Pratico la biodinamica perché il primo ad andare in vigna sono io. A Coblenza nel 1924 Steiner diceva che stiamo sfruttando troppo la terra, che la terra va lasciata riposare per rigenerarsi. Bisogna convogliare le forze e l’energia della natura. Assaggiando il vino dallo stesso contenitore in giorni diversi avevo sensazioni differenti: una volta mi sembrava espressivo e l’altra invece chiuso, poi ho capito dai calendari di Maria Thun che esistono i giorni di “frutta e fiori”, dove i vini sono più aperti, e altri di “radice e foglie” che sono l’esatto contrario. Una volta Fausto Andi mi disse che in vigna non usava lo zolfo, ma il siero di latte di capra per combattere l’oidio. Ci ho provato anch’io su una particella senza successo: l’oidio aveva colonizzato tutta le piante. Mi sono chiesto quale fosse la causa e ho scoperto che per funzionare il siero deve essere di una capra del territorio perché l’antigene si forma grazie alla terra locale, all’oidio che conosce. Faccio anche il “trattamento dei 3K”: durante la notte del 31 dicembre frantumo in un mortaio di pietra l’oro, l’incenso e la mirra, i tre doni dei Re Magi. Lascio il composto lì fino all’Epifania quando lo dinamizzo sui confini che voglio proteggere. È una specie di preghiera. Ma quando sei in vigna il 6 gennaio con una pompa ad acqua ti guardano male. Invece è un modo di mettersi in relazione con degli aspetti irrazionali che siamo abituati a non considerare».
Raccolta dei grappoli in cassetta, niente bidoncino: l’uva viene selezionata e pulita in vigna, non in cantina. «Metto il 30% di raspi se l’annata lo permette, mi piace il tannino verde che è un conservante naturale durante la macerazione, che dura una quarantina di giorni. I miei vini ci mettono un po’ a muoversi».
La Pertega 2020 ha colore granato classico, un olfatto selvatico, istintivo, naïf, anche rustico, un palato di pienezza e succosità, con note di radici e fiori, tannino austero, acidità che contrasta, sapido nell’allungo.
Il Rosso di Valtellina Le Cappelline 2019 mostra un colore più intenso, un naso balsamico, spontaneo, con qualche lieve tostatura lignea, un sorso ricco, copioso, maturo, denso, di buona fluidità ed efficace contrasto, con tannino sapido e puntuto, molto rigoroso, a tratti quasi astringente.
«L’astringenza è una mia scelta. Una volta un amico mi ha detto una cosa che mi ha colpito: “Sono stufo di bere cadaveri in bare di cristallo”».
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