Diari di campagna 2024/ Buondonno, in Chianti Classico

Tempo di lettura: 3 minuti

Gabriele Buondonno, di origini napoletane, approdò alla Piazza nel 1988 spinto da una serie di accadimenti fortuiti. Assieme alla moglie, entrambi laureatisi in agraria, cercavano un luogo in cui poterci costruire sopra un futuro. E qui, per caso, approdarono.

A distanza di tanti anni la chiantigianità di Gabriele e il suo affetto verso la terra che lo ha accolto sono indiscutibili. Fra i precursori della viticoltura biologica in Toscana, ha un concetto di sostenibilità ambientale che non ammette compromessi, e la realtà che ha creato, e che oggi condivide col figlio Errico, è permeata da un autentico spirito artigianale.

Diversi gli appezzamenti in gioco, fra Casavecchia alla Piazza e Sicelle, in una enclave medio-collinare che è sì già Castellina, ma che sfiora i confini della UGA San Donato in Poggio. Una enclave sostanzialmente fresca e a dominante di alberese che presenta due versanti vitati a Casavecchia, a sud ovest e a nord est, e poi alcuni vecchi impianti, fra cui qualche vite maritata, sparsi qua e là, dai quali Gabriele ricava le uve, fra le altre cose, per il Lemme Lemme. Sono gestiti secondo un rigoroso protocollo bio, rinunciando a cimature e a diradamenti.

Nei progetti, finalmente, l’agognato allargamento della cantina di vinificazione, con l’approvazione definitiva di un tunnel da scavarsi sotto il poggio che garantirà spazi e condizioni microclimatiche adeguate per governare alcune delle fasi più delicate del processo di vinificazione.

Lo stile nel frattempo si è fatto più centrato in termini di pulizia e calibro estrattivo, ed esplicita in modo coerente l’espressione più tipica di questo versante, fatta di strutture bilanciate, acidità e croccantezza di frutto. Perché se un tempo i vini erano sicuramente caratterizzati, sinceri e talvolta spettinati, oggi hanno assunto un passo più disciplinato, sotto l’egida di una chiara impronta di naturalezza.

Il Chianti Classico 22, ad esempio, è vispo e fragrante, la fusione di frutto e fiore rimarca integrità e tonicità, la struttura è adeguata, piuttosto agile direi, e la beva conclamata.

E mentre il Chianti Classico Riserva ’21 non rinnova lo splendore delle due annate precedenti, concedendosi un profilo più maturo e accomodante, cremoso ed avvolgente, in piena coerenza d’altronde con una annata generosa, il Lemme Lemme ’22, affinato in Clyver di ceramica e contenente sangiovese, colorino, canaiolo e malvasia nera provenienti dalle vecchie vigne sparse, ha un afflato mineraloide e una bella disinvoltura di passo. E una eleganza composta, non urlata, inglobata in un sorso longilineo che traduce immediatezza e coinvolgimento.

Vite maritata

Infine il Bianco alla Marta, macerativo le cui uve di trebbiano e malvasia provengono da una parcella del 1974 presso l’ex podere Sicellino, e che nella versione 2022 si offre secondo un eloquio rilassato e una levigata tattilità che richiama una certa eleganza nei modi.

Ma non è tanto questo, è che il vino è dedicato alla figlia Marta, e la figlia Marta ha visto bene di avviare qualche anno addietro un’attività collaterale, indipendente e assai limitrofa a Buondonno, confluita nell’esperienza agricola LApicorno, che sta a Sicelle e che tratta altri temi rispetto alla vitivinicoltura. Ad esempio include un allevamento di capre e un piccolo caseificio, con lei che fa la pastora e produce formaggi.

Ecco, i formaggi, ho avuto il piacere di apprezzarli grazie al padre Gabriele, a margine della degustazione. Son venuto via da lì e ho sempre in mente quelli. Non mi escono dalla testa.

Il Chianti non si inventa, il Chianti è.

___§___

Condividilo :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *