Conobbi Eric de Suremain tanti anni fa, e da quando lo conobbi realizzai che la Borgogna non era poi così tutta uguale, umanamente parlando: la Borgogna ammetteva anche scarti di lato.
Eric era estraneo ad ogni cliché.
Intanto sorrideva. E spesso. Anzi, rideva rumoroso dietro a quei suoi baffoni folti. La generosità e l’attitudine alla condivisione, poi, come incorporate.
Eric è il proprietario e vigneron di Château de Monthelie, e i suoi vini a volte sortiscono miracoli, miracoli veri.
Eric non ti guarda storto, e la parola supponenza non appartiene al suo vocabolario esistenziale. Lui semplicemente incarna la Borgogna più autentica, lontana mille miglia dai lustrini e dalla puzza sotto al naso.
Così non ho proprio resistito, quando l’altrro giorno mi son trovato davanti all’improvviso una bottiglia del suo Rully Monopòle 2020, in bella vista dentro un frigo temperato di un’enoteca di campagna.
Ora, scolare una bottiglia in un lampo potrebbe sviare dal significato reale del gesto, lasciando adito a fraintendimenti. Perché qui è dove l’immediatezza e la complessità si (con)fondono, e tu non sai che scegliere.
Uno, cento, mille Eric de Suremain.

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









